
È stata una telefonata inaspettata, arrivata in una sera d’estate di vent’anni fa, a cambiare la vita di Marco Jermini, direttore del Laboratorio cantonale. Una piccola chiamata che s’è trasformata in un intero continente, l’Africa, che gli si è immediatamente materializzato davanti agli occhi appena terminata la conversazione.
“Era un collega, un ingegnere alimentare, che non potendo rispettare un impegno assunto con l’Organizzazione mondiale della sanità, mi chiedeva se ero interessato a sostituirlo – racconta Jermini, rivivendo come fosse oggi il momento che gli ha sconvolto l’esistenza -. L’intento era nobile, far parte di un gruppo d’intervento umanitario per le emergenze sanitarie. Non me la sentivo di rifiutare, anche se poi ho scoperto che quando hai a che fare con l’Africa non puoi più dire no”.
La settimana dopo Jermini si ritrova a un corso di formazione all’Oms di Ginevra. Dieci giorni che filano via lisci, anche perchè il tema dominante è per lui pane quotidiano: la sicurezza alimentare. Più impegnativa l’emergenza che è chiamato ad affrontare, epidemia di colera, scarsità di acqua potabile... “È difficile spiegare l’impatto di una situazione come quella in cui mi son trovato – racconta -. La prima missione mi ha visto cinque settimane nello Swaziland, alle prese con i profughi del Mozambico, 30-40mila persone affette da diarrea. Certo, una cosa che ti aiuta a relativizzare quelli che vengono considerati ‘grandi’ problemi alimentari da noi, ma vedere gente morire di diarrea, o pensare ai 200 casi di salmonellosi che noi registriamo in un anno e che io vedevo là in mezza giornata...”. Ma il direttore del laboratorio cantonale non tiene affatto a passare per eroe, glissa sul fatto che le sue missioni vanno a discapito delle ferie, e preferisce non calcare la mano sui tanti, tragici momenti di cui è stato testimone. Meglio pensare a una carriera che poteva essere molto più remunerativa rispetto ad altri “valori”, decisamente più importanti, che si ritrova in tasca. “Si vede che l’idea di ‘civil servant’, servizio civile e sociale, l’avevo già innata – racconta ricordando gli studi post laurea, dopo Scienze alimentari al Politecnico di Zurigo -. Ho fatto due anni di dottorato negli Usa, Harvard, Boston, con specializzazione in Microbiologia delle derrate alimentari. Quando mi sono iscritto nella lista degli svizzeri per il rientro in patria, in una settimana, dopo il mio ritorno, avevo già sette colloqui di lavoro. Bei tempi per le opportunità di lavoro. Naturalmente le mie scelte non erano propriamente orientate al business...”.
Da quegli anni ’90 le missioni per l’Oms si sono moltiplicate. Una volta in ballo difficile tirarsi indietro. Anche se devi partire, come la prima volta, quando tuo figlio non ha ancora un anno. “Non ti arrendi; prima cinque settimane in Zambia, a cercare di prevenire problemi di sicurezza alimentare battendo mercatino per mercatino – riassume senza nessuna enfasi -. Ne vedi gente morire... Se penso solo alle quattro missioni in Rwanda, subito dopo la guerra civile, riaffiora il pentimento di essere un medico mancato. Non potendo curare ho cercato di dare il mio aiuto alla base del problema; la sicurezza sanitaria alimentare”. Dopo vent’anni ormai Jermini fa parte di un sottogruppo Oms altamente specializzato in derrate alimentari e dall’Africa è stato chiamato ad intervenire in Iran e in Vietnam. “E come progetti abbiamo Palestina e Kazakistan – aggiunge -. Ne sono orgoglioso, anche se ripensando a quella telefonata ho poi capito che l’amico collega ha saputo benissimo ‘scaricare’ un’incombenza. Non a caso oggi lui è direttore di Nestlè Waters...”.
erocchi@caffe.ch