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sfrontate e agili come gazzelle con l’alpenstock
Le belle donne
da bricolla
BENITO MAZZI

Erano in prevalenza famiglie di Toceno a caricare gli alpeggi della valle dei Bagni: Peccio, Camana, Oro Grande, Cortaccio, Cima e Fondo Monfracchio, Fondo Isorno... Quel giugno c’era ancora la neve a Muino, una montagna di neve. E c’era da valicare la bocchetta.

Uomini, donne, galüp e tusàn, sfilati gli attrezzi dal basto dei muli, presero a spalare a schiena bassa, intagliando nella neve, passo dopo passo, un cunicolo alto due metri e largo tanto da infilarvi vacche, capre, maiali, muli e somari col carico delle masserizie. Tra quelle  pareti bianche il gelo asciugava il sudore sulla pelle, uomini e animali arrancavano a fatica e i bambini, avvinghiati alle socche delle donne, frignavano, inciampavano, cadevano, si rialzavano, ma non desistevano, mentre i più piccoli dormicchiavano sobbalzando dentro le gerle. 

Nel tratto più duro dell’ascesa, staccati dalla colonna, Lena e il fratello, venticinque anni in due, erano alle prese con un vitellino che non ce la faceva più a camminare. Aggomitolatolo in qualche modo nella gerla, riuscirono a raggiungere il valico, alternandosi sotto gli spallacci e spingendosi a vicenda. Poi, lungo la discesa, tutto fu più facile: lo trascinavano per il  collare, il vitellino, col rischio di strangolarlo. Tanto il pà, l’Ernesto, era davanti con le capre, non li vedeva. Sostavano giusto per accertarsi che il “bucìn” fosse ancora vivo. 

“La mia povera bestia, in che stato” sacramentò l’ Ernesto quando i figli lo raggiunsero. Stravolti per la neve, il sudore e la strachèza, Nando e la sorella non avevano più parvenza umana. “Eppure il pà non ci degna di uno sguardo, gli sta a cuore solo il vitello” pensava mesta la Lena. Ma se ne faceva una ragione: “Povero pà, deve  tirarci grandi, nella sua testa ci sono mille tormenti, non c’è un angolo per il sentimento”. Quand’era morto il suo primo figlio, stroncato da una borra ribelle, l’Ernesto non aveva pianto una lacrima. S’era tenuto tutto dentro. Non avrebbe potuto pretendere coraggio e rassegnazione dai suoi, se avesse dato segni di cedimento! 

La strega della falce aveva tentato di ghermire anche lui. Era dentro al Cortaccio quando gli era presa la crisi. L’avevano portato fino a Fondo Monfracchio la moglie e i figli, lei davanti e loro dietro, su una barella improvvisata, poi, da lì alla Spruga, due garzoni di quell’alpeggio. L’aveva operato di peritonite appena in tempo il dottor Blavet. In mancanza di mutua, s’era dovuto vendere due manze per pagarsi l’ospedale. Da allora non era più lui. Lavorava sì, da stelle a stelle, perché quello era il suo comandamento, ma il fisico non gli rispondeva come prima, richiedeva pause frequenti e il respiro ogni tanto gli restava nella gola. 

In compenso la Gina, sua moglie, ultima di dodici fratelli, aveva una fibra di ferro.  All’alpe regolava le bestie e la famiglia e  ogni tanto ci picchiava dentro il viaggio di contrabbando, alla Spruga o a Comologno. Burro, formaggio, salami di porco all’andata, zucchero e caffè al ritorno. Aveva sfrosato anche l’Ernesto quand’era in gamba, saltando sulle creste meglio che la camùsa. Non l’avevano mai incastrato, l’unica rogna con un brigadiere della Finanza se l’era risolta con due scatole di sigari e una fiaschetta di grappa nostrana.

Erano più di una in Vigezzo le donne da bricolla. Belle, sfrontate, agili come gazzelle, tenevano testa ai maschi, consigliandoli, a volte guidandoli col loro particolare intuito, piantandogli quattro  sganassoni se slungavano le zampe. La Gina aveva occhi da gatta, passo felpato, la bricolla sui trenta chili e l’alpenstock pronto a ogni uso. Passava per il brutto leggera più del pensiero, mimetizzandosi tra le foglie come il bazzalesk, il leggendario mostriciattolo che anima i racconti della montagna vigezzina. 

Un tardo pomeriggio di settembre salirono a trovarla due amiche di Toceno. Avevano sulla caula un brentino di vino da portare in dentro. La Gina stava raccogliendo strame e la Vittoria s’accorse che il suo profilo, dalla mezza vita in giù, non era più lo stesso. L’ Ernesto intrecciava una cavagna di nocciolo seduto sullo scalino della casera.

“Oh Madonasignùr, l’ha turna da crumpà” unì le mani guardando il cielo la Vittoria. “Sei di nuovo incinta”.

E poi, rivolta all’Ernesto: “Per fortuna che eri fuori uso, che t’ hanno tagliato a pezzi”.

“Si vede che lì il coltello del dottore non è arrivato” alzò le spalle l’uomo. “Cosa vuoi, dentro di qua è l’unico passatempo che abbiamo”.

Nando era via per frasche, la piccola Lena finse di non avere udito. Certi discorsi, specie alla presenza dei suoi, la mettevano a disagio, anche se il sesso, dopo tanto vivere tra gli animali, per lei non aveva segreti.

Le due donne mangiarono una boccata poi s’apprestarono a passare il confine col vino. 

“Vengo anch’io” saltò in piedi la Gina infilandosi nello zaino alcuni pani di burro. “Ho giusto da portare questi all’ osteria della Spruga”.

“Te sei matta” cercò di rimetterla a sedere la Vittoria. “Con quello che hai in pancia non puoi rischiare di notte in giro per la montagna”.

Fu come dirle vieni. La Gina era già sulla porta della casera, col cappello, la pila, l’alpenstock e il carico di burro.

Quando le fermarono le guardie svizzere era buio da un po’.

“Benedetta donna, la lasciamo andare solo perché è in quelle condizioni” disse alla Gina uno dei gendarmi indicandole la via del ritorno. “E lei, signor guardione, costringerebbe una donna in quelle condizioni ad affrontare da sola i pericoli della notte?” si inviperì la Vittoria. Perplesse e forse intenerite, le guardie le lasciarono libere tutte e tre, tenendosi però il vino e il burro. 

Era notte fonda e le donne non comparivano. La Lena, col cuore in gola, osservava suo padre fuori nella corte. Masticava tabacco, l’Ernesto. Con rabbia, girando su se stesso come un’anima in pena. Finché andò a sedersi sul gradino della casera tenendosi il capo tra le mani. La Lena gli si avvicinò in silenzio. Era mezzanotte quando l’ombra delle tre donne si stagliò sul sentiero. L’ uomo si sciolse in un lungo sospiro poi cercò la mano della sua bambina e la strinse forte. Era la prima volta. La valle dei Bagni schiariva sotto la luna.

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