
Non fa alcuna meraviglia scoprire che il lago di Como è stato ed è meta di un turismo variegato e che riguarda a volte eccellenti, quando non eccellentissimi, visitatori. L’attualità ce ne offre esempi da prima pagina sui giornali. E d’altronde non poteva essere altrimenti con quel po’ po’ di viatico che, pur perso nella notte dei tempi, deve, per forza, essere considerato il battesimo sulla via del turismo per il nostro lago.
E d’altronde non poteva essere altrimenti con quel po’ po’ di viatico che, pur perso nella notte dei tempi, deve, per forza, essere considerato il battesimo sulla via del turismo per il nostro lago.
Mi riferisco alla visita di cui onorò le nostre rive nientepopodimeno che la dea Latona. Dico, Latona: madre d’Apollo e d’Artemide che ella mise al mondo dopo averli concepiti mica con uno qualunque, ma con Zeus. Latona che, come ci assicura il Dizionario di mitologia greca e romana di Pierre Grimal, appartiene alla prima generazione di divinità, essendo figlia del titano Ceo.
Tracce del suo illustre passaggio dalle nostre parti si ritrovano in una prosetta leggendaria ma, ancor meglio, in un poemetto in rima intitolato “ Un popolo di rane” nel quale si rende conto di un fatto che in verità non ci fa molto onore.
Bisogna innanzitutto considerare che la povera Latona, sottoposta al fuoco incrociato delle camarille di corte, poiché anche gli dei, benché tali, non erano affatto immuni dai giochi di potere, quando esibì la propria gemellare gravidanza scatenò le gelosie di Era, la più grande di tutte le dee dell’Olimpo, figlia di Crono e di Rea, per cui sorella di Zeus. La quale Era, per motivi imperscrutabili, emanò una sorta di ordine di servizio valido su tutto l’orbe terracqueo, proibendo a ciascun luogo di ospitare il travaglio e il conseguente parto della poveretta. Si evince da ciò che lassù, nell’Olimpo, non fossero assolutamente attrezzati in materia d’ostetricia se una creatura divina si vedeva costretta a cercare in mezzo ai nostri antenati un posto sicuro dove mettere alla luce i propri figli.
Sta di fatto che la povera Latona si diede ad un faticoso pellegrinaggio, cercando quel posto che secondo alcuni trovò nell’isola di Delo, isola errante, e protetta da una singolare volta liquida sollevata, come una tenda, dal buon Poseidone.
Quel che è certo è che le toccò girovagare assai prima di trovare il posto giusto. E fu probabilmente, e sottolineo probabilmente, poiché la mia è solo una deduzione empirica, non sostenuta da date precise o da altre severe testimonianze, fu probabilmente nel corso della sua affannosa ricerca che capitò dalle nostre parti. Segnatamente nell’alto lago, in quel di Arbiola: stanca, affranta, assetata soprattutto, poiché s’intuisce che il suo passaggio avvenne durante un’afosa estate. Alla richiesta di un poco d’acqua per sedare l’arsura che la tormentava, la povera dea raminga si vide opporre un netto diniego da parte di quegli antichi abitanti d’Arbiola.
Bella accoglienza, si dirà. Bel modo di promuovere nel mondo l’immagine del nostro lago. Forse quei rozzi primitivi temevano l’estraneo, qualunque fosse, o forse non avevano minimamente intuito con chi avessero a che fare. In ogni caso il loro rifiuto scatenò le ire della dea: e, come riferisce il solito, anonimo estensore delle rime di “ Un popolo di rane”, secondo Ovidio, Latona, per tutta risposta, usò uno dei suoi numerosi poteri divini e trasformò coloro in rane.
Da allora di acqua, come si dice, ne è passata sotto i ponti. Per inciso Latona partorì pur se dopo nove giorni e nove notti di travaglio mettendo infine al mondo la sua coppia di campioni.
E il popolo di rane, si chiederà? Appunto, come detto poco sopra, da allora di acqua ne è passata sotto i ponti e, da popolo di batraci, quale era diventato per l’ira divina, si è via via evoluto nelle forme, sino a riprendere la sembianza umana. Attraverso, naturalmente, vari passaggi di cui è testimonianza nel poemetto già citato laddove, se viene dato atto di un mutamento nelle forme esteriori, non così si può dire della sostanza, dell’intimo: segnato da quell’antica vicenda, infatti, il carattere degli abitatori del posto sarebbe ancora, come dire?, anfibio.
Il poeta lo vede nel vezzo di saltellare, piuttosto che camminare, notato negli abitanti del posto. Ma soprattutto nel grandissimo rispetto esibito nei confronti di codeste progenitrici: mangiare le rane, infatti, sarebbe, in quest’ottica atto di puro cannibalismo.
Mentre infatti qualunque specie ittica è soggetta alla pesca da parte di quei di Arbiola, persino la pessima scàrdola, reietta tra i pesci, denominata addirittura pess del diavol, la rana, delle cui carni più d’uno è ghiotto, nulla ha da temere.
Riposa, “cheta e snella in pace santa”, poiché, a conferma di quanto s’è appena notato, a quella popolazione sembrerebbe “enorme cosa, cucinar pesce che canta, d’animal con gambe e braccia”.
E non solo, poiché per essi le rane sono indovine “ veracissime”, coloro cui chiedere consiglio su come affrontare il lago, la pesca e tutte le altre occupazioni: oracoli veri e propri, tanto che il poeta, quasi sconcertato, si chiede, chissà?, se quelle genti d’Arbiola “ non sian tutti anch’essi rane, e chi sa se in forme umane”.
Tanto che, diffondendosi la voce circa l’affidabilità predittiva di queste, narra il poeta che anche genti provenienti da altre rive e da altri paesi cercavano, passando di lì, di chiedere lumi circa questa o quell’altra questione. Tenendosi però lontane dalla riva un buon mezzo miglio onde non divenire bersaglio alle sassate che, pare, fossero le risposte di quei d’Arbiola.
Ai quali, volendo dar credito alla leggenda, non si può fare a meno di attribuire un pessimo carattere della cui ruvidità la povera Latona di buona memoria sarebbe la prima testimone conosciuta, ove si confermasse la sua sosta su quella riva.
Con la rana, tutto ciò, quadra poco. Non mi risulta che l’animale in oggetto abbia un pessimo carattere, animo aggressivo, dannoso per l’uomo.
A patto, ma questo è tutto un altro discorso, di non consumarle, fritte o, se si preferisce, in umido, nei mesi con la erre.