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Jona Mantovan e Ezio Rocchi Balbi14 giugno 2009Bene o male gli studi li hanno instradati verso la professione che sceglieranno, non sanno se troveranno subito impiego dopo il diploma, ma nel caso preferiscono un aiuto dal Cantone per trovare un lavoro piuttosto che ingrossare le fila dei disoccupati con sussidio. Il reportage del Caffè ha toccato un po’ tutti gli istituti professionali della regione, intervistando i ragazzi – età media 18/19 anni - nel momento più delicato, quello degli esami delle prove finali. Alcuni di loro confidano ancora nella possibilità di affrontare gli studi universitari, ma la maggior parte già prevede l’ingresso definitivo nel mondo del lavoro. Un esordio che, a differenza dei loro coetanei liceali, viene affrontato con una maggiore consapevolezza dell’attuale crisi economica globale. Con realismo gli studenti, apprendisti, studenti-lavoratori non vedono un orizzonte roseo per quanto riguarda le loro possibilità di occupazione immediata. Ma se la prospettiva deve essere quella di ricevere, da subito, un contributo economico dallo Stato sotto forma di sussidio di disoccupazione, la risposta pressochè corale è no, grazie. Al limite non pretendono un lavoro in linea con i loro studi, magari un lavoro da accettare “giusto per iniziare”, ma il Cantone si preoccupi piuttosto di dar loro una mano, offrendogli un posto o aiutando le aziende disposte a concederglielo. “Non voglio l’elemosina” sbotta la studentessa della Scuola d’arti e mestieri di Trevano. “Chi è in disoccupazione non è ben visto”, spiega il 19enne del Centro professionale artigianale e industriale di Bellinzona. “I miei soldi voglio guadagnarmeli lavorando, senza beneficenza”, aggiunge l’apprendista della Spai di Locarno. Solo in pochissimi si dicono disposti ad accettare l’eventuale sussidio cantonale, e anche in questo caso verrebbe accettato solo nel caso il lavoro offerto dallo Stato fosse degradante, inaccettabile, “di merda”, come sibila uno studente lavoratore davanti alla videocamera del Caffè Web. È impressionante, comunque, constatare come tutti gli studenti ticinesi - pur ammettendo che quanto imparato negli anni di studio sarà sicuramente utile per la loro futura professione, o almeno nella vita futura – facciano un forte affidamento sull’aiuto che le istituzioni dedicheranno loro. Quasi come se lo Stato, che finora li ha accompagnati per mano assicurandogli un livello di istruzione e formazione più che adeguato, si fosse preso anche l’impegno nei loro confronti di garantire un’occupazione consona alle loro aspettative. Dalle registrazioni, dal tono usato da ragazzi e ragazze si evince che la loro non è una “pretesa”, ma un attestato di fiducia nei confronti di un Cantone che si è sempre vantato di “non lasciare indietro nessuno”. Almeno a livello scolastico. Gli studenti delle scuole professionali ticinesi non fanno proclami, non elaborano ragionamenti socioeconomici complicati, e non distinguono tra le varie ripartizioni di spesa pubblica. Ma il loro ragionamento non fa una grinza, quando indicano una diversa forma di investimento per il loro futuro. Se il Cantone è disposto ad un sacrificio economico, come un sussidio di disoccupazione per i neo-disoccupati, è meglio, molto meglio, che questi soldi vengano affidate alle aziende. A patto che vengano utilizzati per offrire loro un posto di lavoro; il loro primo posto di lavoro, l’ulteriore gradino che permette di entrare a testa alta nell’età adulta.
erocchi@caffe.ch jmantovan@caffe.ch I VIDEO
Giovani e lavoro / 1 |
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