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Piero Bassetti

Ezio Rocchi-Balbi


È considerato il “grande vecchio” della politica imprenditoriale italiana. Intellettuale di spicco, autore di saggi il primo presidente della Lombardia ha coniato lo slogan “realizzare l’improbabile” e, a ottant’anni suonati, punta a coniugare globale a locale

Non gli dispiace per nulla essere considerato il “grande vecchio” della politica imprenditoriale italiana, anzi, a ottant’anni suonati rivendica con orgoglio che uno degli slogan da lui coniati, “responsabilità nell’innovazione” sia la parola d’ordine della Fondazione che porta il suo nome di famiglia. Un nome importante, perchè il milanese Piero Bassetti oltre alla tradizionale vocazione industriale di famiglia ha saputo tener banco per più di mezzo secolo, sia come intellettuale, autore di libri e saggi, sia ricoprendo cariche politiche a livello locale e nazionale (dal comune di Milano al Parlamento nazionale), è stato il primo presidente della regione Lombardia e il leader incontrastato di tutte le Camere di commercio, da quella meneghina all’Unioncamere, all’Associazione delle Camere di commercio italiane all’estero. “Il temine ‘grande vecchio’ mi va bene, mentre non ho mai gradito quella definizione di ‘miliardario rosso’ rifilatomi non mi ricordo da chi negli anni ‘60 - commenta ridendo Bassetti  -. Quel termine, semmai, era stato coniato per Giangiacomo Feltrinelli, e poi non mi riconosco nè in quel miliardario, nè in quel rosso che non sono mai stato, anche se come democristiano sono sempre stato considerato un progressista”.

L’attuale  presidente dell’associazione Globus et Locus non dimentica, e non rinnega, di essere stato uno dei protagonisti di spicco della vecchia Democrazia Cristiana; cosa che non gli ha mai impedito di essere apprezzato e stimato anche dagli antagonisti di sinistra che, politicamente, l’hanno sempre considerato “super partes”. “Ma io mi considero ancora un politico, ma non un politicante - ribatte -. Ho sempre cercato di portare la politica vera dove si registra un cambiamento, perchè è lì che si regola la storia. Per questo ho preferito abbandonare la poltrona in Parlamento e puntare sulle Camere di commercio, dove c’era tutto da costruire ma secondo un progetto utile all’innovazione”. L’innovazione è un leit motiv per Bassetti da sempre, e non è un caso che una delle sue frasi celebri sia contenuta in quel “realizzare l’improbabile” che condensa la sua vita. “La realtà è che la politica, così come l’intendiamo, non conta più niente - spiega -. La nostra epoca è stata caratterizzata dall’apparizione della scienza, dalla costruzione dell’innovazione e quindi c’è la necessità ‘politica’ del prenderne atto. Le cose importanti, oggi, le fa chi innova. Bill Gates fa più politica di un presidente americano o, se preferisce, ne fa più il cardinal Ruini che un ministro italiano. L’innovazione è il vero valore della nostra epoca, ma l’importante non è la scoperta in sè, non è la sua enunciazione, ma la messa in atto: la realizzazione di un grande progetto”. Inutile chiedere a Bassetti, primo presidente lombrado, come avrebbe trasformato la regione se avesse avuto lo stesso potere e gli stessi strumenti di cui dispone oggi Roberto Formigoni. “Spesso me lo chiedo anch’io - ride -, ma allora il progetto più importante era dare vita alle regioni e m’importava più farla che governarla. Il guaio è che si continua a discutere dell’aeroporto Linate o Malpensa e non si sa gestire nè l’uno, nè l’altro... Eppure io sono convinto che Malpensa, fra qualche anno, sarà comunque un hub da dieci milioni di passeggeri indipendentemente dalle scelte politiche, ma solo perchè saranno i viaggiatori a decidere. E non possiamo dimenticare che quest’area è strategicamente leader sul continente”. Riaffiora la convinzione della supremazia “glocal”, quel locale e globale cui Bassetti si è ispirato nel fondare, più di dieci anni fa, l’associazione “Globus et Locus” col solo scopo di promuovere le idee innovative di un’unità geopolitica che costituisce una delle macro regioni più ricche e sviluppate d’Europa, e che comprende la vasta area geografica dell’Italia incluso il versante ticinese della Svizzera. “È dal 1972 che sostengo che la Svizzera è il cuore dell’Europa - sbotta -, e quando uso il termine ‘globale’ mi riferisco al nuovo contesto che vede il passaggio da un mondo organizzato sulla base dei rapporti internazionali ad una nuova visione unitaria. L’importante, però, è comprendere che l’organizzazione del potere non è più legato al controllo fisico del territorio, che non si può più limitare coi  confini. Il mio appello alla classe dirigente è trovare la saldatura tra il business e la cultura, fra i ‘danè e i ball’ come hanno sempre considerato sbagliando, perchè molte delle nostre carenze politiche, secondo me, derivano dall’incapacità di tenere insieme sicurezza economica e consapevolezza politica”. 

In fondo non stupisce vederlo rispondere al telefono utilizzando un modernissimo iPhone; un telefonino status symbol per giovanissimi in mano a un uomo classe 1928... “Se è per questo per i miei 70 anni, quindi già dieci anni fa quando erano in pochi a pensarci, mi ero regalato un sito internet - commenta divertito -. Avevo capito subito che il web rappresentava una grande innovazione, ed è un  fesso chi considera Steve Jobs un capitalista, perchè il creatore della Apple ha avuto un idea, ci ha creduto e ha avuto la determinazione di svilupparla. I soldi, il successo sono solo una conseguenza”.  Rimpianti? Poco o nulla, semmai un rammarico anticipato, “Visto che tra dieci anni non ci sarò e non vedrò realizzato il mio ‘canto del cigno’: gli italici, o meglio italici di tutto il mondo unitevi!. Sì, perchè Bassetti non solo ha affidato all’editore Casagrande il suo ultimo libro, “Italici. Il possibile futuro di una community globale”, ma crede veramente in una direttrice lombardo-ticinese al punto che non considera l’Expo 2015 un fenomeno solo milanese, come l’AlpTransit un enorme raccordo ferroviario solo svizzero. Nella sua visione Milano, Lombardia, Ticino sono un tutt’uno. “Come milanese ho sempre considerato il Ticino come parte della casa, però bisogna intendersi di quale Milano parliamo - spiega divertito -. Perchè se parliamo del comune di Milano, che dai tempi del centrosinistra in poi ha avuto una successione di sindaci inconcludenti, è una cosa, se parliamo della glocal city ‘Milania’ come la chiamo io, una città che comprende tutti gli agglomerati con cinque milioni di abitanti è un’altra. Ecco il discorso è tutto qui; io amo la mia città, ma come si ama una persona bisogna conoscerla e aspirare per lei a grandi sbocchi. E la vecchia Milano, coi milanesi che ormai sono una razza in via estinzione, è un’idea che non c’è più; il futuro è senza confini, senza steccati e ha fatto bene Lugano a iniziare quel processo che non si fermerà certo perchè c’è una frontiera”.


15.02.2009 - 01:00
 
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