Piergiorgio Welby, Giovanni Nuvoli, Eluana Englaro. Vittime e protagonisti di una battaglia che dal drammatico confine tra accanimento terapeutico ed eutanasia, inquieta le coscienze, riproponendo le grandi domande di sempre sul diritto alla vita e il diritto ad una morte dignitosa. Papa Ratzinger pochi giorni fa ha ricordato la legittimità della rinuncia all’accanimento terapeutico, quando non c’è una ragionevole speranza che le cure abbiano un esito positivo. In Svizzera, Paese che non punisce il suicidio assistito ma vieta l’eutanasia attiva, la necessità di consentire, sotto controllo medico, il primo in tutti i cantoni e di depenalizzare del tutto la morte dolce, è stata recentemente risollevata dall’oncologo Franco Cavalli: “Rispetto ad altri Stati europei la nostra legislazione è molto più permissiva, ma pericolosamente ambigua”.
Anche il Vescovo, Piergiacomo Grampa, nella sua ultima lettera pastorale si è domandato quali risposte dare ai problemi nuovi che si pongono nelle case per anziani con i protocolli di Exit sul suicidio assistito. “Si dovrebbe permettere il suicidio assistito in tutte le case per anziani e negli ospedali, ma solo sotto il diretto controllo dei medici - sostiene Cavalli - e non affidandolo, come avviene oggi, a personale esterno. Non ha senso che un medico che segue per anni un paziente, quando si giunge alla fine, debba mandarlo a morire da Exit o da qualche altra associazione, magari in una camera d’albergo. Dunque, un pieno riconoscimento legale, ma regolato in modo preciso per evitare rischiose derive”. Nella legislazione ci sarebbe, quindi, un’ incongruenza che, però, Giorgio Salvadè, medico e deputato leghista, interpreta in tutt’altra chiave: “Non bisogna illudersi che regolamentando si evitano gli abusi. Di regola in regola Hitler è arrivato all’eutanasia di massa. Si permette il suicidio assistito, ma si sa anche che molte di queste persone arrivano a questa scelta perché sono sole, perché si sentono schiacciate da situazioni che credono senza ritorno, ma se c’è qualcuno che li aiuta davvero a vivere e non a morire, rinunciano a questa tragica scelta ”.
Ricordando il caso di Eluana, la giovane italiana in coma vegetativo ormai da 14 anni, che in Italia ha riacceso il dibattito su accanimento terapeutico ed eutanasia, il vescovo si è chiesto: “Chi è abilitato a decidere: la famiglia, la magistratura, una legge, l’autorità sanitaria?” Domande a cui in un conflitto di competenze continuo, nessuno ha ancora dato una risposta. Sono quei vuoti legislativi, le smagliature nei codici che a volte rendono ambigua la legge. Anche in Svizzera. “Da noi si riconosce il suicidio assistito, ma non l’eutanasia attiva, che richiede un intervento diretto, come invece avviene in Olanda e Belgio. Eppure - afferma Cavalli - sappiamo che molti pazienti terminali, pur desiderandolo e chiedendolo espressamente, sono incapaci di suicidarsi perché non hanno più nemmeno la forza fisica per farlo. Dovrebbe essere il medico ad aiutarli a morire, senza essere per questo punito. Perciò, penso si debba depenalizzare l’eutanasia attiva”. Tanto più che, secondo l’oncologo, non sempre è facile distinguere tra suicidio assistito ed eutanasia attiva. “Bisognerebbe ricordare - avverte Salvadè - che la vita è un dono misteriosamente ricevuto dall’uomo, un valore inviolabile che non appartiene a noi. Se non si rispetta l’inviolabilità di questo valore,allora è possibile, legittima, ogni violenza su se stessi e sugli altri”.
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