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L’offerta perde quota. E la piattaforma multimediale non funziona

il contenitore ha il sopravvento
sui contenuti


Cristina Ferrari


Presidente dell’Associazione ticinese dei giornalisti (Atg)

 

Tanta attenzione alle scenografie, ai fondali firmati da archistar, alle sigle in alta definizione e sempre meno attenzione al prodotto finale. Insomma quello che conta è il contenitore e non il contenuto. Cristina Ferrari, presidente dell’Associazione ticinese di giornalisti, non risparmia critiche alla Rsi.  Intervenendo nel dibattito promosso dal Caffè pone l’accento anche sulle mille domande rivolte sindacalmente ai vertici di Comano, che non hanno mai avuto risposta. Secondo Ferrari la Rsi è un’azienda da rimettere in rotta anche dopo le recenti, inutili sperimentazioni.


Caro direttore,

quando penso alla “svizzera“ (così l’abbiamo sempre chiamata in famiglia la Rsi) l’abbinamento più immediato è quello con “Scacciapensieri”, storica trasmissione di cartoni animati, tuttora in onda il sabato nel tardo pomeriggio. Oltre trent’anni fa era già un appuntamento imperdibile del fine di settimana, raro esempio di sano intrattenimento per i bambini dei primi anni Settanta. Poi c’erano il Tg e le previsioni meteo seguite anche dalla vicina Lombardia, prima che la burocrazia oscurasse il segnale. Una tv, ancora oggi, rimpianta da milanesi e comaschi per i suoi programmi e la sua moderazione.

Un profilo non urlato, pacato, originale, tanto che neppure l’avvento dei primi canali commerciali era riuscito a scalfire. La televisione svizzera era un punto di riferimento prezioso. Non solo in Ticino. Me ne resi conto soprattutto quando, studentessa universitaria a Milano nei primi anni Novanta, un mio professore, Gianfranco Miglio, grande docente di scienze politiche e già preside dell’Università Cattolica meneghina, citava la Tsi quale esempio di buon giornalismo. Lui che, sempre vestito con loden e orpelli austriaci, si considerava un nuovo Macchiavelli e faceva l’occhiolino all’esordio sulla scena politica italiana della Lega Nord di Umberto Bossi, quando si trattava di guardare della buona tv “girava”, con interesse, sull’informazione della Svizzera italiana. Miglio ci parlava di “qualità dei contenuti” e mai un commento su una scelta scenografica o di sigla… Probabilmente gli sarebbe bastata una inquadratura nera…

Ricordo l’orgoglio provato fra i miei compagni di corso e nomi indimenticati del panorama giornalistico di allora: Dario Robbiani, Siro Küng, Carla Ferrari, solo per citare quelli più vicini alla mia simpatia e ammirazione di giovane aspirante giornalista.

Oggi, invece, sembra essere più importante il contenitore anziché il contenuto. Fa più… notizia la firma dell’architetto Mario Botta su scrivanie, luci e pannelli di uno studio televisivo rinnovato per l’ennesima volta che lo scoop giornalistico di un bravissimo collega in missione nel pericoloso Medio Oriente. Perché? Eppure, la concorrenza dovrebbe farci riflettere: prendiamo il Tg della rete ammiraglia dello Stato italiano, Rai 1, è dal 1954, suo anno di nascita, che ha pressocché sempre la stessa sigla, inconfondibile e per questo riconosciuta da tutti. In Rsi, invece, sembra quasi un’onta mantenere la stessa grafica e lo stesso jingle per più di una stagione. Si cambia  colore a ogni stagione, come le foglie… Perché?

All’annuncio dei tagli alla Rsi, lo scorso settembre, l’Associazione ticinese dei giornalisti, insieme a Comedia, aveva espresso solidarietà ai colleghi della radio e della televisione della Svizzera italiana. Solidarietà non solo a quanti venivano e verranno toccati direttamente da questi provvedimenti, ma anche ai tecnici e ai collaboratori regolari. Una considerazione che comprendeva, dunque, ben oltre i 16 impiegati definiti “in esubero”. L’Atg aveva posto, in questo senso, ai vertici aziendali di Comano, tramite un puntuale comunicato stampa a tutti mass media ticinesi, una serie di domande, rimaste tutt’oggi senza una risposta. 

Come mai - ci chiedevamo prima di tutto - anche responsabili come il direttore della radio erano stati messi al corrente della delicata situazione meno di 24 ore prima dell’annuncio ai dipendenti?  Se le cifre rosse (ben 10 milioni di franchi, ricordiamolo) sono state scoperte solo l’11 settembre (mai data fu così profetica nella sua connotazione più negativa) si è proceduto a delle decisioni tanto importanti con troppa fretta (soli tre giorni)? Sono state consultate le associazioni di categoria? Se anche gli ultimi due anni si sono chiusi in perdita, come mai si è proceduto ad un lifting grafico? E quanto è costato?

Si è proceduto, ad esempio, alla valutazione di una limatura degli stipendi dei quadri e/o degli stipendi che superano i 10 mila franchi al mese? E sì, perché si è deciso di cambiare il logo da Rtsi a Rsi? Nessuna rivoluzione, ma una “T” di meno costata chissà quanto in termini di costi. Orfana della“T” la Rsi si è poi trovata mutilata dell’importante connotazione linguistica: non più Radiotelevisione svizzera di lingua italiana, ma Radiotelevisione svizzera, semplicemente. Eppure non era proprio questa particolarità a fare la differenza nel mondo massmediatico confederato e della vicina penisola? L’avessimo chiamata subito La1 e La2 l’avrei anche potuto giustificare. Invece ci ritroviamo con un logo lungo mezzo metro nella trentina di pollici del nostro televisore e un’anima… snaturata.

Senza dimenticare trasmissioni pilota (La Tele), cancellate dalla sera alla mattina, dopo aver parlato di “un nuovo modo di fare televisione”. E qui sta l’altro grave problema della Rsi di oggi, gonfiata da continue assunzioni e da collaborazioni, spesso, capestro. Si tratta del precariato, ormai da diversi anni adottato dalla Rsi attraverso quello che viene chiamato il lavoro interinale. Come ha sottolineato la sezione luganese di Ssm (il sindacato svizzero dei mass media) “un tempo la Radiotelevisione era un ente che sapeva assumere e avviare i giovani alle professioni specifiche e a carriere importanti. Oggi, invece, ingaggia in modo precario persone che hanno acquisito esperienze altrove, le sfrutta e le molla appena le priorità diventano altre”. Un’azienda che non sembra essersi dimostrata all’altezza del suo compito: “L’ultima stagione è stata quella dei festeggiamenti per il cinquantesimo della televisione - non ha mancato di rimarcare l’Ssm, ancora sul piede di guerra e senza pace per un Piano sociale mai contrattato - del lancio del canale televisivo di Alta Definizione, del nuovo logo lanciato in pompa magna, del nuovo sito internet. Si è passati a nuove scenografie del telegiornale, nuove sigle di radio e televisione… Intanto l’offerta perde quota, la piattaforma multimediale non funziona, il sito internet è in chiara difficoltà”. 

Critiche sono piovute anche per la cosiddetta convergenza, una forzatura (a detta delle maestranze in generale) di mansioni fra informazione televisiva, radiofonica e multimediale; non solo per i costi che l’operazione comporta, ma anche per gli oggettivi problemi logistici e una “fumosa” linea editoriale. 

Perché, invece, non investire maggiormente, per quanto riguarda soprattutto la tv, in trasmissioni “made in Rsi” che hanno sempre dimostrato di poter competere con lo zapping selvaggio dello spettatore moderno? Penso a Fax, a Falò, Patti Chiari, Storie, Micromacro e Controluce, capaci di trattare al meglio temi quali l’economia, la società, la salute, il costume, l’attualità, la cultura. Penso ai bellissimi documentari di giornalisti di casa nostra, capaci di offrire un prodotto completo, dalle riprese al montaggio. Penso alle interessantissime interviste e appuntamenti della nostra radio. Tutte trasmissioni capaci di dare un valore aggiunto alla già variegata offerta televisiva di mezzo mondo (o si dovrebbe parlare oggi, era della parabola, dell’intero pianeta). Rimpiango così quella “T” cancellata con troppa fretta dal piccolo schermo. Una “T” che mi faceva pensare a una televisione e a una radio orgogliose della loro ticinesità.


21.02.2010 - 01:00
 
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