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L’analisi

L’ingordigia succhia
dalle arterie di Madre Terra


Fulco Pratesi


Qualcosa di brutto sta accadendo al nostro pianeta.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito, infatti, a un susseguirsi di avvenimenti che non lasciano ben sperare circa la salute di Madre Terra.

A iniziare dai fenomeni, definiti naturali nel senso che la loro origine non è imputabile all’uomo. 

Terremoti sempre più frequenti e distruttivi, maremoti e tsunami da essi provocati, eruzioni vulcaniche che devastano territori e mettono a rischio  con le loro emissioni i voli aerei. A questi disastri si aggiungono quelli in cui l’attività umana è sempre più implicata: penso allo scioglimento dei ghiacci, alle tremende siccità, agli uragani e alle alluvioni, alle desertificazioni e alle ondate di gelo, di cui l’aumento della temperatura globale legata all’uso eccessivo e irresponsabile di combustibili fossili è la causa principale.

Nella catastrofe del Golfo del Messico, la responsabilità dell’uomo è gravissima.

Qualche dato. In quel tratto di mare tiepido e pescoso da cui trae la sua origine la calda Corrente del Golfo,  operano oggi quasi 4.000 piattaforme petrolifere come quella in cui l’incidente si è scatenato.

Come zanzare assetate del nero sangue di Madre Terra, le trivelle succhiano greggio nei fondali marini per soddisfare la sete di energia degli Stati Uniti, terzo produttore mondiale e primo consumatore con 7,6 miliardi di barili l’anno.

D’altra parte il mondo più sviluppato, con i suoi Suv, le sue abitazioni gelide in estate e torride in inverno, le sue luminarie, i suoi eserciti di vetture e il suo consumo (e spesso spreco) di prodotti derivati dal petrolio, è responsabile, oltre che dell’inquinamento atmosferico, del progressivo esaurimento delle risorse fossili, a tutto danno di coloro che dopo di noi dovranno vivere sul Pianeta.

A un certo momento, l’ago di una delle siringhe si è spezzato. E, come da una arteria femorale, il nero sangue petrolifero sgorga oggi, al ritmo di 5000 barili al giorno, a 1500 metri di profondità. Nessun confronto è possibile con i naufragi di petroliere, le cui cisterne possono contenere anche 300.000 tonnellate di greggio. Qui, il serbatoio da cui proviene il fluido vischioso, nero e tossico, è potenzialmente immenso. 

E questo rende più imprevedibile il tempo e lo spazio in cui la marea nera potrà essere fermata e i suoi tremendi effetti restaurati.

Ma un effetto positivo in questa immane tragedia potrà essere trovato sia nell’immediata decisione del presidente del maggiore consumatore di petrolio del mondo, Barak Obama, di fermare altre trivellazioni petrolifere in mare, sia dalla sempre maggiore e generale consapevolezza che non si possa più andare avanti in un consumo senza limiti di risorse fossili (oltretutto inquinanti) e che gli impegni nello sviluppo di fonti alternative dovranno collocarsi al primo posto nelle politiche, non solo energetiche, di tutti i paesi, pena l’avverarsi della profezia Maya che porrebbe la fine del mondo al 21 dicembre del 2012.

2010-05-02



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