
Circolano sui quotidiani, in questi giorni, fotografie inquietanti: un centro commerciale pieno di luci, lustrini e gadget a Kabul; un’interminabile fila di camion-cisterna che portano petrolio dal Kurdistan iraqueno verso l’Iran. Qualche settimana fa giravano foto di Beirut, nelle quali campeggiavano edifici modernissimi e lussuosi, automobili prestigiose, ragazze vistose. Ma come: ci eravamo sbagliati? Siamo rimasti indietro, mentre il mondo cambiava? Ma il Libano è tuttora controllato da una forza armata di interposizione Onu; in Afghanistan si aggirano 160.000 soldati occidentali; in Iraq ce ne sono stati fino a 165.000 e solo da poco sono scesi a 70.000. Ma l’altro giorno 50 iraqueni addetti alla sicurezza sono morti in un attentato; in Afghanistan nel solo mese di giugno sono caduti più di 100 soldati Isaf; il Libano tace perché la Siria vi ha esteso quel controllo che a lungo l’Occidente ha cercato di negarle.
Dunque, non tutto è oro quel luccica; ma fa impressione la mancanza di spirito autocritico che attanaglia i politici sia occidentali sia locali. Ma come si fa a dichiarare (Hillary Clinton) orgogliosamente che nel 2014 l’Afghanistan potrà essere lasciato a se stesso, quando ciò significa che in tale ipotesi ci sarebbero voluti 13 anni per “ripulirlo” dei talebani, nello stesso istante in cui si scopre finalmente che quel paese è straricco di tutte le materie prime più preziose? E come mai il petrolio kurdo va verso l’Iran che già ne trasuda? E’ difficile per tutti noi, oggi come oggi, continuare a ripeterci che le guerre in Afghanistan e Iraq, costate - a quel che dice il Congresso americano - 890 miliardi di €, sono state necessitate dall’esigenza di salvaguardare il mondo libero e di sfuggire ai ricatti del terrorismo internazionale.
Forse gli interessi in campo sono ben altri perché il gioco che si sta svolgendo non è più quello del dominio strategico-territoriale, bensì quello del flusso di immensi capitali, che dominano la società internazionale.