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Enrico Mentana
Chi è
Editorialista ed ex direttore del Tg5 e di Matrix. Il suo ultimo libro è “Passionaccia” edito da Rizzoli nel 2009
Enrico Mentana
Cricca

Breve premessa personale. Quando ero uno studente liceale a Milano il mio principale strumento di informazione era la televisione della Svizzera Italiana. Non era un esotismo o una stravaganza: all’inizio degli anni Settanta (per noi nella Penisola un periodo di forti tensioni sociali, in cui il terrorismo cominciava ad affacciarsi) il Tg ticinese era un porto franco, in cui i fatti del mondo venivano raccontati in maniera più disinibita e diretta, e gli stessi fatti italiani non sparivano nella melassa delle prese di posizione politiche, come succedeva invece nel paludatissimo Telegiornale unico della Rai. Imparai a conoscere il sistema elvetico seguendo rubriche che forse neanche i teleutenti svizzeri ascoltavano molto, come “Oggi alle Camere Federali”. Quarant’anni dopo non ho dimenticato quel battesimo informativo, e posso ben capire lo sconcerto e lo sbalordimento che nella “vicina Confederazione” (quanto mi piacevano quelle frasi fatte!) può suscitare oggi una vicenda come quella della ormai famosa cricca. Sì, d’accordo, l’Italia non è mai stata la Svizzera quanto a senso dello stato, e tanto meno per senso civico dei cittadini. Ma con le storie che emergono in queste settimane sembra di tornare indietro nel tempo… Proprio in questi giorni cominciano i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia, eppure le storie della cricca sembrano provenire dalla Roma pre-unitaria, capitale dello Stato Vaticano in cui attorno al potere papalino si era solidamente insediato un ceto rapace legato a doppio filo agli ambienti della Santa Sede e ai suoi possedimenti, che lucrava sulla costruzione di case e chiese, sul mantenimento e il restauro dei luoghi di culto, sull’esazione delle imposte e sulle stesse opere di carità, mentre il popolo assisteva impotente e docile, pago com’era dell’indotto di una capitale che dava briciole per tutti. La Roma di oggi, capitale di una nazione chiave dell’Europa, ma ancora in parte sede dello Stato Vaticano, è davvero così diversa da quella? 

Non lo dico solo perché tutto è cominciato, cronologicamente parlando, con i lavori per il Giubileo del Duemila, ma perché le dinamiche che l’hanno resa a lungo invisibile e quindi vincente sono tipiche di un paese senza controllo democratico né trasparenza della macchina governativa. Perché questa congrega affaristica si è sviluppata lungo un decennio pieno di appalti e grandi eventi, fondata su una salda alleanza tra esponenti di poteri forti, ciascuno in un ruolo chiave nel suo settore. C’era il provveditore delle opere pubbliche, il gestore dei beni vaticani, il costruttore specializzato nel ramo sicurezza, il magistrato influente nella procura, il generale della finanza applicato ai servizi segreti, e avevano tutti insieme trovato la benevolenza del plenipotenziario della protezione civile: oplà, il gioco è fatto. I ministri, sindaci e governatori potevano cambiare, centro-destra o centro-sinistra, ma la cricca era sempre lì ad allungare le mani su tutto, pronta a sfornare il progetto, l’approvazione, il parere favorevole, il soggetto attuatore, l’appalto, la stima di maggiori costi, l’adeguamento, il collaudo. In mezzo un dedalo di parenti e sodali, una rete di favori reciproci, di società in comune: come in una paradossale commedia in cui pochi attori erano chiamati a recitare ciascuno più e più ruoli, controllante e controllato, decisore e beneficiato… È la storia di un gruppo di persone che hanno scambiato lo stato per l’albero della cuccagna, da cui si può staccare di tutto. Queste persone abbiamo imparato a conoscerle senza averle mai viste: il costruttore Anemone, il provveditore Balducci, l’architetto Zampolini e tanti altri. Di nessuno di loro conosciamo un credo politico, la loro ideologia era l’accaparramento, non fermandosi di fronte a nulla. Corrompevano e lucravano sulle Opere Vaticane come sul terremoto dell’Aquila, sulle caserme militari o perfino sulle epidemie gravi (come accadde per il padiglione per la cura della Sars da farsi in fretta e furia nel principale ospedale per le malattie infettive di Roma, mai ultimato: ora la Sars è stata debellata). Il loro terreno di safari, di caccia grossa, erano i cosiddetti Grandi Eventi: che spesso erano grandi soprattutto per loro. Sembravano muoversi nel loro habitat, nella capitale che mette territorialmente vicini ministeri, enti pubblici e tante strutture centrali, comprese quelle dei servizi segreti, e dove c’è un ceto arraffone che sa arrangiarsi alla grande al riparo di ogni governo, e che magari la fa sotto il naso a ministri svagati o inesperti, o riesce a lusingarne altri in mille modi, donne e soldi compresi. Un osservatore che dall’estero guarda l’Italia si può chiedere: ma non era stato scoperto tutto il malaffare al tempo di Mani Pulite? Non si era spazzata via tutta la corruzione? Non erano stati cacciati tutti i mariuoli? Non si era predisposto un nuovo apparato di leggi, regole e controlli per impedire che la malapianta ricominciasse ad attecchire e a crescere? 

La verità è che i vizi non si cancellano per legge, e che le epidemie, anche quelle sociali, non si ripropongono mai nella stessa forma. Tangentopoli era un sistema, una enorme doppia contabilità che riguardava il rapporto tra affari e politica: nelle inchieste che scossero l’Italia tra il 1992 e il 1994 furono pesantemente coinvolti i vertici di tutte le principali società italiane, pubbliche e private (non si dimentichino i suicidi di Raul Gardini e del presidente dell’Eni in carcere, ma anche gli arresti degli uomini Fiat e dello stesso DeBenedetti, per non parlare delle inchieste su Mediaset), e tutti i segretari amministrativi dei principali partiti furono colpiti. Era l’intero establishment italiano, imprenditoriale e politico, il cuore del sistema: appalti, concessioni, forniture in cambio di soldi neri alla macchina dei partiti (e ovviamente poi c’era chi intascava in proprio). Nelle infrastrutture ovviamente il sistema raggiungeva il suo apice: spesso non si capiva se di pagassero tangenti per realizzare le opere pubbliche o si costruivano le opere pubbliche per creare tangenti… Per questo furono varate leggi severissime, che ebbero come inevitabile effetto collaterale il blocco di ogni opera pubblica per molti anni: quale amministratore locale rischiava il carcere per un cavalcavia nuovo, a causa di un ricorso o di una firma sbagliata? E inevitabilmente le spinte lobbistiche, e anche una più legittima necessità di rivitalizzare il settore delle costruzioni, portarono al superamento graduale di quelle leggi. Il paesaggio però era cambiato: non c’era più la tassa della politica in quanto tale, e c’era invece una maggiore attenzione dell’opinione pubblica e della stessa informazione, che prima dell’esplosione di Tangentopoli aveva dormito – con poche eccezioni - sul sistema delle ruberie, salvo scatenarsi all’epoca degli arresti eccellenti. 

Così sono nate le cricche: ci vuole l’uomo giusto nel sistema delle opere pubbliche, il costruttore in grado di gestire ogni lavoro, dalla caserma dei servizi segreti alla tinteggiatura del monolocale, il notaio di fiducia, il progettista amico, la rete di committenti ben dispiegata e cointeressata agli utili, il palo nella guardia di finanza e quello nella magistratura. Così sono tutti insieme nella banda, chi deve decidere l’opera, chi la deve costruire, chi la deve controllare, chi la deve collaudare, chi deve vigilare sulla regolarità dei pagamenti e delle procedure. Bingo! Il politico a quel punto è solo il terminale, nazionale o locale, di un sistema già autosufficiente: lo si aiuta a comprare una casa, o chissà cosa altro, è indispensabile all’affare, ma non ne è il motore. Conta la cricca, o “il sodalizio”, come l’ha chiamato il magistrato che pochi giorni fa ha respinto la richiesta di scarcerazione di Angelo Balducci, quello che ancora un anno e mezzo fa  una nota ufficiale della Protezione civile definiva «la massima autorità istituzionale in materia di appalti e di realizzazione di opere per conto dello Stato». Oggi invece per il giudice di Firenze è un soggetto pericoloso anche per “i legami profondi con soggetti di livello istituzionale elevato” esercitati tramite “la messa a disposizione di se stesso, della propria carica e dei propri poteri, a volte illimitati, in cambio di utilità di vario genere o della promessa di utilità”. Vi ricordo solo alcuni degli incarichi di Balducci: presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, Gentiluomo di Sua Santità, commissario speciale ai Grandi Eventi… Può bastare?

15-05-2010 22:00