
Molte istituzioni politiche in Europa, come ad esempio il parlamento e le amministrazioni comunali, stanno iniziando a prendere decisioni restrittive in materia di uso del velo islamico nei luoghi pubblici. Da quando la questione fu posta all’opinione pubblica più di quindici anni fa, in Francia, quando due ragazze rifiutarono di togliersi il velo (hidgab) a scuola, il dibattito è cresciuto in modo esponenziale, con forti polemiche e spesso con una spaccatura all’interno delle stesse comunità musulmane.
La questione è realmente complessa perché dal punto di vista del ragionamento giuridico nel diritto musulmano non c’è nessun carattere obbligatorio per le donne musulmane di portare il velo; lo stesso testo coranico parla in un versetto di un velo che separa gli uomini dalle donne in alcune situazioni. L’uso del velo nell’ambito pubblico è dunque relativamente recente: all’inizio del novecento, quando le donne cominciarono ad uscire in pubblico per andare a scuola o per andare a lavorare, i giuristi dell’islam ( i fuqaha), interpretarono la questione del velo in modo minimalista o massimalista; per alcune scuole giuridiche ortodosse l’uso del velo diventava obbligatorio a motivo del divieto per la donna di mostrarsi in pubblico. Per altri invece c’era libera scelta e libera coscienza. Il che spiega che tutt’ora oggi dal punto di vista visuale negli stessi paesi islamici, si possono vedere donne che portano il velo e altre non lo usano, quindi non si può affermare che una donna sia più o meno musulmana in base al fatto che porti sì o no il velo.
Inoltre storicamente la questione non si è mai posta poiché le donne non uscivano quasi mai dall’universo domestico; la questione del velo è dunque parallela allo sviluppo dell’emancipazione femminile anche nei paesi islamici.
Quelli che insistono nel dibattito sul carattere obbligatorio del velo affermano anche che il velo è un simbolo religioso, ma in realtà è un errore madornale, semplicemente perché i simboli religiosi nell’Islam non esistono, oppure sono il risultato di una pura invenzione da parte delle società musulmane stesse. Si sa che quello che caratterizza l’Islam è l’ossessione di una certa forma di sobrietà, che culmina ad esempio nelle arti come l’aniconismo (il rifiuto della rappresentazione divina), per l’Islam è sufficiente la parola divina, da cui deriva l’importanza della calligrafia araba, unico simbolo realmente ammesso.
Il velo pertanto è il prodotto di una acculturazione delle società musulmane, perciò può assumere diversi significati, il suo utilizzo può essere uno strumento di tipo identitario, rivendicazione di uno statuto o può rappresentare un rapporto affettivo fra dio e la donna, ecc. Ma invece il burqa, velo integrale, è un’altra cosa. Rappresenta, per chi vuole nascondere il corpo e il volto della donna, uno strumento di dominazione fra l’universo maschile e femminile, il burqa significa quindi il rifiuto totale dell’autonomia femminile nella società moderna, nelle democrazie, mettendo a repentaglio la libertà e l’uguaglianza. Questo binomio: libertà e uguaglianza, è uno dei fondamenti delle nostre democrazie moderne; accettare in pubblico l’uso del velo integrale significa due cose: minare indirettamente i fondamenti stessi delle odierne democrazie e dall’altra impedire l’accesso all’uguaglianza delle donne. Il diritto ha una doppia funzione nei momenti di crisi: quello di ribadire l’assetto democratico delle società e nell’altro verso di proteggere le donne dinnanzi a chi considera la loro esistenza incompatibile con l’uguaglianza del genere umano.