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Speculazione

Giuseppe Turani

Le grida contro la speculazione, che ci sono sempre state, sono diventate molto più intense e quasi quotidiane da almeno un paio d’anni. E cioè dall’inizio della Grande Crisi, quella cominciata con i famosi titoli sub-prime e che ha quasi messo in ginocchio l’economia del mondo intero. Rispetto ai tempi antichi c’è comunque una novità e importante: a gridare contro la speculazione, con accenti che sembrano presi dai vecchi comizianti della sinistra, sono rispettabili politici (anche e, soprattutto, di destra) europei. Anche Obama, comunque, non si lascia sfuggire occasione per mandare qualche accidente alla speculazione. 

Tutto quello che è successo in questi due anni viene messo sul conto della speculazione (mai definita meglio) e dei banchieri. Anzi, spesso si fa un po’ di confusione, lasciando intendere che si tratta della stessa roba. Gente avida, con retribuzione miliardarie (vero), totalmente priva di scrupoli e forse anche un po’ rozza e ignorante (visto il casino che ha combinato). E invece siamo di fronte a due categorie ben distinte. 

Ma, soprattutto, va detto chiaro e tondo che la speculazione non esiste (e vedremo perché). Di solito esistono, invece, risparmiatori troppo avidi e troppo poco svegli e politici un po’ troppo furbi e sempre pronti a scaricare la colpa della loro incompetenza (o peggio) su qualcun altro. 

Cerchiamo di spiegare come stanno le cose. La speculazione non esiste perché non esiste alcuna “cupola” che si ritrova al sabato sera per andare contro l’euro o contro qualsiasi altra moneta. Esistono invece decine di migliaia di operatori e di gestori di fondi dei risparmiatori, i quali sono responsabili dei soldi loro affidati. Queste decine di migliaia di operatori non si conoscono nemmeno, stanno infatti nei quattro angoli del mondo: da Austin nel Texas a Osaka in Giappone o a Sidney in Australia, ma ormai anche a Kiev. E ci può essere l’operatore inserito nella struttura di una grande banca d’affari. Come può esserci il commercialista di una città di provincia con però abbastanza clienti da consentirgli di affacciarsi su mercati importanti e delicati. C’è di tutto, insomma. 

Ma non basta. Si tratta di gente che, mediamente, deve agire in fretta. Spesso non ha nemmeno il tempo di fare una telefonata. Se sui loro terminali vedono che una moneta (o un titolo) cominciano a scivolare, non hanno il tempo per porsi troppe domande o per convocare una riunione. Devono muoversi in fretta e cercare di vendere (nel caso di ribasso) il loro titolo prima che gli altri (in qualche posto nel mondo) lo buttino giù prima di loro. 

Si tratta di un lavoro dove il tempo vale davvero moltissimo. E infatti nelle sale operative delle banche d’affari sono molto richiesti non solo gli esperti di finanza, ma anche (se non soprattutto) gli esperti di matematica e di programmazione. Il segreto sta infatti nell’istruire intere batterie di computer affinché, spesso pigiando un solo tasto, si liberino di colpo di tutta una serie di titoli e di posizioni su valute. Un solo esempio: fino a non molto tempo fa (ma credo ancora oggi) c’erano molti programmi che, di fronte a un aumento del prezzo del petrolio,si liberavano dei titoli italiani (perché la nostra è un’economia troppo dipendente dal greggio) per spostarsi su Paesi nei quali il petrolio pesa meno sui costi delle aziende. 

Qualcuno avrà notato, scorrendo le cronache di questi giorni,  che quando i mercati sono diventati roventi è stato impartito (dalle autorità) l’ordine di spegnere i computer. I computer, infatti, poiché agiscono con velocità incredibili, possono generare delle vere e proprie valanghe finanziarie. E quindi, quando la temperatura dei mercati sale molto, si preferisce tornare ai vecchi metodi (“a mano”), perché così gli operatori hanno un po’ più di tempo per riflettere. 

Quello che fanno, insomma, è tenere d’occhio i mercati nel tentativo di capire quello che accade per poi intervenire. La loro missione (e scopo della loro vita professionale) è piuttosto semplice: cercare di trovare le occasioni migliori per gli investimenti che devono fare per conto dei loro clienti. 

Nel suo lavoro, un operatore finanziario (o un gestore di patrimoni) non ha il tempo (e nemmeno la possibilità) di porsi tante domande. Se fiuta che in Grecia ci sono dei problemi e che questo può ripercuotersi sulla quotazione dell’euro, non ha molte scelte: deve liberarsi in fretta e furia degli euro che ha in portafoglio. Se non lo fa, perde i soldi dei suoi clienti ed è un pessimo gestore. E, comunque, se non è lui a vendere l’euro, sarà un altro. Anzi, saranno migliaia di altri. E il suo “sacrificio” non varrà niente.

Il problema della “speculazione” sull’euro (sceso del 20 per cento in pochi mesi) non sta, insomma, negli “speculatori” (che non esistono), ma sta nell’euro. Fino a quando l’euro non ha avuto problemi, la “speculazione” è rimasta buona e tranquilla e si è occupata d’altro. Ma, a un certo punto, si è capito che in Grecia (e forse anche in Portogallo, in Spagna e in Italia) c’erano dei problemi seri. I conti pubblici, cioè, o erano del tutto saltati (Grecia) o erano comunque molto brutti. 

A quel punto Joe Smith di Austin nel Texas, davanti alle notizie delle agenzie specializzate e al suo terminale Bloomberg, non aveva più molte possibilità. Le stesse che aveva il suo omologo di Osaka o di Kiev: scappare dall’euro fin che era ancora in tempo. 

Non erano stati questi “speculatori” a creare la crisi greca (e dell’euro). Loro ne avevano solo preso atto, e si erano mossi per limitare i danni ai patrimoni loro affidati. 

Le responsabilità vere stanno altrove. Ad esempio stanno tra quei politici che oggi urlano contro la speculazione. Sono loro che non hanno controllato i conti della Grecia prima di lasciarla entrare nel sistema euro. Sono loro che non hanno vigilato dopo. Sono sempre loro che si sono fatti infinocchiare come allocchi dai politici greci spregiudicati e privi di ogni scrupolo. 

In tutto questo i vari Joe Smith sparsi per il mondo non c’entrano proprio nulla. Loro, probabilmente, della Grecia sapevano anche poco o niente perché si tratta di una piccola economia con poche o nessuna occasioneseria di investimento. Non dico che molti di loro hanno dovuto correre sull’atlante per vedere dov’era la Grecia (hanno fatto tutti dei bei master e quindi un po’ hanno studiato), ma quasi. 

E, pensandoci bene, in realtà hanno svolto una funzione utile. Hanno convinto la Grecia (a forza di legnate sui mercati) che la crisi non poteva essere nascosta e che bisognava adottare misure serie di risanamento. Poi, quando si è capito che la Grecia poteva innescare un incendio capace di travolgere l’euro, hanno convinto le autorità europee che era ora di muoversi e mettere in piedi strutture di controllo un po’ più serie. E infatti nel giro di un paio di settimane abbiamo già un’Europa “migliore”, nel senso che è più precisa nei propri conti, è più rapida nel risanare le finanze pubbliche, e anche più attenta ai controlli. Diciamo che, grazie anche a tutti i Joe Smith sparsi per il mondo, in quindici giorni l’Europa è passata da un’infanzia disordinata e scapestrata a una maturità ragionevole e misurata.  La “speculazione”, infine, ha buttato giù l’euro almeno del 20 per cento: questo per un’area che vive soprattutto di esportazioni è stato una specie di regalo, un vero dono del Cielo. Grazie.


edizione 2010-05-30

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