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Una Rsi ripiegata sull’ombelico ticinese per soddisfare i politici

Una radiotelevisione
voce e specchio del Palazzo


Marco Tognola


Marco Tognola la Rsi la conosce bene. Giornalista e per anni nel consiglio regionale e nel consiglio del pubblico della Corsi, di “Nostra Signora di Comano” conosce a fondo difetti e virtù, e senza mezze parole definisce la radiotelevisione lo specchio del Palazzo. Per Tognola molti dei probemi odierni della Rsi derivano dall’invasività dei partiti e delle politica a tutti i livelli, dalla programmazione alle nomine dei dirigenti e dei membri della Corsi. Nel dibattito avviato un mese e mezzo fa dal Caffé, con questa analisi si tocca un altro grosso problema della Rsi, che nei precedenti servizi era stata già messa a nudo con gli interventi di imprenditori e intellettuali.

 

Egregio direttore, convergenza, una parola magica. Era continuamente sulla bocca degli alti dirigenti della Rsi - del direttore Dino Balestra in primis - per spiegare la nuova impostazione dell’informazione radiotelevisiva: multimediatica. Redazioni non più concorrenziali, riunite in un’unica struttura logistica per favorire una più stretta e auspicata collaborazione. Naturalmente a beneficio della qualità del “prodotto” da offrire al pubblico dei radio e teleutenti. Un progetto ambizioso e pionieristico, tanto da fare della Svizzera italiana un laboratorio. Un esempio da poi eventualmente “esportare” oltre Gottardo. La quadratura del cerchio, insomma.

La convergenza ha cominciato ad essere messa in atto. Ad aprire le danze è stata la cronaca regionale. Le varie redazioni lavorano già da qualche tempo gomito a gomito - non solo in senso figurativo, si maligna, considerata l’esiguità degli spazi - ed entro ormai breve termine saranno tutte operative lassù, a Comano, diventata caput mundi dell’informazione radiotelevisiva.

Qualche risultato la convergenza l’ha già prodotto, ad esempio quello delle redazioni che interagiscono. Non è poco. Ma prima di giudicare occorre che l’intera operazione si compia, dapprima, e poi che superi la fase del collaudo.

Nel frattempo si rimane in fiduciosa attesa, si osserva e ci si interroga. Come il sindacato dei mass media Ssm, fortemente rappresentativo di chi conosce la materia per viverla in prima persona, quando annota (cfr. Informatore n. 292, novembre 2009): “Se non si può arrestare un fenomeno in corsa che trova anche legittime ragioni, è però possibile chiedersi in quale modo si vuole trasformare  un’azienda radiotelevisiva in un centro di produzione multimediale, secondo quali criteri, quali priorità e quali figure professionali. E soprattutto val la pena di chiedersi quale posto avrà l’informazione in questo contesto”. E poi puntualizza: “La Rsi non sfugge a questi cambiamenti, anzi, appare trascinata nel vortice di un miscelatore che amalgama nuove modalità produttive, nuovi sistemi, tanti formati, senza però avere delineato con precisione il quadro finale di riferimento”. Tradotto in un linguaggio da osservatore esterno e non da addetto ai lavori, per me ciò significa e mi fa chiedere: nel pur lodevole intento di riorganizzare l’informazione Rsi non c’è il rischio che, in fin della fiera, più che la ricerca della qualità sarà prevalente quella della quantità, ovvero la collaudata creazione di capetti, così da soddisfare tanti appetiti e quelli dei partiti politici in particolar modo? Secondo l’indovinata massima andreottiana, a pensar male si fa peccato… con quel che segue.

Ed è proprio quel che segue il nocciolo della questione. Il ruolo dei partiti alla (e soprattutto sulla) Rsi è forte e sostanziale. Checché se ne dica nelle alte sfere aziendali e istituzionali. Negarlo significherebbe negare un’evidenza. Non lo hanno fatto ovviamente altre autorevoli persone intervenute in questo utile dibattito proposto dal Caffè e lanciato dalla stimolante “provocazione” di Willy Baggi, uno del mestiere.

D’altronde, basta seguire regolarmente e con attenzione quanto propongono i programmi radiotelevisivi: quelli dell’informazione innanzitutto, ma non da meno quelli dell’approfondimento. La politica ne è la tela di fondo e i politici sono onnipresenti. È insomma il Ticino del Palazzo ad avere in mano il pallino. Ogni tanto si fanno entrare in partita anche i grigionesi, soprattutto da quando a Coira ci si è accorti che anche una parte del Cantone, ancorché minima, è Svizzera italiana. Ma di questo dirò più avanti.

Il ripiegamento sull’ombelico cantonticinese condiziona e al tempo stesso può irritare, a seconda del versante sul quale ci si trova. Chi fa i programmi ne deve tener conto, troppo spesso e non per forza volentieri, mentre il pubblico lo subisce o, al più, lo considera un male necessario. Sta di fatto che la tendenza a esagerare è manifesta, e manifestamente esibita. Fatte tutte le dovute proporzioni, ditemi voi quale assemblea parlamentare ha una copertura mediatica così massiccia come il Gran Consiglio ticinese! Durante le sessioni la Rsi è presente in forze a Palazzo delle Orsoline. Ma  quello che viene proposto è più cronaca tout court che analisi politica. I tempi del buon (e bravo) Emilio Jorio sono morti e sepolti. E qualcuno mi spieghi perché bisogna seguire tutti, ma proprio tutti, i comitati cantonali dei partiti! È veramente fare informazione, questo, o non piuttosto compiere un atto di sudditanza?

Se la presenza dei partiti è marcata nell’azienda Rsi, a tal punto da indirizzare persino la programmazione (un esempio: le trasmissioni elettorali), nella struttura istituzionale essa è addirittura determinante. Lì, nella Corsi, non si muove foglia che la partitocrazia cantonticinese non voglia. Ne parlo con cognizione di causa, per aver frequentato a lungo l’ambiente e per esperienze avute, non esclusa una “proposta indecente” fattami. A buon intenditor…

Le nomine nella Corsi sono quanto di più partitocratico si possa immaginare. Per formare il comitato (o consiglio d’amministrazione, a seconda delle lune e degli statuti) si ricorre a delle formule degne del miglior alchimista affinché gli equilibri reggano. E se ciò non bastasse, c’è pur sempre la cooptazione a provvedere.

L’organo più importante di una cooperativa dovrebbe essere l’assemblea dei soci. Dovrebbe, appunto. Non però nella Corsi. L’assemblea è ormai stata ridotta a qualcosa di insignificante, dove i problemi veri non vengono affrontati e, se ciò avviene, come è stato il caso proprio nell’ultima a proposito degli sciagurati tagli all’Orchestra della Svizzera italiana, con malcelato disturbo. Per non parlare poi della sua rappresentatività: degli attuali sette membri del cda ed escludendo il direttore generale della SSR che lo è di diritto, solo due sono di nomina assembleare e quindi voluti direttamente dai soci. Serve altro per capire l’antifona?

Infine, la questione grigionese. Si trascina da tempo e la si è lasciata trascinare per troppo tempo. Fin che a farsene finalmente carico e a porla con forza è stato il Governo di Coira nella persona, soprattutto, del consigliere di Stato italofono Claudio Lardi. Ora è addirittura sfociata in un ricorso inoltrato all’Ufficio federale della comunicazione per inadempienza del mandato di prestazione in materia di copertura informativa. In attesa che l’autorità di vigilanza si esprima c’è più Grigioni alla Rsi. Un atto di buona volontà, apprezzabile e apprezzato, oppure una necessità fatta virtù per tener calme le acque? Lo sapremo presto. 

Certo è che la Rsi di tutto ha bisogno, fuorché di un contenzioso aperto con un Cantone. Ha già altre gatte da pelare e ben altri lacci da cui liberarsi, ammesso (e non concesso) che lo voglia. E non bisogna essere dei maghi per prevedere che sarà più facile addomesticare i grigionesi che liberarsi dai condizionamenti dei partiti ticinesi che impediscono al servizio pubblico radiotelevisico di essere, liberamente e con mandato pieno, al servizio di tutto il pubblico. 

 

 

Marco Tognola, giornalista, ex membro del consiglio regionale e consiglio del pubblico della Corsi


31.01.2010 - 01:00
 
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