
Ci risiamo. E questa volta il neo direttore artistico Olivier Père ha messo le mani avanti: “Il ruolo dei festival è di accompagnare il cinema, commentarlo e sostenerlo, non soltanto di esibirlo”. L’ormai cronica assenza di star, divi e divette, personaggi da copertina, in una parola di “glamour” è diventata più un punto di forza, un segno distintivo del Festival del Pardo, più che un segno di debolezza. O almeno viene presentato come una scelta ragionata, voluta, giusto per distinguersi dai grandi festival che hanno abilmente assunto il ruolo di vetrine di lusso del cinema mondiale. Pazienza. Siamo così abituati all’idea che non verrà srotolato alcun tappeto rosso, alcuna passerella, che se anche (non si sa mai) facesse capolino una star di Hollywood siamo sicuri che verrebbe accortamente occultata. Ma sì, in fondo non possiamo contestare il ruolo di “laboratorio” che rivendica il Festival, e neanche la sua esigenza di privilegiare il suo ruolo cinefilo (leggasi necessità di centellinare il budget a disposizione a favore delle trasferte dei registi esordienti piuttosto che delle guest star), ma un pizzico di glamour in più continuiamo ad essere convinti che non farebbe che bene alla più importante rassegna culturale della Confederazione. E forse non sarebbe nemmeno necessario svenarsi, perchè il pubblico, la parte più popolare del pubblico, si accontenterebbe di qualche ospite che almeno sa riconoscere, fosse solo perchè l’ha visto in tv. Non è poi così dispendioso, ad esempio, invitare qualche nome italiano. Sempre che non sia vietato...