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Don Antonio Sciortino, è Direttore di Famiglia Cristiana e autore del recente saggio “Anche voi foste stranieri”
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“Amate lo straniero perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”: il monito al popolo ebraico, tornato in patria dopo anni di schiavitù sotto i faraoni (Dt 10,19), risuona attuale, ancora oggi, per i Paesi dell’Occidente alle prese con una massiccia migrazione, che ci ha colti impreparati. Siamo di fronte a un fenomeno epocale, un moderno Esodo, che impressiona per la quantità di persone che muove e per i problemi sociali, economici e politici che pone. Fenomeno da governare con umanità e civiltà, più che contrastare con politiche tese a escludere e respingere. 

Gli stranieri ci servono per sostenere la nostra economia, anche se poi non li vogliamo tra i piedi. Facciamo uso delle loro braccia, li sfruttiamo e li facciamo vivere spesso in condizioni di degrado, ma ignoriamo che sono persone con una famiglia e una loro  storia. L’Italia, come altri Paesi, ha memoria corta. Il problema oggi è lo stesso di ieri, quello che gli immigrati italiani in Svizzera avevano riassunto su uno striscione: “Cercavate braccia, sono arrivate persone”.

E da qui occorre ripartire, cioè dalla convinzione basilare, che Benedetto XVI ricorda nell’enciclica Caritas in veritate: “Il migrante è una persona umana con diritti fondamentali inalienabili, da rispettare sempre e da tutti”. Se viene meno questa convinzione, vengono meno le ragioni del vivere civile e dello stare insieme. Come si può negare il diritto alla famiglia? Il ricongiungimento familiare, oltre tutto, facilita l’integrazione e garantisce maggiore sicurezza e rispetto della legalità. 

Sulla paura degli stranieri, enfatizzata e alimentata dai mass media, alcune forze politiche hanno costruito le loro fortune e accresciuto i consensi elettorali. Prendere gli immigrati come “capro espiatorio” dei nostri malesseri o dei gravi problemi economici che stiamo vivendo, è un terribile boomerang che ci tornerà addosso. Una cattiva informazione sugli immigrati, con una gigantografia sempre problematica o in negativo, tutta focalizzata su emergenza, sicurezza e stereotipi vari, è anche responsabile di atti di intolleranza,  xenofobia e razzismo. Sempre più ricorrenti. Le paure della gente vanno riconosciute, non sottovalutate. Ma bando alle strumentalizzazioni.

Nell’opinione pubblica è passata facilmente l’equazione che ogni straniero è delinquente. O anche, come è stato affermato dal sindaco di Milano, che “un clandestino senza lavoro, naturalmente delinque”. Per cui si arriva alla conclusione:  meno stranieri uguale meno criminalità. Per governare l’immigrazione non basta concentrarsi solo sulle esigenze di ordine pubblico. La vera sicurezza nasce dall’integrazione, dal saper coniugare legalità e accoglienza. Per questo, ogni provvedimento politico nei confronti degli stranieri trova un limite nel rispetto dei diritti fondamentali della persona. 

Ma integrare non vuol dire “assimilare”, non riconoscere la loro diversità e costringerli ad adeguarsi, in tutto, ai nostri usi e costumi, e a diventare una copia della nostra società. Tanto meno vuol dire vivere gli uni accanto agli altri, senza alcun contatto o “contaminazione”: la maggioranza tollera una minoranza, fino a quando non crea problemi. L’integrazione non è a senso unico. È un cammino reciproco, che permette a culture diverse di incontrarsi e crescere, nel riconoscimento dei reciproci valori. 

“Gli stranieri, per noi, sono sì una scomodità”, come ha detto don Vittorio Nozza, presidente della Caritas italiana, “ma è una scomodità che fa crescere”. E di cui non possiamo più fare a meno, pena la paralisi completa di ogni settore della nostra economia. Se dalla sera al mattino, scomparissero tutti gli stranieri dal territorio (come molti, d’altronde, si augurerebbero), l’Italia, ad esempio, non starebbe in piedi un solo istante. Il 10 per cento della  nostra ricchezza nazionale è prodotta dal loro lavoro. Le nostre pensioni sono già pagate, in parte, con i contributi che gli stranieri versano. E, in questo momento, loro danno più di quanto ricevano, essendo una popolazione giovane. Anche per la natalità sono una risorsa per l’Italia, che è il Paese con il più basso livello al mondo per numero di figli. Un puntello al nostro malandato andamento demografico, oltre che alle carenze del mercato del lavoro.

Le politiche di integrazione non sono frutto del cosiddetto “buonismo”, ma di un sano realismo. Giovanni Paolo II affermava: “L’esperienza mostra che, quando una nazione ha il coraggio di aprirsi alle migrazioni, viene premiata da un accresciuto benessere, da un solido rinnovamento sociale e da una vigorosa spinta verso inediti traguardi economici e umani”. Il futuro dell’Italia va programmato, non a prescindere, ma a partire dalla presenza degli stranieri. Alzare i muri per bloccare l’ondata migratoria, invece di costruire ponti di dialogo e condivisione, è quanto mai controproducente. Anche perché questo fenomeno sociale non può essere ignorato. La politica dello struzzo non rende. Gli stranieri fanno già parte della nostra società in modo strutturale. Non sono una realtà episodica e passeggera. Hanno carattere di stabilità molto marcati, con cui dobbiamo fare i conti. Se poi, nel nome della religione e dell’identità  nazionale, alziamo muri per difendere i “nostri valori”, vuol dire che valori da difendere ne abbiamo ben pochi. E quei muri, più che difenderci dagli altri, isoleranno noi dal resto del mondo. 

La globalizzazione ha reso il mondo un “villaggio globale”. Più nessuno può dire “Non mi riguarda” quel che accade altrove. Ma una una malintesa globalizzazione, come ricordava Paolo VI nella Populorum progressio, “ci rende vicini, ma non fratelli”. Fa circolare le merci, ma non gli uomini. Tanto meno la solidarietà. 

In un mondo dove più di un miliardo di persone patiscono la fame, dove le risorse non sono equamente ripartite, con duecento milioni di migranti e quaranta milioni costretti alla fuga a causa di guerre e persecuzioni, senza più prospettiva di ritorno nei loro Paesi, anche le migrazioni assumono una diversa considerazione. Sono come dei vasi comunicanti per uno scambio fruttuoso. A beneficio di tutti. Rispetto ai temi irrisolti della politica internazionale (sviluppo, povertà, equa distribuzione delle risorse…) sono poi un fattore equilibratore. Una delle non molte ragioni di speranza.

L’Italia, da Paese di emigrati, in pochi anni è diventata terra di immigrazione, con quattro milioni e mezzo di stranieri, sulla scia della Spagna (oltre cinque milioni) e della Germania (sette milioni). La loro presenza non è un lusso, ma una vera necessità. Maurizio Ambrosini, docente di sociologia alla Statale di Milano, li ha definiti gli “utili invasori”. Sono necessari, ma non sempre i benvenuti. Sono indispensabili, perché ne abbiamo disperatamente bisogno, ma resistiamo a riconoscere loro cittadinanza sociale. Anche ai loro figli di seconda o terza generazione, che sono nati in Italia, parlano molto bene la nostra lingua (spesso anche il dialetto) e amano il Paese.  Perché negare loro il diritto alla cittadinanza? Il “reato di clandestinità” e il “pacchetto sicurezza” del governo hanno reso il cammino verso l’integrazione una difficile corsa a ostacoli. Spesso insormontabili, a causa d’una burocrazia macchinosa e assurda, che impiega anche un anno per il rinnovo di un semplice permesso di soggiorno. Così, finire nella clandestinità è davvero facile. Forse, è tempo di smetterla di parlare sempre di sicurezza e mai di milioni di stranieri che lavorano e rispettano il Paese che li ha accolti. In fondo, non “rubano” il lavoro a nessuno, tanto meno ai “vecchi italiani”. Semmai li sostituiscono. La società, prossima ventura, non potrà che essere a colori. Sarà una società “arcobaleno”, che ci sorprenderà. In meglio, naturalmente.

2010-06-12 01:00:00