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Occhi da diseredati
puntati sulla favela

Giuseppe Bizzarri

Sulla più antica bidonville di Rio de Janeiro sono apparse le gigantografie dei ritratti degli abitanti Un’enorme mostra a cielo aperto per attirare l’attenzione della città sulla miseria della periferia

Da un po’ di tempo l’attenzione della gente che cammina per le strade di Gamboa, lo storico quartiere portuale di Rio de Janeiro, è puntata sull’inusitata vista di ciclopici occhi che, dall’alto della favela di Morro da Providencia, guardano intensamente la città. Gli sguardi nelle grandi foto incollate ai muri dell’antica e affascinante bidonville carioca, fondata agli inizi degli anni Venti da ex schiavi e reduci della guerra di Canudos, sembrano vivi. Le immagini fanno parte dell’audace progetto fotografico di Jr, il venticinquenne fotografo della periferia di Parigi, noto per le sue mostre in impensabili luoghi del mondo, come quella realizzata l’anno scorso lungo il muro di Hebron in Palestina. Jr, che tiene segreta la propria identità, è tornato in azione circa un mese fa, quando, assieme ad altri nove esperti multimediali europei, e senza alcun permesso formale, se non quello dei narco trafficanti e residenti della bidonville, ha preso alloggio nella favela per fotografare ed esporre i ritratti degli abitanti nella particolare esposizione a cielo aperto. L’esibizione fotografica di Jr ha come titolo Women are heros, ed è una delle tappe mondiali di un ciclo di mostre dal contenuto sociale molto forte che prende il nome di 28mm.  

Gli occhi nelle foto s’incrociano con quelli dei passanti che camminano nella città in basso, quella sull’asfalto, lontana dai morros, le montagne, dove vive arroccata nelle favelas un’altra Rio de Janeiro. Sono stati i discendenti di Providencia che hanno usato per primi la parola favela in Brasile, per indicare lo slum edificato di fronte alla baia di Guanabara, dove oggi, a poca distanza, un nugolo di grattacieli segna il cuore finanziario carioca, e il punto in cui è iniziata ad esistere la città. «Sei qui per i gringos? Li trovi in cima. Sono sempre là, puoi salire, non ci sono problemi», rivela seccata la rappresentante dell’Associazione degli abitanti di Morro da Providencia, la quale non ne può più di dare informazioni ai giornalisti che chiedono notizie su Jr. È pomeriggio. Stranamente non c’è nessuno lungo l’infinita rampa di scale che porta nel cuore della casbah sudamericana. Non si vedono neanche gli olheros, le vedette del Comando vermelho, la fazione narco trafficante che domina nel morro. Ma sono là, da qualche parte. Salendo i gradini, la baia rivela lentamente la sua infinita bellezza: numerose navi sono in rada, altre sono attraccate alle banchine del porto, e sullo sfondo, il lunghissimo ponte che unisce Rio de Janeiro a Niteroi, si staglia all’orizzonte come se fosse un lungo cordone ombelicale. La fantastica vista mi riportano alla mente le parole della famosa urbanista carioca Lu Petersen: «Se le città medioevali in Europa sono diventate uno spot turistico mondiale, perché mai le bidonville cariocas non potrebbero avere lo stesso destino», affermò l’architetta che negli anni scorsi ha pensato bene di realizzare un progetto pilota di turismo proprio in questa storica bidonville, dove sono saliti Tommaso Marinetti, Le Corbusiers, Blaise Cendrars, Albert Camus, Orson Wells e Walt Disney. La Petersen è una delle ideatrici di Favela bairro, il famoso piano urbanistico del comune di Rio de Janeiro, con cui la città “auto costruita”, quella delle favelas, potrà diventare ufficialmente un quartiere grazie alla costruzione di fogne, strade, scuole e ospedali. Il progetto vorrebbe recuperare non solo le bidonville della sterminata periferia carioca, ma anche quei morros che, per la loro privilegiata ubicazione nel magnifico scenario naturale della città, possono diventare poli d’attrazione turistica. 

I pensieri sono interrotti dalle grida di una donna che, arrabbiata con suo figlio, esce improvvisamente da una casa: «Tudo bem?» dice Silvana, la quale è sorpresa di vedere lassù uno sconosciuto. La casa della donna è a poca distanza da uno dei giganteschi occhi fotografati dall’enigmatico francese. «Sì, la mostra è molto bella, ma vorrei che qualcuno mi spiegasse il significato di queste foto», chiede la donna tenendo per mano il ragazzino. La brasiliana dice che Jr e i suoi amici sono gentili, educati, e aggiunge anche che molta gente della comunità li ha aiutati ad incollare le foto sulle facciate delle case. Continuo a salire le scale, ma di Jr e la sua equipe non c’è traccia. Da un vicolo, finalmente, spunta un giovane che porta a tracolla una macchina fotografica. Non è Jr, ma Maurício Hora, il fotografo che è nato e vive a Providencia: «Ma sei salito da solo?», chiede. Gli rispondo che la rappresentante della comunità ha detto che non ci sarebbe stato nessun problema con i narcos. «Quello che dice l’associazione non è sempre giusto», ribatte il brasiliano. A poca distanza da noi, due ragazzi, certamente non brasiliani, sono impegnati a fotografare una ragazza affacciata alla finestra di una casa. Uno di loro la riprende ripetutamente a cortissima distanza. Capisco che è Jr, il quale, seccato, chiede a Maurício di non volere nessuno attorno mentre fotografa. Il brasiliano ci tiene a dire che Jr è simpatico, ma ama lavorare concentrato. Sono in ogni modo presentato al giovane parigino che si rivela davvero cordiale. Non ha tempo, ma concordiamo l’intervista per il giorno dopo. Maurício, però, anticipa alcune cose sull’esposizione: «Il progetto è iniziato nel 2005 a Parigi, durante le celebrazioni della presenza culturale del Brasile in Francia. 800 foto del Morro da Providencia, realizzate dagli abitanti della favela e da me, furono esposte nella stazione di Luxemburg. Jr vide la mostra e rimase estasiato dalla bellezza del morro; più tardi entrò in contatto per chiedermi di aiutarlo ad organizzare il progetto nella comunità», racconta Maurício. 

L’appuntamento del giorno dopo con Jr è di fronte all’entrata della Cidade do Samba, il grande edificio arancione di fronte alla favela, dove gran parte delle scuole di Samba cariocas creano i loro costumi e costruiscono i carri allegorici per le sfilate di Carnevale. “Non rivelo il mio nome perché non voglio essere riconosciuto nei controlli di polizia quando arrivo agli aeroporti. Quello che faccio, spesso, non è permesso in molti paesi dove sono in corso conflitti, esistono condizioni sociali problematiche. Ma l’anonimato lo mantengo anche perché voglio che l’attenzione della gente si concentri più sull’opera che su di me”, spiega Jr indossando un cappello e tenendo occhiali scuri in viso. Gli occhi nelle foto - secondo Jr - appartengono ai famigliari delle vittime uccise dalla repressione delle forze dell’ordine brasiliane nella favela. Jr si riferisce soprattutto alle prevaricazioni effettuate dai soldati dell’esercito brasiliano che, dal dicembre del 2007 al 28 giugno scorso, ha occupato Providencia. Tra le foto incollate alle facciate delle case, c’è anche quella di Benedita Monteiro, la nonna di David da Silva, uno dei tre giovani assassinati dai narco trafficanti nella favela della Mineira, dopo essere stati consegnati da 11 militari alla gang Amigos dos amigos, fazione antagonista al Comando vermelho che, invece, controlla il traffico di droga a Providencia. A seguito dell’inquietante episodio di violenza, gli abitanti si sono rivoltati contro l’esercito, spingendo il governo federale a ritirare i soldati. L’intervento delle Forze armate nello slum era stato richiesto dal pastore Marcelo Crivella, leader del Partido republicano brasileiro, braccio politico dell’Igreja universal do reino de Deus, il quale aveva richiesto l’uso dei militari per assicurare il proseguimento dei lavori di Cemento social, un programma di ristrutturazione edile della favela, promosso dallo stesso capo della potente setta evangelica che controlla la più grande lobby politica presente in quasi tutti i partiti politici in Brasile. Cemento social doveva essere uno degli assi nella manica del leader evangelico per riuscire ad essere eletto sindaco di Rio de Janeiro alle prossime elezioni comunali di ottobre in Brasile. «Non voglio dare con la mia installazione un messaggio politico, ma desidero che serva a far riflettere la gente», afferma Jr, il quale ritiene che la partecipazione degli abitanti nella favela è essenziale nel suo lavoro, poiché aiuta a far crescere l’autostima delle persone che vivono dimenticate nella sofferenza e in povertà.

 

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edizione 2008-09-28

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