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Vizi e virtù di Nostra
signora di Comano


Antonio Spadafora


Cosa fare  per una ristrutturazione virtuosa della Rsi? La soluzione per Antonio Spadafora è già indicata nelle legge federale sulla radiotelevisione, che impone sia alla radio che alla Tv di fornire “programmi di pari valore per tutta la popolazione”. Insomma, in quel “pari valore” è racchiuso l’obiettivo di una vera riorganizzazione della Rsi, che non può risolversi in qualche operazione di piccola cosmesi, come sottolineato da Tettamanti, se si vuole davvero che Nostra Signora di Comano ritrovi quella qualità auspicata  nei diversi interventi del dibattito avviato dal Caffé.

 

 

Egregio direttore, sul Caffè del 10 gennaio l’avvocato Tettamanti, tirando tra l’altro le somme di una sua esperienza al riguardo, faceva osservare che “è difficile parlare criticamente ed in modo completo di Rsi in Ticino”. Handicap non da poco, a suo avviso, specie in un momento in cui le ben note ristrettezze finanziarie - destinate a crescere piuttosto che diminuire - impongono ormai all’ente pubblico radiotelevisivo, non “ritocchi di cosmesi”, ma una ristrutturazione autentica. 

 

Una Rsi generalista e di qualità

In altri interventi pubblicati sul Caffè, prima e dopo quello di Tettamanti, non mancano, accanto a rilievi critici, indicazioni sulle vie da imboccare per giungere a una ristrutturazione virtuosa della Rsi. Riepilogando all’ingrosso, si tratterebbe di dar vita a una maggiore e più sagace adesione alla realtà locale, o ad una maggiore attenzione per la qualità dell’informazione, ovvero a una maggiore e migliore presenza nel campo della cultura… Vie, com’è facile intuire, che non si escludono certo a vicenda e che, anzi, potrebbero positivamente interagire per il raggiungimento della meta auspicata. Anzi dovrebbero, stando allo spirito e alla lettera del “mandato di programma” della Legge federale sulla radiotelevisione che, non a caso, impone di fornire “programmi radiofonici e televisivi completi e di pari valore a tutta la popolazione” (LRTV, 24 marzo 2006, art. 24, cpv 1, lett.a.).

Tradotta in volgare, la prescrizione di completezza e di pari valore per i programmi del servizio pubblico radiotelevisivo, significa che quest’ultimo deve essere generalista -non deve cioè specializzarsi in uno o l’altro settore ma coprirli tutti - e, al tempo stesso, qualitativamente non discriminatorio tra i diversi settori di cui è tenuto a occuparsi. Un bel compito, non c’è che dire, ma il cui adempimento - come sempre capita in casi del genere - è, se non proprio impossibile, quantomeno problematico. Problematicità che le successive lettere del capoverso citato contribuiscono non poco a incrementare, ad esempio prescrivendo di promuovere “la comprensione, la coesione e lo scambio fra le regioni del Paese, le comunità linguistiche, le culture e i gruppi sociali”, senza mancare di tener “conto delle particolarità del Paese e dei bisogni del Cantone” (b.). Per non dire che alla radiotelevisione pubblica corre infine l’obbligo di promuovere “il mantenimento di strette relazioni fra gli Svizzeri all’estero e la patria nonché la presenza della Svizzera all’estero e la comprensione per le sue aspirazioni” (c.).

Ora, se è questo - e non c’è dubbio che lo sia - il mandato prescritto al servizio pubblico radiotelevisivo, va riconosciuto che la difficoltà, rilevata da Tettamanti, di imbastire un discorso “critico e completo sulla Rsi”, è difficoltà determinata non solo da fattori locali. Certo, le particolarità regionali contano e come, nel senso che possibilità e limiti cantonali incidono poi nella traduzione locale di un mandato di particolare complessità -particolare anche perché la complessità è in parte inevitabile, tenuto conto della realtà del federalismo elvetico.

 

Televisione e società

Le considerazioni di cui sopra non autorizzano certo conclusioni facili, e comode, del tipo: se così stanno le cose, allora ogni auspicio di discorso critico è solo una bella illusione, destinata a infrangersi sui tanti aspetti di una realtà complessa e complicata. Insomma, un discorso inutile, e due volte tale nello specifico di una Rsi dipinta come “azienda ipertrofica, gonfiata per anni dalla lottizzazione politica”. Con la “teoria” dell’inutilità non si va però da nessuna parte: si marcia sul posto al ritmo di critiche da “bar sport”, anche feroci, che favoriscono lo sfogo ma non il coinvolgimento in un dibattito serio su un importante e delicato servizio pubblico. Detto per inciso, l’avvocato Tettamanti ha ragione da vendere quando stigmatizza il calcolato silenzio della politica.

L’inarrestabile affermarsi della televisione come “elettrodomestico” indispensabile in ogni famiglia è stato accompagnato da studi e ricerche di diverso orientamento, che ormai costituiscono una vasta biblioteca, nella quale davvero non mancano analisi critiche che, per esempio, mettono a fuoco gli effetti perversi della commercializzazione e, tra questi, soprattutto la “universale degradazione dei programmi” con il conseguente nefasto impatto socio-educativo. Significativa, al riguardo, è la vasta eco suscitata da un articolo di Karl Popper dedicato all’argomento ed apparso in italiano in un volumetto dal titolo eloquente: Cattiva maestra televisione (1994). Diversamente da altri approcci critici, il filosofo austro-britannico non demonizza la televisione in sé, non la riduce esclusivamente a strumento di “violenza simbolica” come, sul finire degli anni 90, ha scritto il sociologo francese Pierre Bourdieu. Per Popper - non meno critico e preoccupato, ma più realista e disincantato - la televisione è invece una realtà ineliminabile dal nostro presente: un nodo, se si vuole, nel rapporto società-cultura-politica. Nodo che, diversamente da quello di Gordio, non può essere tagliato con la spada ma gestito pragmaticamente, con competenza e responsabilità: “la televisione - scrive Popper - così com’è una tremenda forza per il male, potrebbe essere una potente forza per il bene. Potrebbe, ma è assai improbabile che questo accada. La ragione è che il compito di diventare una forza culturale per il bene è terribilmente difficile. Per dire la cosa in modo più semplice, non abbiamo gente che possa realizzare, per più o meno venti ore al giorno, materia buona, programmi di valore. È molto più facile rimediare gente che produce venti ore al giorno di materia media e cattiva, e forse una o due ore al giorno di qualità buona. È semplicemente un compito di estrema difficoltà, e quanto più sono le stazioni emittenti tanto più diventa difficile trovare professionisti che siano davvero capaci di produrre cose sia interessanti che di valore”.

 

Per una costante attenzione critica

Naturalmente, il parere di Popper non è vangelo, e quindi niente vieta di immaginare che il miracolo si possa verificare nel piccolo mondo “cantonticinese”. Che si possa cioè operare una vera ristrutturazione della Rsi, mettendola nelle migliori condizioni, anche dal profilo economico, per produrre programmi di qualità, programmi che sappiano, venti ore al giorno, calamitare l’attenzione di tutti e orientarla al vero, al buono e al bello -ovviamente senza dimenticare le esigenze patriottiche ricordate nel mandato di programma…

Ad ogni modo, come tutte cose che capitano in questo mondo, neppure il miracolo dura inalterato e per sempre: sarà prosaico, insomma, ma anche il miracolo ha bisogno di regolare manutenzione. La quale, nella fattispecie, non significa altro che costante attenzione critica. Non è certo sensato che la Rsi faccia notizia solo quando si trova impegolata in problemi di natura finanziaria o gestionale o politica. Visto che i suoi programmi invadono le case di tutti dal mattino a notte inoltrata, perché non prestare ad essi una seria e regolare attenzione? Sarebbe cosa buona e giusta e utile se, per esempio, i giornali ticinesi pubblicassero una rubrica quotidiana di analisi dei programmi radiotelevisivi - sul genere di quella pubblicata nella penultima pagina del “Corriere della sera”. Si nutrirebbe così l’opinione pubblica di un insieme utilissimo di informazioni, chiavi di lettura e valutazioni - per non dire che, per questo tramite, potrebbe progressivamente prendere forma anche un terreno di incontro e di confronto proficui per i giornalisti dei due diversi ambiti. 

L’avvocato Tettamanti ha anche accennato ad alcune delle cattive ragioni che giocano contro un’iniziativa del genere. Ora, è innegabile che molto spesso quelle cattive hanno radici più profonde e contorte delle buone ragioni, e che perciò non è facile estirparle. Ma si dovrebbe almeno tentare: altrimenti non resta che continuare a confidare nel miracolo… E se poi questo dovesse prodursi, sarebbe quasi obbligato titolare l’auspicata rubrica “Nostra Signora di Comano”.


24.01.2010 - 01:00
 
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