
Carlo Petrini, autore di quest’articolo per il Caffè, è fondatore del movimento Slow Food e autore di numerosi saggi sul tema dell’agricoltura sostenibile
Il 19 giugno la Fao ha dichiarato che per la prima volta nella storia dell’uomo si è superato il miliardo di persone che soffrono la fame. A dispetto del fatto che le Nazioni Unite si erano date l’obiettivo di far diminuire consistentemente questa cifra impressionante entro il 2015, il grande popolo degli affamati nel mondo sta aumentando. E questo anche a dispetto di industria alimentare, rivoluzioni verdi, Ogm: tutte cose nate, almeno secondo le dichiarazioni dei loro promotori, per liberare i popoli da questo problema vitale. Il risultato è: 100.000 affamati in più soltanto nell’ultimo anno. A causa delle crisi mondiali, dicono.
D’altro canto ci sono 1 miliardo e settecento milioni di persone che soffrono delle nuove pandemie moderne: diabete e obesità, due problemi di salute dovuti a sovra-alimentazione.
Sembra un mondo impazzito, ma in realtà queste sono due facce della stessa medaglia: il sistema globale industriale del cibo non funziona, crea grandi iniquità tra i popoli, affama gli affamati e scatena gravi problemi di salute nei popoli abbienti. L’agricoltura industriale, su vasta scala, non soltanto è molto inquinante e riduce la biodiversità (sono necessarie varietà e razze che si adattino ovunque, che si prestino alla produzione seriale, ci vuole una sola varietà “perfetta”, in linea teorica), ma si è anche rivelata un fallimento dal punto di vista economico. Nei Paesi ricchi i contadini che praticano questa agricoltura sopravvivono - anche se a fatica - soprattutto perché sovvenzionati; nel Sud del mondo chi prova a cimentarsi con queste produzioni (e generalmente sono capitali stranieri) crea disastri ambientali, sociali e i piccoli contadini, come avviene per esempio in India nel numero di più di ventimila all’anno (avete letto bene), arrivano addirittura a essere costretti a suicidarsi perché non riescono a pagare i debiti contravvenuti per sementi e fertilizzanti forniti dall’industria. Sembra non guadagnarci nessuno a prima vista, ma sicuramente chi commercia a livello internazionale e chi ha in mano questo sistema (le principali multi-nazionali dell’agro-alimentare) continua a incamerare grossi profitti.
La sostenibilità del sistema però a queste condizioni è impossibile da realizzare: il cibo oggi è prodotto per essere venduto e non per essere mangiato. Questo principio toglie a tutti i popoli, indistintamente - anche se con diversi gradi di gravità e intensità - la possibilità di avere una propria sovranità alimentare, che consiste nel poter decidere autonomamente cosa coltivare e cosa mangiare, in linea con la propria cultura e tradizioni, nel rispetto delle proprie risorse. In un contesto di questo tipo, piuttosto drammatico, ciò che a mio modo di vedere è la chiave di volta per affrontare le sfide che il mondo ci pone di fronte sono nuove e diversificate forme di economia locale in tema di cibo e agricoltura. Economia locale non significa economia di basso profilo, anzi: è l’economia della natura, che ha molte ricadute positive ed è in grado di maneggiare la complessità dell’esistente senza doverla ridurre a qualcosa di lineare e omologabile. In un’economia locale c’è grande rispetto per il territorio in cui si vive, il contesto è fondamentale. In questo modo la biodiversità diventa una risorsa imprescindibile, e con la biodiversità si rispettano le attività produttive tradizionali che consentono per esempio vivacità culturale e preservazione del paesaggio. Le risorse energetiche, non centralizzate e dunque sfruttate a livello locale, in rete, possono essere ottimizzate e sono le più varie a seconda di quanto il territorio può offrire. Le società contadine sono sempre state maestre nel non sprecare, nel riciclare, nel riutilizzare. La nostra società capitalistica ha invece fatto dello spreco una condizione esistenziale, cosicché per esempio gettiamo ogni giorno nei cassonetti troppo cibo edibile (in Italia 4.000 tonnellate al giorno!): è una cosa che grida vendetta.
Ambiente, cibo, cultura e diversità sono garantiti dalle economie locali, e questo non significa tornare a vivere nel passato o immolarsi in modelli produttivi autarchici. Non significa chiusura: si può fare economia locale ma restando in rete, aperti al mondo, applicando lo scambio (attraverso il quale si definisce anche l’identità, che non è una cosa fissa ma in continua evoluzione, che trova senso con le differenze) e cercando vie sostenibili per applicare le nuove tecnologie. Credo che da questo punto di vista l’industria abbia molto da imparare dalle comunità contadine, dal loro stile di vita, dalle loro prerogative; tanto nel Nord quanto nel Sud del mondo, dove resistono ancora tante comunità che fanno cibo in modo sostenibile.
Abbiamo molto da imparare da loro, e sarà nostro compito dar loro tutto l’aiuto e il supporto che necessitano, anche per risolvere il problema della fame: non per indicar loro una “via allo sviluppo”, ma per far sì che i loro stili di vita, i loro saperi e le loro esperienze possano essere messi a frutto, prima che siano definitivamente travolti da quell’omologazione che anche nei nostri territori ha devastato biodiversità, saperi, tessuti sociali e ottimi alimenti che, purtroppo, sono rimasti soltanto nella memoria dei nostri nonni. Se si vuole correggere il sistema, e cancellare le due brutte facce della stessa medaglia, il futuro è l’economia locale, senza chiusure, senza rivendicare radici in contrapposizione con altri popoli, ma per far rifiorire la Terra, affinché torni una nostra alleata.