Trentuno punto 25 Nord e trentaquattro punto 20 Est: queste sono le coordinate da inserire per raggiungere la terra, una striscia di terra, chiamata Gaza. Questo lembo di territorio palestinese, bagnato dal Mediterraneo e racchiuso tra Egitto ed Israele e lungo 40 e largo 10 chilometri, è abitato da più di 1,4 milioni di Palestinesi. La striscia di Gaza ha una tra le maggiori percentuali di densità di popolazione al mondo. I confini furono stabiliti nel 1948 dopo la creazione dello stato d’Israele; da allora fu occupata dall’Egitto fino al 1967 e poi passò sotto il controllo israeliano. Nel 2005 l’esercito israeliano formalmente si è ritirato dalla Striscia, ma di fatto continua a detenere il controllo dei confini, dello spazio aereo e di mare. Gaza City è il centro urbano più esteso, con 400 mila abitanti, punto di riferimento commerciale ed amministrativo per tutti i territori occupati, anche se i movimenti tra la Striscia ed il West Bank sono molto limitati. Gli altri centri più importanti sono Khan Younis (200 mila abitanti) situata nella parte centrale della striscia, e Rafah (150 mila abitanti) situata a sud.
La maggior parte della popolazione è composta da rifugiati fuggiti o espulsi dalle loro terre nel 1948, che vivono ancora oggi, in gran parte, negli otto campi profughi gestiti dall’Onu, tra i quali l’ormai tristemente famoso Jabaliya. Una barriera di metallo costruita dagli Israeliani divide Israele dalla striscia di Gaza; inoltre vi è una zona tampone di altri 300 metri dalla parte della Striscia sempre controllata dall’esercito israeliano. Un grande carcere a cielo aperto, questa è la prima impressione che si ha arrivando al valico di Erez, dal quale è possibile raggiungere la città. Pochi i fortunati: qualche palestinese ferito o gravemente malato o un giornalista accreditato. Anche il mio permesso non è ancora stato confermato, seppur appoggiato dalle autorità svizzere. È da giorni che aspetto il nullaosta dall’ufficio di coordinamento israeliano, è da giorni che per ragioni di sicurezza mi viene rifiutato. Fa sicuramente parte di un sistema per limitare l’accesso agli occidentali. Alti funzionari di organizzazioni internazionali, ministri e uomini politici si sono ritrovati nella mia stessa situazione. Sono fortunato, si fa per dire, dopo la lunga attesa finalmente ottengo il permesso. Luce verde alla mia entrata, luce verde che rappresenta anche la segnaletica da seguire in una procedura lunga, complicata e umiliante per superare gli alti muraglioni che separano Israele dalla Striscia. Due mondi: lascio alle spalle i palazzi, le villette degli insediamenti e gli autogrill per ritrovarmi davanti alle macerie di una città sotto assedio. L’assedio della striscia di Gaza è continuato anche e soprattutto dopo il ‘ritiro’ degli israeliani e si configura come una forma di punizione collettiva contro i civili palestinesi . Dal giugno 2006 tutti i valichi sono chiusi e questo assedio totale ha avuto un impatto disastroso sulla situazione umanitaria ed ha violato i diritti economici e sociali della popolazione civile palestinese particolarmente il diritto a condizioni di vita dignitose, il diritto alla salute e all’educazione ed ha paralizzato interi settori economici. Le chiusure condizionano il flusso di scorte alimentari, medicinali e altri generi come il carburante, materiali di costruzione e materie prime per i vari settori economici. Dietro all’ultimo cancello sgangherato mi aspetta Nael, un giovane giornalista che assieme al suo autista mi accompagneranno durante il soggiorno in città. Pochi chilometri mi separano dal ‘paradiso’ e già la situazione si presenta in tutta la sua drammaticità.
A bordo della nostra vecchia Passat ripercorriamo il tragitto percorso lo scorso anno dalla colonna di carri armati israeliani. L’immagine è indescrivibile: stabili rasi al suolo, zone industriali completamente distrutte, palazzi popolari bucati dai colpi delle mitragliatrici di “Piombo fuso”, strade sterrate,… Incrociamo una donna che con il suo carretto trainato da un asino trasporta alcuni sassi che in un centro di raccolta verranno trasformati in materiale da costruzione. Infatti, a seguito dell’embargo più completo imposto a Gaza, tonnellate di sacchi di cemento e centinaia di bulldozer, donati dalla comunità internazionale, sono rimasti nei depositi egiziani. Raggiungiamo il centro di Gaza e restiamo colpiti dalla presenza di generatori: anche l’erogazione di elettricità e limitata. “Viviamo grazie agli aiuti internazionali” spiega Nabil, un giovane padre di famiglia che ci accoglie nella sua umile dimora. “Sono impiegato del comune e ricevo un piccolo salario versato dalle autorità palestinesi di Ramallah, che sono finanziate dall’Unione Europea”. C’è una lunga coda davanti ad un ufficio postale: tutti colleghi di Nabil in attesa del salario.
Decidiamo di fermarci presso una scuola elementare che ospita oltre 500 bambini. “Per poter garantire un minimo di istruzione proponiamo due turni giornalieri” ci spiega la maestra che ci accoglie nella sua aula dove i segni della guerra sono ancora ben visibili. Un terzo dei ragazzi ha perso la casa, la metà ha avuto delle vittime in famiglia e un quarto ha paura e deve essere seguito dal servizio psicologico.
La classe ha il compito di esprimere con un disegno i propri sogni: un tema semplice, ma che incontra difficoltà. A parte qualche simbolo della lotta di liberazione palestinese, osservo un campo di calcio, una casa con giardinetto, un cane… I sogni di tutti i bambini, ma quelli di Gaza fanno fatica ad immaginarseli. Una generazione che oltre alla dignità ha perso pure la capacità di sognare. Questo è preoccupante.