Dalla “missione impossibile” della Corsi per salvare l’Orchestra della svizzera italiana ai tagli ai programmi; dai milioni spesi per nuove emissioni ad un’informazione che perde audience. La Rsi è da mesi al centro di critiche e fuochi incrociati, precisamente da quando Berna ha annunciato riduzioni di budget. C’è chi la vorrebbe più rivolta al passato. Chi la vorrebbe più vicina ai partiti. Chi la vorrebbe più scattante sull’attualità. Una televisione di tutti. E che tutti, chi più chi meno, vorrebbero un poco diversa. Con questa lettera denuncia di Willy Baggi, ex dirigente della televisione, il Caffe vuole aprire un dibattito sul futuro della televisione, un ente che sta attraversando, come altri media, una sua crisi di identità.
Egregio direttore,
“Missione impossibile”, così ha sostanzialmente definito il presidente della Corsi, Claudio Generali, il mandato ricevuto dall’assemblea straordinaria di sabato scorso, 28 novembre, ossia l’incarico di ottenere dai vertici della Ssr la revoca della misura di risparmio che prevede il taglio di 2,5 milioni di franchi, a partire dal 2013, del contributo destinato alla Fondazione che gestisce l’Orchestra della Svizzera italiana (Osi). Non intendo qui perorare la causa dell’Osi, la sua rilevanza culturale per la minoranza italofona del Paese. Lo hanno già fatto in modo molto convincente persone assai più competenti di chi scrive, in particolare Carlo Piccardi. Mi occuperò d’altro, per dire subito che quella di Generali è effettivamente una missione quasi impossibile. Lo è non tanto per le ragioni direttamente collegate con l’Osi, ma quanto perché la Tsi fa grande fatica (detto in modo eufemistico) a svolgere la sua funzione di servizio pubblico nel campo più importante, quello dell’informazione. Domenica il telespettatore della Svizzera italiana, che voleva conoscere i primi dati sull’esito dell’importante (basta vedere, sentire la risonanza che ha avuto all’estero) referendum sul si o sul no ai minareti, è stato costretto a sintonizzarsi sui canali dei colleghi di Zurigo o di Ginevra. A Lugano, uno striminzito Tg solo alle 14, quando Tsr e Sf avevano da quasi un’ora, non solo comunicato il risultato, ma anche iniziato a commentarlo. La Tsi, dopo il breve flash, ha continuato a diffondere telefilm. In quel di Comano rispondono che loro lo sforzo lo fanno a risultati acquisiti, a bocce ferme, un’argomentazione che dimostra la loro insensibilità all’attesa dei cittadini e la loro ignoranza su una regola aurea del giornalismo: l’attualità è un piatto che va consumato caldo. Certo, per vincere i tempi di attesa bisogna saper creare in uno studio televisivo un’efficace “drammaturgia” che, beninteso, costa fatica e funziona se si è in grado di dar prova della giusta fantasia. Elementi scenografici, collegamenti vari, ospiti, cartine animate, possono tener desta l’attenzione fino al risultato sicuro, che poi domenica scorsa (come in occasione del voto di febbraio sui Bilaterali, quando già allora la nostra televisione aveva brillato per un’imperdonabile assenza al momento topico) è arrivato quasi subito, tra le 13 e le 13.30. Siamo o non siamo televisione svizzera di servizio pubblico? A Comano se lo chiedono di tanto in tanto? Oppure il sesto piano sta diventando sempre più uno studio legale (ex-avvocati) e sempre meno centro direttivo e responsabile per programmi (soprattutto quelli riguardanti l’informazione) di servizio pubblico?
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Sono domande che mi pongo perché, anche grazie anche alle opinioni di Dario Robbiani pubblicate da Il Caffè, mi pare di aver capito quale senso di responsabilità abbiano gli attuali dirigenti dell’azienda. C’è la crisi, mancano i soldi. È vero. Quindi la parola d’ordine è tagliare. Ma mi chiedo, questa crisi è veramente arrivata in modo così improvviso? Forti segnali non erano già arrivati nell’estate del 2007 con la vicenda dei subprime? Il presidente-banchiere non ha ritenuto opportuno consigliare prudenza al management della direzione? Parrebbe di no. E così si è andati tranquillamente all’estero per la creazione di un nuovo logo, quando un buon grafico ticinese (valle di Blenio compresa) sarebbe senz’altro stato in grado di elaborarlo, con costi infinitamente, ma proprio infinitamente più contenuti. Risultato: un banale, piatto, incolore “Rsi”, che, tra l’altro, ricorda un penoso capitolo della storia della vicina Repubblica (Repubblica sociale italiana, ossia quella di Salò, di triste e mussoliniana memoria). Mi si consenta: non sarebbe stato meglio un logo tipo RTSì (Radio Televisione Svizzera italiana), con una ì minuscola costruita graficamente con fantasia, a mo’ di fiamma, per esempio? Ma, ormai la cosa è fatta.
Continuo le domande. Quanti sono stati i milioni spesi per lo studio e le necessarie prove della nuova trasmissione “Latele” nel corso del 2008? Quanto è costata la programmazione nel 2009?
E ora si azzera tutto, con argomentazioni in totale contraddizione con quelle fatte in un bilancio intermedio di qualche mese prima. E sono milioni gettati al vento. È vero, “Latele” è servita quale palestra per dei giovani di indubbie capacità. Ma il prezzo è stato decisamente alto, troppo alto (e poi, cosa altrettanto vera, non è che alla Tsi manchino palestre per l’imprescindibile gavetta).
Continuo. L’emissione “Gags”: qui la vera “gag” (triste però questa) è la pensata fatta da chi l’ha concepita! Si è ritenuto che gli sciocchi siparietti all’interno del programma avrebbero divertito il teleutente! È grave. Pure qui, dov’è la professionalità? E pure qui, risorse finanziarie, tecniche e umane (non ho alcuna difficoltà ad immaginare tutto il lungo lavoro delle riprese e del montaggio per quei tre o quattro siparietti a puntata) scialacquate. I due giovani che si sono prestati sono incolpevoli, sono due dilettanti mandati allo sbaraglio, che fanno quasi tenerezza.
Continuo. La nuova scenografia di “Storie” quanto è costata? Era proprio indispensabile cambiarla? Ci si è dimenticati che l’indice di ascolto lo fa il tema trattato e non il contorno della presentazione.
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Tutto questo danaro (ripeto, milioni e parecchi) sarebbe potuto servire alla costituzione di riserve per far fronte ad eventuali imprevisti, come ad esempio proprio per parare un’iniziale minaccia per il futuro della nostra Orchestra, o no? Dov’è la gestione oculata, severa che si sbandiera ai quattro venti? A Berna si sa quanto succede in quel di Comano? O si aspetta che la minoranza italofona tagli da sola il ramo sul quale è seduta? Con i buchi informativi, appunto, come quelli di domenica scorsa e di domenica 8 febbraio, ma anche con la più generale caduta dell’edizione principale del Tg da una quota di mercato attorno al 60%, raggiunta con impegno e grande professionalità negli anni Novanta, all’attuale e scarso 50%, persino sotto il 45% durante il week-end. (Mancano forse le necessarie risorse all’ammiraglia dell’informazione?). Con questi dati l’avvento della multimedialità ha poco o nulla da vedere, non ci si arrampichi sui vetri, per cortesia! Pongo quindi altre esplicite domande: se Berna sa, non è che l’attuale chiave di riparto delle risorse della Ssr rischi di essere cambiata a nostro svantaggio, ovviamente, proprio per le gravi pecche qui segnalate? Con quale autorevolezza Generali può presentarsi a Berna per chiedere la revoca dei tagli previsti per l’Orchestra della Svizzera italiana? Oppure è in corso un’operazione machiavellica (privatizzazione?) nella quale Comano e Berna sarebbero addirittura complici? Di sicuro le risposte non interessano solo il sottoscritto.
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Continuo per segnalare lo scollamento sempre più evidente tra i quadri superiori dell’Ente e gli addetti alla produzione e alla realizzazione vera e propria dei programmi, ossia il personale al fronte. Il disagio è palpabile. L’azienda non è più compatta, non ha più anima. Nelle alte sfere del potere pare esserci troppa improvvisazione, troppe e vuote dichiarazioni volontaristiche condite da un confuso decisionismo della direzione, attorniata da uno staff non sempre professionale (salvo un paio di eccezioni) composto solo di yes-men o di yes-women (dov’è gente come Augusto Chollet?). Che fine ha fatto il sistema delle qualifiche? In vacca, come previsto. Per farlo funzionare occorreva rigore, coerenza, coraggio. Oggi, a quanto pare, i premi sono semplicemente decisi dai superiori. Con quali criteri? Probabilmente molti dipendenti se lo chiedono.
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Certo, ci si può sbagliare. Anzi il diritto all’errore è sacrosanto. Ma non in questa misura, soprattutto quando si ha il privilegio di gestire una televisione di servizio pubblico per soli 300.000 abitanti (anche se la potenziale teleutenza è ben superiore), fatto unico al mondo e di sicuro oggetto d’invidia. Il mio non è affatto uno sfogo personale. È una semplice e ulteriore dichiarazione d’amore verso un’azienda alla quale devo tutto. È allo stesso tempo un atto di solidarietà con chi si pone in modo fortemente critico nei confronti dell’attuale presidenza-dirigenza, in particolare con Dario Robbiani che, nonostante la malattia, si batte per il ritorno dell’ente allo spirito dei tempi di Marazzi, Candolfi, Riva, Blaser, Manfrini, Toppi. Per fortuna, nel settore informativo, qualcuno “sente” ancora la propria professione. Falò, Patti Chiari sono sempre appuntamenti di grande interesse. Ho finito. Mi sono tolto un peso. La mia coscienza è serena, convinto di aver mandato un chiaro messaggio a chi ha e avrà in mano il futuro di uno straordinario mezzo di vita culturale e democratica per la nostra gente.
*Ex capodipartimento Tsi