Escludere la politica dalle scelte che interessano la radiotelevisione per la maggioranza dei partiti, Ppd e Plrt in testa, non sarebbe giusto. “Discutere se l’influenza della politica sulle nomine che interessano Corsi e Rsi sia troppa o troppo poca, è una questione soggettiva - sostiene ad esempio Walter Gianora, presidente del Plrt -; quel che conta è ribadire che la politica ha il dovere e la responsabilità di rappresentare la sensibilità del Paese all’interno di un organismo come la Rsi, titolare di un mandato pubblico. Questo ovviamente in modo non disgiunto da criteri di competenza che valgono ancor di più per la nomina del direttore”.
Concetto analogo a quello espresso da Paolo Beltraminelli, capogruppo Ppd, e membro del cda della Corsi: “La Rsi quale servizio pubblico deve rappresentare le varie aree, le diverse sensibilità presenti nel Paese - sostiene Beltraminelli - ma è pacifico che il direttore dovrà essere scelto con criteri aziendali, dovrà essere competente e garante del pluralismo”. È altrettanto importante, ricorda Beltraminelli visto il cambiamento del ruolo della Corsi da organismo di gestione a controllo di qualità dei programmi, “che per il futuro presidente, unico rappresentante nel Cda di Berna si dovrà pensare ad una persona dal profilo moderato, capace di difendere gli interessi della Svizzera italiana”.
Non diversamente Pierre Rusconi, presidente dell’Udc, ricorda che è prassi che la politica condizioni le nomine dei vertici non solo in Tv “ma in tutti gli enti parapubblici. E fintanto che sarà gestita con soldi pubblici la politica entrerà nel merito rispetto alle nomine, perché chi paga comanda”, L’indipendenza della Rsi, per Rusconi dipende dalla personalità del direttore: “Se saprà astrarsi da chi l’ha nominato, garantirà autonomia. Altrimenti rischierà di essere servo due volte, della politica e dall’establishment della Rsi”.
Di diverso parere invece la sinistra. Per Manuele Bertoli, Ps, la politica dovrebbe stare fuori dalla Rsi. “Ma su questo tema c’è una grande ipocrisia, visto che al momento delle scelte si continua come sempre. Personalmente avevo proposto che i politici in carica non facessero più parte della Corsi. Così come credo che il consiglio di stato non debba nominare il rappresentante nella Corsi. Un primo passo: ma la mia proposta è stata bocciata”, E si continua come sempre.
Una situazione che per Sergio Savoia, coordinatore dei Verdi, ha un’influenza nociva: “mai come adesso la nostra tv ha reputazione così bassa”. Colpa dell’eccessiva influenza della politica: “Tutte le nomine, da un certo livello - sostiene Savoia - sono frutto di valutazioni politiche e non professionali. Questo ha determinato l’attuale basso livello della nostra televisione. Preciso: un ragionamento d’ordine politico per la nomina del presidente della Corsi, in fondo ci può stare: il problema nasce quando il direttore e tutto il resto del management radiotelevisivo ticinese al 90% viene scelto con questi criteri. Si tratta di nomine che dovrebbe essere effettuate esclusivamente con criteri professionali. In passato non era così, si pensi a Marco Blaser, a Jacky Marty. Con l’avvento di Ratti alla direzione della Rsi, e di Salmina ciò non è più avvenuto: sarà magari un caso, ma qualche disastro s’è fatto”.
Infine Giuliano Bignasca, leader della Lega, secondo cui problema va capovolto: “È la televisione che conta molto in politica, i politici non contano niente sulla televisione. Le nomine vengono effettuate con il manuale “Cancelli”, noi abbiamo ad esempio designato Giorgio Salvadè nella Corsi: ma è meglio starsene fuori sennò non ci chiamano più alle trasmissioni”.