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Da padre a papi e a mammo, ecco come cambia la paternità

Papà

Chiara Saraceno


La paternità è la dimensione dell’identità sociale e individuale maschile che forse ha conosciuto più cambiamenti da cinquantanni a questa parte, nelle società sviluppate. Questi cambiamenti in parte sono simmetrici a quelli avvenuti nella maternità, ed in qualche misura ne sono una conseguenza. In parte tuttavia ne sono autonomi. La prima grande trasformazione riguarda il fatto che oggi l’accesso alla paternità è esplicitamente mediato dalla libertà, e quindi consenso, femminile. Ovviamente la necessità della mediazione femminile esiste da sempre ed ha un rilievo ben più rilevante della solo apparentemente simmetrica necessità di una mediazione maschile per accedere alla maternità. Lo stesso istituto del matrimonio esprime esplicitamente, nella sua storia, la necessità di questa mediazione mentre ne rovescia i rapporti di potere: è il matrimonio che rende automaticamente l’uomo padre di tutti i figli della moglie e fa di questa la madre dei figli dell’uomo.Ciò che è cambiato è il fatto che il desiderio e la libertà femminile oggi non possono essere ignorati e al contrario hanno la priorità. E’ la donna che deve acconsentire a diventare madre, a fare del proprio corpo un corpo materno. Ciò è reso possibile dall’esistenza di strumenti contraccettivi femminili, e da leggi, come quelle che consentono l’aborto, che in tutti i paesi occidentali privilegiano la decisione della donna su quella dell’uomo, ri-allineando il potere decisionale con  la maggior responsabilità e coinvolgimento (nel corpo e nella mente) femminile nella procreazione. Ma è reso possibile soprattutto da mutamenti culturali e sociali, che hanno reso un po’ più simmetrici i rapporti uomo-donna e hanno consentito alle donne maggior potere negoziale nei rapporti di coppia. Si è trattato, tuttavia, di un cambiamento non solo in una direzione. Se oggi le donne hanno maggiore possibilità di decidere se, quando, con chi divenire madri, e quindi di “rendere padri” gli uomini, lo sviluppo tecnico ha dato a questi ultimi i mezzi di verificare la propria effettiva paternità (biologica). I test del DNA che oggi si possono acquistare anche via internet e somministrare in segreto, hanno di nuovo scompigliato le carte. Se oggi una donna, oltre a rifiutarsi di avere un figlio, può anche dichiarare che il marito non è padre del figlio che c’è, un uomo può dare corso ai propri dubbi acquistando su internet – legalmente o meno – un kit per il test di paternità.

Per altro, quest’ultimo sviluppo, che mette al centro la paternità biologica e il primato del sangue, è in contrasto con un altro importante cambiamento nella paternità: la crescente importanza che in essa assume la relazione di cura. Questo cambiamento è particolarmente evidente nei padri più giovani e nei confronti dei bambini più piccoli. Si tratta di un vero e proprio mutamento nei modelli culturali, che rovescia assunti dati per scontati, anche tra gli psicologi dell’età evolutiva, oltre che nel senso comune, circa l’irrilevanza della relazione padre-bambino nei primi anni di vita e l’incapacità maschile ai compiti di cura nei confronti di bambini piccolissimi. Proprio perché si tratta di un mutamento radicale, a volte esso viene nominato con termini che richiamano immagini femminili e che proprio per questo mettono in dubbio l’adeguatezza (maschile) paterna. Si pensi al termine mammo utilizzato per indicare un padre che accudisce un figlio piccolo. Ma nonostante queste ambivalenze, in tutti i paesi, pur con differenze basate sull’istruzione, il ceto, oltre che su caratteristiche personali, i padri si fanno sempre più coinvolgere nella relazione e nell’accudimento dei più piccoli. E in molti paesi questo viene incentivato anche dalle politiche sociali, tramite quote di congedo genitoriale riservate specificamente ai padri. Tra le ragioni di questo cambiamento c’è indubbiamente l’aumentata partecipazione al mercato del lavoro delle donne-madri ed una richiesta di maggiore condivisione del lavoro famigliare. I padri sono infatti più presenti nella cura dei figli quando le madri lavorano fuori casa. Ma questo cambiamento è anche il segno di una diversa educazione sentimentale dei maschi, che li ha portati ad una maggiore attenzione per le relazioni, a scoprire i bisogni, ma anche il piacere, dell’accudimento e contestualmente anche le proprie capacità a darlo. Ovviamente anche nel passato i padri non erano semplicemente i procacciatori di reddito per la famiglia. E di forti rapporti padri-figli è piena non solo la letteratura, ma l’esperienza individuale. Ciò che è nuovo è proprio questa  presenza attiva e in qualche modo autonoma sulla scena della prima infanzia  e nelle attività di cura. 

Proprio questa maggiore presenza nella cura e nella quotidianeità, e la consapevolezza della importanza della relazione padri-figli, è una delle motivazioni che ha portato molti padri a rifiutare l’automatismo dell’affido dei figli alla madre in caso di rottura del rapporto di coppia ed anche molte legislazioni nazionali a rafforzare l’affido condiviso. Anche se quest’ultimo sviluppo in parte è motivato dall’intenzione di fronteggiare il fenomeno opposto, ovvero l’ abbandono di fatto delle proprie responsabilità da parte di una percentuale non irrilevante di padri una volta consumata la rottura di coppia.

Una maggiore presenza nella cura dei figli non significa che i padri riducono l’impegno lavorativo, al contrario. I dati delle indagini sulle forze lavoro nei paesi dell’Unione Europea mostrano che in quasi tutti i paesi gli uomini che hanno un figlio sotto i sei anni lavorano di più di quelli che non lo hanno, mentre per le donne avviene il contrario, anche se in misura diversa da paese a paese. In altri termini, i padri continuano a dare la priorità al lavoro, riducendo a favore dei figli il tempo libero, mentre le madri riducono sia il tempo per il lavoro remunerato che il tempo libero. E’ molto limitata anche la percentuale di padri che prende una parte del congedo genitoriale, soprattutto dove non vi è una quota riservata e/o dove è compensato poco. Ma anche nei paesi in cui vi è una quota riservata ai padri e il congedo è ben pagato, i padri raramente prendono più della quota loro riservata. Ciò in parte dipende dal fatto che i padri guadagnano più delle madri  o, specie in alcuni paesi, dall’atteggiamento ostile dei datori di lavoro, o anche dal desiderio delle madri di rimanere in congedo più a lungo. In ogni caso conferma che, nonostante tutto, la cura dei figli è considerata una prioritaria responsabilità materna e che l’assenza paterna per lavoro non è considerata un danno per il benessere psicologico di un bambino piccolo in altrettanta misura che l’assenza materna, anche se ci sono differenze tra paesi in entrambi i casi. Ciò è confermato anche dalle indagini di opinione. Ad esempio, nella European Social Survey del 2002 è stato chiesto quanto gli intervistati approvassero o disapprovassero che, rispettivamente,  una madre e un padre con un figlio sotto i tre anni lavori a tempo pieno. Nel caso dei padri, il livello di disapprovazione è risultato molto basso, anche se variabile da paese e paese: da meno del  5% in Danimarca a circa il  15-17% in Ukraina, Slovenia, Svizzera, Austria and Bulgaria. Nel caso delle madri, la percentuale di disapprovazione è risultato molto più alto ed anche più variabile tra Paesi: dal  58% in Ukraina e Svizzera al  16-17% in Finlandia, Cipro e Danimarca.

 

Chiara Saraceno, autrice di questo articolo per il Caffè, già professore di sociologia della famiglia all'Universià di Torino, attualmente è professore presso l'Istituto per la ricerca sociale di Berlino.


14.03.2010 - 01:00
 




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