
Spesso i festival internazionali - e Cannes è il più internazionale di tutti - si propongono come torri di avvistamento, luoghi di scoperte e di anticipazioni sulle nuove tendenze del cinema. A scorrere il programma dell’imminente 63ma edizione, però, pare che sulla Croisette il tempo si sia fermato: tra i registi dei film in concorso e fuori-concorso (tutti nomi eccellenti, senza dubbio), molti veleggiano tra i sessanta e i settant’anni (Tavernier, Michalkov, Kiarostami, Leigh, Kitano, Stone, Frears), altri li superano (Allen, Iosseliani); con il grande Manoel de Oliveira si arriva addirittura a 101 anni.
L’impressione è di un Olimpo imperturbabile, dove ogni regista conserva stabile attraverso i decenni lo stile ammirato dai suoi fan. E invece, nel frattempo, il cinema cambia: cambia il modo di farlo, di consumarlo; cambia lo stesso concetto che il termine “cinema” è chiamato a ricoprire. Tra le cause del mutamento, la più vistosa è il 3D. Negli anni Cinquanta il cinema tridimensionale si affacciò sugli schermi e quasi subito sparì, tra l’indifferenza del pubblico. Oggi, invece, tutta l’industria cinematografica grida al miracolo, i titoli della stampa inneggiano alla “rivoluzione”; non c’è film di grande richiamo popolare che non voglia essere in 3D. Tantopiù, poi, dopo i favolosi incassi di “Avatar”, “Alice in Wonderland”, “Scontro tra titani”. Mentre Ridley Scott annuncia una quinta puntata della saga di “Alien” con mostri che infrangeranno la quarta parete dello schermo, anche le saghe di successo si tridimensionalizzano: da “Final Destination 3D”, quarta puntata dell’horror seriale basato sulle stragi di adolescenti (questa volta saranno vittime di auto da corsa impazzite, pronte a “schizzare” dal fotogramma in platea), alla famosa serie d’animazione “Toy Story”, che inaugurò le fortune della Pixar.
Non solo è atteso per l’estate il terzo episodio, realizzato direttamente in tre dimensioni; anche i due precedenti tornano nelle sale di prima visione: ma in 3D, dopo aver subito l’elaborazione digitale (costata sei mesi di lavoro) di ogni scena per ottenere la percezione di profondità delle immagini. Grandi teorici del passato (da Rudolf Arnheim a Cesare Musatti) avevano sostenuto che il cinema non ha bisogno della stereoscopia, essendo capace anche l’immagine “piatta” di fornire l’illusione di profondità; ma tant’è, l’industria cinematografica ha deciso di schierare tutta la sua artiglieria in questa lucrosa impresa e nessuno ci toglierà più il 3D; neppure nell’home-movie, dato che sono già in distribuzione dvd tridimensionali con corredo di occhialini.
Così il cinema cambia; e non solo per il tipo d’ immagine, ma anche per la tipologia dei racconti: le storie, infatti, diventano più dinamiche per favorire il sensazionalismo delle scene, occupandosi sempre meno della coerenza narrativa e dei caratteri dei personaggi. Fedeli, del resto, a un principio già imperante in questi ultimi anni: un film deve “prendere” lo spettatore nel primo quarto d’ora di proiezione, per non rischiare che questi lo trovi noioso e se ne disinteressi. Se i film classici, insomma, si prendevano il tempo necessario per introdurre la situazione e disegnare le psicologie dei protagonisti, oggi questo tempo non è concesso: almeno nel cinema per il grande pubblico, che si basa sull’azione più serrata e sulle risorse degli effetti speciali.
Un’altra delle cause dei mutamenti in atto nel cinema è la contaminazione con il linguaggio dei videogiochi, linguaggio che si basa sulla ripetizione delle stesse scene con minime varianti: più un cambio di “livelli” che un’evoluzione narrativa vera e propria. Se un certo grado di prevedibilità è sempre stato uno dei caratteri (e delle seduzioni) del cinema, fornendo gratificazioni allo spettatore, che si compiace di saper anticipare gli eventi della storia, film recenti come “Death Race” o “Gamer” vanno ben al di là, strutturandosi come autentici videogame.
Nel primo, una corsa d’auto suicida tra detenuti prevede addirittura la raccolta di “oggetti magici” e l’attivazione-disattivazione di funzioni.
Il secondo mette in scena un videogame “reale”, dove grossi energumeni si ammazzano secondo le scelte di giocatori che li manovrano alla console, muovendo uno joystick. Con la (non trascurabile) differenza, rispetto al videogame, che il film non è interattivo. Contemporaneamente prende sempre più piede un’altra tendenza; già in atto da un bel po’, ma che raggiunge ora i suoi massimi storici: l’ibridazione tra generi cinematografici differenti e la moltiplicazione dei generi nello stesso film.
Un tempo la distinzione di genere era netta: fu, anzi, una risorsa di Hollywood per affezionare il pubblico al cinema: chi prediligeva il giallo, chi il western, chi il “women film”, chi la commedia. Ora, con l’enorme quantità di soldi in ballo in una singola produzione, l’industria si sforza di fare film per tutti i gusti e per tutte le età, in modo che ogni spettatore ci trovi dentro quel che vuole. E pazienza, poi, se ciò equivale soprattutto a moltiplicare gli stereotipi. Il recentissimo “Notte folle a Manhattan” (“Date Night”), ad esempio, ricorda una vecchia commedia con Jack Lemmon, “Un provinciale a New York”.
Al soggetto della coppia spaesata, però, il nuovo film aggiunge un intrigo di corruzione nella polizia, in cui restano coinvolti moglie e marito intenzionati soltanto a godersi una cenetta a Manhattan e che, invece, rischiano a ripetizione di lasciarci la pelle. Il filmetto è piaciuto molto agli americani, sbancando i botteghini nella prima metà di aprile.
Come definirne il genere? Commedia famigliare, thriller, film d’azione? Piuttosto tutto quanto insieme. Per verificare il fenomeno basta esplorare gli scaffali di videonoleggi e negozi di dvd. La maggior parte dei titoli, comici o drammatici che siano, sono liquidati con l’etichetta di “azione”, che va bene per tutti (ma non spiega niente e non aiuta a orientarsi). Anche lo spettatore, del resto, sta cambiando di pari passi col cinema. Ci riferiamo ai grandi numeri, naturalmente; senza dimenticare che esistono ancora piccoli pubblici per i film di nicchia e per le (sempre meno numerose) sale d’essai.
Si sa che, ormai, il consumo di cinema in sala è inferiore alla fruizione privata; né basteranno i film in 3D a invertire la tendenza dato che - come si diceva - il dvd tridimensionale è già pronto per gli schermi casalinghi. Diversamente dal classico “cinefilo”, il neo-spettatore non ama più solo il cinema, ma anche il proprio modo di rapportarsi ad esso. Soprattutto se giovane, dispone di una competenza tecnica che gli permette di orientarsi tra le più aggiornate tipologie dell’home movie. E’ tendenzialmente un collezionista, di vhs, di dvd o di film “scaricati” dal web. Se ne ha i mezzi, possiede tutte le più aggiornate risorse tecnologiche, considerandole parte fondamentale del piacere della visione domestica: abbonamento alla tv satellitare, digitale terrestre, collegamenti a banda larga per fare download rapidi da Internet; e magari maxischermi con tanto di dolby stereo.
Non crediamo di sbagliare affermando che la metamorfosi del cinema andrà di pari passo con il processo di privatizzazione della visione. Con tutta probabilità, ci aspettano ancora molte sorprese.