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Elisabetta Moro
Londra celebra Quant
la "madre" della mini
Elisabetta Moro
Chi è
Elisabetta Moro è professore di antropologia culturale, mitologie contemporanee e tradizioni alimentari del Mediterraneo all'Università di Napoli.
Londra celebra la minigonna. Il simbolo di una rivoluzione che ha cambiato l’Occidente. Al prestigioso Victoria & Albert Museum il 6 aprile scorso si è inaugurata la mostra dedicata a Mary Quant, la stilista inglese che negli anni Sessanta ha inventato la miniskirt. Da allora le ragazze, insieme alle gambe, hanno scoperto il fascino della libertà.
Lei stessa vestiva sempre in miniabito. Viso acqua e sapone, capelli corti e frangetta sbarazzina, aveva la freschezza di una generazione con lo stesso bioritmo dei Beatles. Quella generazione, che si è ribellata alle convenzioni sociali e alle costrizioni genitoriali, inventando la prima cultura giovanile della storia. E che ha sdoganato l’idea del sesso al di fuori del matrimonio. Con l’aiuto fondamentale della pillola anticoncezionale, che ha emancipato i lovers dal rischio delle indesiderate conseguenze dell’amore.
Con i suoi look vanitosi e giocosi, colorati e spensierati, ricercati e smaliziati Quant ha irritato i benpensanti dell’epoca. Come ha ricordato in questi giorni - dall’alto dei suoi ottantacinque anni portati con stile - i manager della City le urlavano dalle finestre che era oscena, disgustosa e molto altro. Ma lei, come tutti i rivoluzionari, non cercava la loro approvazione. Anzi, godeva delle loro critiche, perché erano la prova che aveva colpito al cuore il paternalismo maschilista.
La prima ispirazione le era venuta vedendo una compagna della scuola di ballo vestita con un gonnellino inguinale, calze nere, calzini bianchi e scarpe da tip tap. Tutto era pensato per calamitare lo sguardo del pubblico su quelle gambine magre che battevano il tempo come le aste di un metronomo impazzito. Tornata a casa accorciò l’orlo della sua divisa. Nella sua leggendaria boutique Bazaar, in King’s Road nel quartiere di Chelsea, fondata con il marito Alexander Plunket Green e l’amico Archie McNair, i primi modelli della mini sono apparsi in vetrina nel 1966. Erano maliziose senza essere volgari. Abbinate a camicette con il colletto da collegiali o con top castigatissimi. La silhouette femminile si doveva immaginare, non vedere. Come nel caso della sua modella preferita Twiggy, che con il suo fisico androgino valorizzava quei vestitini minimal. Tanto da diventare l’icona stessa della Swinging London.
In realtà, con understatement tutto britannico Mary Quant non si è mai vantata di aver inventato l’indumento che ha rivoluzionato la vita giovanile. Attribuendo tutto il merito alle ragazze che incontrava per strada e alla loro voglia di libertà. Come dire che la minigonna è nata dal basso, imposta da un bisogno collettivo. Che oggi si fa di nuovo sentire. Perché se al suo esordio è stata una formidabile arma contro il sessismo e il machismo della società tradizionale, oggi delle minigonne c’è di nuovo bisogno. Per riaffermare il diritto al rispetto e alla bellezza. Per contrastare quella mentalità arretrata che in qualsiasi look che non mortifichi il corpo femminile intravede un invito alla molestia. Se non peggio.
In realtà in questi anni, senza che ce ne rendessimo conto, le minigonne sono scomparse a vantaggio dei jeans, che si sono trasformati in un indumento difensivo. In un burqa color denim. Dove nascondere il corpo da sguardi indiscreti. Paradossalmente i pantaloni, anch’essi un tempo simbolo di emancipazione, sono diventati uno strumento di difesa. Proprio per questo, mai come ora, un esercito di minigonne dovrebbe presidiare le nostre città. Per continuare quel cammino di emancipazione che le ragazze inglesi hanno regalato al mondo. Thank you girls!
07-04-2019 01:00


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