
Durante le riprese di un film non ci si può fidare del tempo. Quello che sulla carta sembra lungo si risolve in un attimo e, più spesso, le cose facili diventano impossibili.
Valentino era abituato a questo genere di problemi. Un estraneo aveva fatto irruzione sul set in un momento in cui serviva la strada vuota.
Passato lo scompiglio avevano ripetuto la scena più volte, finché il regista aveva deciso che non c’era più la luce giusta. Allora se n’erano andati tutti a casa.
Di solito Valentino chiedeva un passaggio a un cameraman che abitava come lui nel Locarnese. Quel giorno però disponeva di un motorino, abbandonato sul set dal pazzoide che aveva interrotto la scena. Qualcuno voleva chiamare la polizia, ma il regista aveva ordinato a Valentino di tenersi quel maledetto pezzo di ferraglia fino al giorno dopo.
In numerosi anni di lavoro come tecnico del suono, Valentino aveva imparato a non contraddire i registi. Quindi scese in motorino dal set sul Monte Ceneri e imboccò la cantonale per Locarno.
Valentino amava il suo lavoro. Durante le riprese le cuffie lo isolavano dai rumori esterni, e lui prestava attenzione alle parole, ai fruscii, a tutti i minimi rumori che avrebbero dovuto restituire al pubblico l’illusione di essere nei luoghi mostrati dal film. Con gli anni aveva maturato la convinzione che i suoni d’ambiente fossero perfino più evocativi delle immagini. Per lui, almeno, era senz’altro così.
Quello che gli piaceva di più non era la registrazione in presa diretta, ma la ricostruzione di un fondale sonoro. Quella sera, per esempio, aveva in mente di fermarsi lungo la strada che portava a Verscio per registrare un suono di bosco d’estate, prima del tramonto. Quel mattino prima di andare al lavoro aveva provato lungo la ciclopista, vicino al campo da calcio, ma il fruscio del vento tra gli alberi veniva disturbato dal passaggio delle automobili.
Il sole stava tramontando quando Valentino imboccò una stradina secondaria tra Cavigliano e Verscio. Non era lontano da casa sua, sarebbe potuto arrivarci anche a piedi, ma gli era venuto in mente di provare a incidere anche il suono catarroso del motorino.
Fece qualche passo fra i cespugli. Quando fu circondato dal silenzio, tolse lo zaino e preparò il microfono. Aveva portato una guaina speciale per captare tutti i sussurri, senza che il vento disturbasse la ricezione. Ma prima che potesse avviare il congegno, sentì qualcosa che lo pungolava sul fianco, come la punta di un coltello. Una voce parlò in tono basso e minaccioso:
– Fermo! Non ti muovere!...
Il finale del racconto
Vincenzo Brusaporco, detto il Brusa, non aveva scritto giocondo sulla fronte. Guardò il tizio accovacciato nell’erba e ripeté:
– Fermo!
Quello si divincolò, ma il Brusa gli ficcò tra le costole il ramo che aveva raccolto per affrontarlo.
– Tu non sei qui per caso! Cosa sei, un giornalista? Una spia?
Dai cespugli sbucò Leonia, che fino a pochi secondi prima giaceva con Brusaporco in atteggiamenti intimi. Questo giustificava la camicetta mezzo sbottonata e le guance rosse.
– Tu stattene nascosta! – le intimò il Brusa.
Guarda che caso! Proprio quando lo stimato municipale Vincenzo Brusaporco si apparta con l’amante, uno spione sbuca dal nulla e comincia a registrare. Il Brusa era una pezza d’uomo, ed era deciso a smascherare i mandanti dell’agguato. Ma lo spione, più mingherlino, non stette a discutere. Raccolse le sue carabattole e se la diede a gambe, inseguito da Brusaporco seminudo fra i rovi e i cespi di ortiche.
Leonia, rimasta nell’ombra, si accorse che il tizio aveva lasciato il suo motorino in mezzo ai cespugli. Così vecchio e rugginoso e macilento, pareva che fosse nascosto lì da centinaia di anni.
2.fine