Si cerca un eremita per la chiesa di Mogno: la notizia, di questi giorni, fa sorridere. Non tanto perché la figura dell’eremita sembra un po’ fuori moda, ma per il nuovo stile che la figura dovrebbe assumere. Infatti, spiega il promotore dell’iniziativa, si tratterebbe di “una guida nel senso più pieno del termine - uomo o donna poco importa - che sia pronta ad abbracciare lo spirito del luogo e ad essere sempre presente sul posto per incontrare i visitatori, rispondere alle loro domande, spiegare e discutere cosa ci sia dietro gli aspetti tecnici e filosofici dell’opera”.
Strano eremita, davvero. Un eremita chiacchierone, socievolissimo, cicerone competente, per metà guida turistica e per metà guida spirituale. Fa sorridere l’uso del termine “eremita” per chi ne conosca il senso originario e la storia. In greco, la parola significa “solitario”, dedito a una vita solitaria. Ed eremiti erano, infatti, coloro che si ritiravano dal mondo per dedicarsi, nel silenzio, alla contemplazione e al colloquio con se stessi e con Dio; ma questo nuovo “eremita” sarà invece indaffarato a chiacchierare con le migliaia di turisti che ogni anno salgono nell’alta Lavizzara per visitare la pregevole opera architettonica.
L’idea di un accoglitore competente che erudisca i turisti non è affatto da respingere, sia chiaro. L’appellativo che gli è dato, invece, induce a riflettere su un fenomeno tipico del nostro tempo: il rifiuto della solitudine. Per un eremita tra i più venerati nell’Italia meridionale, San Nilo Abate, la solitudine era l’unica vera beatitudine. Petrarca scrisse, in lode della solitudine, un libro bellissimo, il “De vita solitaria”. Ai loro tempi - e fino a non troppi decenni fa - il gusto della solitudine non era appannaggio dei soli eremiti: in dosi giuste, con frequenze più o meno quotidiane, ogni uomo che non fosse sciocco sentiva il bisogno di appartarsi, sgombrare la mente, passeggiare in silenzio o sostare - come Rousseau sul lago di Bienne - sulle rive di un corso d’acqua per averne il mormorio invece del vociare della folla. Era, insomma, il “secum esse” (lo “stare con se stessi”) raccomandato da Seneca e dalla saggezza di tutti i tempi. Ma oggi chi passeggia per i boschi, anche se non in compagnia, molto spesso ricorre ad auricolari che lo tempestano di musica, oppure parla con un cellulare accostato all’orecchio e sta in compagnia d’altri mentre è fisicamente solo.
Qualcuno pensa che l’uomo d’oggi non sappia più tollerare il silenzio. Può essere; ma, più probabilmente, non sa più ricercare e apprezzare la compagnia di se stesso. “E se tu sarai solo, sarai tutto tuo”, scriveva Leonardo da Vinci: ma bisogna essere interiormente ricchi per volere la piena appartenenza a se stessi. D’altra parte, l’arricchimento interiore richiede raccoglimento e silenzio: la vita intima e la profondità dell’io crescono nel colloquio con se stessi, in quell’abbandonarsi quieto a ricordi, fantasie, riflessioni, pensieri in cui un uomo cerca il suo io e a poco a poco si scopre diverso e migliore. Così, almeno, è stato fino a ieri. Ma la nostra, sappiamo, è la civiltà della comunicazione; oppure, dice qualcuno, della chiacchiera.