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Enormi nuvole nere di gas e zolfo sconvolgono clima e temperature

Eruzione

Luca Mercalli


Il 17 giugno 1783 Ignazio Somis, medico di Casa Savoia e studioso di meteorologia, annotava a Torino sul suo registro manoscritto: “nebbia non nostra” per distinguerla dalla “nebbia nostra”, l’usuale fenomeno ben noto nella  pianura padana. Fino alla fine di settembre la strana caligine continuò ad offuscare i cieli piemontesi senza che se ne comprendesse l’origine. Fu Benjamin Franklin che, osservatala anche nel nord America, nel 1784 avanzò l’ipotesi che si trattasse delle polveri emesse da eruzioni di vulcani islandesi. 

La responsabilità, infatti, era della grande eruzione del Laki, iniziata l’8 giugno 1783 e protrattasi fino al 7 febbraio 1784. L’evento espulse probabilmente 14 chilometri cubi di basalto, mentre il volume delle ceneri proiettate fino a 15 chilometri di altezza fu dell’ordine di 0,9 chilometri cubi. Gli “aerosol” contenenti zolfo (forse 120 milioni di tonnellate) e fluoro (otto milioni di tonnellate) provocarono  gravissimi danni in Islanda, inquinando i pascoli e l’acqua, uccidendo il 50 per cento del bestiame e innescando una carestia che provocò 9mila vittime. I “fumi” si diffusero nell’atmosfera di tutto l’emisfero settentrionale, tanto che in Gran Bretagna i mesi caldi del 1783 vennero battezzati “sand-summer”, l’estate di sabbia. Le intossicazioni tossiche si ritiene che causarono 23mila vittime nel Vecchio Continente. Ne seguì un inverno rigidissimo, con altre vittime e stenti, e in America si attribuì al cambiamento del clima indotto dalle ceneri del Laki la comparsa del gelo nel Golfo del Messico. Forse l’eco di quest’eruzione si ritrova pure nel “Dialogo della natura e di un islandese” che il poeta Giacomo Leopardi scrisse nel 1824 citando “i ruggiti e le minacce del monte Ecla”, un altro vulcano dell’isola boreale che era entrato in eruzione precedentemente al Laki, nel 1766. La particolarità di molti vulcani islandesi è quella di giacere sotto una spessa coltre di ghiaccio che si forma durante il periodo di inattività.

Quando il magma si fa strada verso la superficie causa la fusione di centinaia di metri di spessore di ghiaccio sovrastante con la formazione di enormi tasche d’acqua interne alla calotta glaciale. Infine, allorché quest’ultima, sottoposta alla pressione del liquido e al collasso strutturale, cede di schianto, una valanga di acqua, detriti, ceneri e blocchi di ghiaccio si precipita a valle: è la “jokulhlaup”, un termine locale che è entrato a pieno titolo nel lessico glaciologico e vulcanologico internazionale.

Una delle più grandi jokulhlaup della storia fu causata dall’eruzione del vulcano Grismvotn, sotto il ghiacciaio Vatnajokull, nell’ottobre 1996. Quando le pareti di ghiaccio della “caldera” -riempitasi di quattro miliardi di metri cubi d’acqua e fango - cedettero, ne scaturì un’onda di piena che il 5 novembre raggiunse un picco di 45mila metri cubi al secondo, pari alla portata del fiume Congo. Probabilmente fu una delle più spaventose alluvioni di cui l’uomo contemporaneo sia stato spettatore, ma al tempo stesso una delle meno dannose. Il fatto che l’evento si fosse verificato in una zona disabitata, e fosse stato pure ampiamente previsto da settimane, procurò solo il crollo di un ponte e l’asportazione di una decina di chilometri di strada; in totale una trentina di milioni di dollari di danni. Ben peggio è andata nel caso dell’eruzione del Nevado del Ruiz, una vetta glaciale di 5.321 m in Colombia. Venti milioni di metri cubi di detriti ardenti, il 13 novembre 1985,  fusero il ghiaccio causando un “lahar”, ovvero una colata piroclastica di fango. L’onda di piena, alta fino a 40 metri, percorse 74 km in poco più di un’ora e travolse il villaggio di Armero, reclamando 23mila anime. Ma con ghiaccio o senza ghiaccio, le eruzioni vulcaniche rappresentano un importante elemento di influenza sul clima della Terra.

Le particelle di ceneri e soprattutto i gas contenenti zolfo, hanno la capacità di opacizzare l’atmosfera e riflettere una parte della radiazione solare causando così un leggero raffreddamento. L’effetto si protrae in genere per un paio d’anni, fino a quando le impurità non si depositano lentamente al suolo o vengono lavate da piogge e nevicate. Non tutte le eruzioni hanno tuttavia effetti misurabili sul clima: dipende dalla quantità e qualità delle sostanze emesse, e dalla quota alla quale riescono ad arrivare. Le eruzioni di tipo  esplosivo sono in genere le più efficaci nel modificare il clima, in quanto proiettano fumi e particelle solide fin nella stratosfera, ad oltre 30 km di quota.

Il vulcano indonesiano Tambora, nell’aprile 1815 sputò fuori 50 km3 di magma e le sue polveri sparate in stratosfera in quella che è stata la maggior eruzione dell’era moderna, causarono nel 1816 “l’anno senza estate”.

Nel gennaio 1835 il vulcano Coseguina, in Nicaragua, diffuse in atmosfera tanta cenere da provocare quattro anni di freddo intenso su tutta Europa, Nord America e Giappone. A Torino gli annali meteorologici riportano che il novembre 1835 fu il più freddo di 250 anni e il primo maggio nevicò a Lione, Basilea, Tolosa e Chambéry; il 23 maggio 1837 nevicò pure a Cuneo e si ebbe la primavera più fredda di oltre due secoli. In genere la diminuzione della temperatura globale a causa delle eruzioni vulcaniche non arriva a mezzo grado, ma a livello locale gli effetti possono essere come abbiamo visto molto più rilevanti. L’ultima esplosione vulcanica a lasciare una traccia evidente sul clima planetario è stata quella del Pinatubo nelle Filippine, il 15 giugno 1991: la diminuzione globale di temperatura nei due anni seguenti fu di circa 0,3 gradi. Un effetto collaterale meno grave delle polveri vulcaniche consiste nei tramonti rossi che per alcuni anni regalano panorami mozzafiato, immortalati perfino sulle tele di Turner. E infine, da cent’anni a questa parte, la novità del disturbo delle ceneri sull’aviazione: a seconda del gioco dei venti che distribuiscono i sottili frammenti vitrei e rocciosi lungo rotte più o meno frequentate, le autorità aeronautiche possono bloccare completamente il traffico per evitare rischi dovuti a guasti alle turbine o problemi di visibilità. È già avvenuto in molti casi, ma l’evento dell’Eyjafjallajokull di questi giorni è stato particolarmente gravoso in quanto i venti occidentali hanno sparso le ceneri sul frequentatissimo spazio aereo europeo. Insomma, anche nell’era supertecnologica, un remoto pennacchio di fumi perso nel nord Atlantico può mettere in ginocchio la società civile. Ha ancora ragione la Natura di Leopardi che risponde all’islandese: “Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che [...] ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo [...] io non me n’avveggo [...]; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E [...] se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.


18.04.2010 - 01:00
 
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