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Filippo Facci
È un voto politico
che paralizza il Paese
Filippo Facci
Chi è
Editorialista del quotidiano Libero e opinionista per il gruppo Mediaset
Riassumere il quadro politico italiano rischia di annoiare, perché il fatto che sia un quadro inedito non lo rende meno noioso. In pratica, la questione del referendum costituzionale (si vota il 4 dicembre) ha sequestrato ogni trattazione politica e amministrativa sin da prima dell’estate: il tema non ha mai smesso di riempire le pagine dei giornali anche se luglio e agosto, di solito, sono mesi in cui non succede niente di concreto (politicamente). Ma il referendum ha risucchiato ogni attenzione e subordinato artificiosamente ogni sommovimento o azione di governo: al punto che la sopravvivenza dello stesso governo Renzi e del partito che lo esprime, cioè il Partito democratico, appaiono legati a un filo. Che succede a destra, che succede a sinistra? Niente, è tutto sospeso.
Colpa di questo è anche una campagna elettorale che i fautori del "sì" (i governativi) hanno impostato da subito come un giudizio politico più sul governo Renzi e meno su una riforma che è complicata da capire sicché, essendo ora in calo la popolarità di Renzi e in parte quella del Pd, tutto è di conseguenza. È stato Renzi a ripetere che in caso di vittoria del "no" avrebbe smesso di fare politica e si sarebbe dimesso da presidente del Consiglio, portando il Paese a nuove elezioni. Ultimamente ha cercato di correggere il tiro, dicendo che la decisione sarebbe spettata al presidente della Repubblica: ma poco è cambiato. Più o meno tutti i partiti, quale che sia la loro posizione sul quesito referendario, danno per scontato che il voto avrà immediate conseguenze politiche.
E vediamo la posizione dei partiti. Il Pd è diviso: chi ovviamente per il sì, chi per il no e chi per un "forse" condizionato a improbabili modifiche della riforma. Area Popolare (gruppo parlamentare governativo  che comprende il Nuovo Centrodestra e l’Udc) è per il sì. Passando all’opposizione, il Movimento 5 Stelle, la Lega Nord e la Sinistra italiana fanno campagna per il no. Forza Italia è per il no anche se la riforma assomiglia a quella che nacque dall’accordo tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, il "patto del Nazareno". Qualche ex parlamentare di Forza Italia ha aderito a un comitato politico per il sì. L’unico che si muove per ora è Salvini della Lega, abituato a fare una sorta di campagna elettorale permanente e a eludere i temi che considera astrusi. A margine di Forza Italia si muove Stefano Parisi, ex candidato a sindaco di Milano che ha ricevuto da Berlusconi un mandato ufficioso per valutare, tra le antipatie, come ristrutturare il centrodestra.
Detto questo, il referendum costituzionale è una sorta di guscio di noce. La riforma che si vota, approvata ad aprile, prevede la fine del "bicameralismo perfetto" (unicum in Europa) con forti limitazioni delle funzioni del Senato e delle regioni, più vari interventi minori. Il referendum è consultivo e non prevede un quorum. Se passa la riforma, il Senato avrà solo cento senatori eletti dalle regioni e una competenza legislativa ristretta. Le regioni torneranno a una situazione precedente l’altra riforma costituzionale del 2001, cioè perderanno l’autonomia finanziaria e manterranno solo quella sulla sanità. Spariranno anche le province, in precedenza già svuotate delle principali funzioni. Come andrà? La gran parte degli ultimi sondaggi avvantaggia di poco il no, ma in due mesi tutto può ancora cambiare. Il sito Termometro Politico, che ha aggregato i sondaggi delle principali società demoscopiche italiane realizzati negli ultimi 30 giorni, riporta che su 11 sondaggi, 8 danno in vantaggio il no e soltanto 3 danno in vantaggio il sì.
16-10-2016 01:00


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