Un Ufficiale dall’Irlanda

Rose-Anna White di Tipperary, 32enne ufficiale dell’esercito, è la manager operativa del padiglione irlandese. Posa col vestito che usa per lavorare nello stand e in un momento di relax sul divano, mentre beve un limoncello e legge un libro sui verbi italiani.



Nelle stanze del Mali

Mamadou Diané, 65 anni, pittore e designer, condivide l’appartamento con Sogodogo Massabou, 31 anni. Entrambi lavorano al padiglione del Mali, il primo come consulente nazionale, il secondo come responsabile delle attività commerciali. Sulla destra della foto sono ritratti con i vestiti tradizionali che indossano per il lavoro nel padiglione; a sinistra, invece, si dedicano alle attività preferite nel tempo libero.



Con il copricapo ugandese

Hilda Gloria Ndiwabeene, studentessa di 26 anni, lavora al padiglione dell’Uganda e frequenta i corsi di International management all’università Cattolica di Milano. Nella prima foto si veste per andare al lavoro con la divisa del suo Paese; nel secondo scatto si prepara per uscire a cena, sistema i capelli col tradizionale “ekitambala”, avvolgendoli all’interno di un tessuto piegato in modo particolare.



Il Delegato del Suriname

Hewell William Barker, detto Joel, 35enne delegato del Suriname. Nella foto, assemblata in post produzione, indossa la tenuta da lavoro, mentre a sinistra controlla la mail sul letto della sua stanza, già vestito per andare a una festa la sera.



dalla Cina con la famiglia

Xiangwei “Joseph” Zhang, 32 anni, cinese, lavora all’Expo con il ruolo di China Programme Manager. A destra posa negli abiti da lavoro, a sinistra invece gioca col figlio Yibo, 2 anni, e la moglie Zheng Xinyan “Nico”, 32 anni, sul balcone di casa nel Village, dove la famiglia l’ha raggiunto per una visita di qualche settimana.



È kazako ma “italiano”

Tutan Kairullayev, 35 anni, è lo steward nel padiglione del Kazakistan. Vive in Italia dal 2004 e ha lavorato prima a Mirabilandia per 7 anni come animatore ballerino, poi in altre città italiane come interprete. Nella foto posa con la divisa ufficiale del padiglione e in un momento di vita casalinga.



Dal Belize per gli Event

Shary Medina, 35 anni, del Belize, lavora come Event Ambassador al “Caricom”, la comunità caraibica impegnata negli eventi al cluster “Island, Sea and food” di Expo. Shary posa sia in divisa di lavoro, sia in un momento di vita familiare in cucina col marito Efrain e il figlio Ezio di un anno e mezzo.



La Mauritania a Merlata

Una delegazione della Mauritania posa in gruppo davanti all’Expo Village, il nucleo di sette palazzi di nuova costruzione, nell’area della Cascina Merlata, che ospita un migliaio di delegati della manifestazione.

Dopo sei mesi passati
fra gli stand di Expo
è ora di ritornare casa


Hanno vissuto insieme. Adesso tornano ai loro Paesi
Rose-Anne tornerà a fare il capitano nell’esercito irlandese, Shary reindosserà le vesti di consulente d’investimenti in Belize, Mamadou quelle di docente d’arte in Mali e lo svizzero Martin volerà in Brasile, a Bahia, dove l’aspetta un contratto dopo il diploma all’Ecole Hôtelière di Ginevra. Tutti ritratti dal fotografo Roberto Cuccari, con un gioco di specchi che li mostra nello stesso scatto sia negli “abiti di lavoro”, sia in tenuta da relax. E sono solo alcuni dei mille e più operatori che per sei mesi hanno lavorato alla grande rassegna universale di Milano e vissuto all’Expo Village, una realtà di sette palazzi di nuova costruzione realizzati nell’area della Cascina Merlata, zona ovest del capoluogo lombardo, trasformata in un vero e proprio “villaggio globale”. Solo adesso, al momento di dire “Bye Bye Expo” dopo aver condiviso gli appartamenti presi in affitto, diplomatici, funzionari, addetti commerciali, steward, delegati, camerieri, stagisti e volontari si rendono conto di aver condiviso una “casa” veramente universale. Quasi impossibile, infatti, pensare altrimenti un’abitazione capace di ospitare persone di 122 nazionalità diverse, dalla A di Afghanistan alla Z di Zimbabwe. Un enorme “comdominio” multietnico che ha raggiunto il picco di ospiti in luglio, con 1.418 residenti. E se si fosse trattato di votare, una volta tanto la Svizzera non si sarebbe trovata in minoranza, visto che solo i kazaki (con 160 ospiti) hanno superato i rossocrociati come presenze, seguiti da emiratini e cinesi. A votare realmente, invece, sono stati proprio i kazaki, visto che in occasione delle loro elezioni nazionali è stato persino allestito un seggio nel Village. E il puro spirito Expo si è manifestato anche per il Ramadan, quando centinaia di ospiti musulmani hanno potuto rispettare il loro rito religioso con cene rigorosamente dopo il tramonto negli spazi comuni, aperti anche agli ospiti. Le potenziali “tensioni” geo-politiche (e non ne mancavano vista la convivenza tra russi e ucraini, armeni e turchi, arabi e israeliani, e tra altri popoli) sono state stemperate da un apposito sportello di mediazione culturale. Insomma, Expo Village non era certo separato dal mondo: era il mondo. In quei sette palazzi, tra i dieci e i quindici piani ognuno, la convivenza planetaria era agevolata da una reception aperta 24 ore su 24, con 18 laureati in lingue pronti a rispondere nei più disparati idiomi, un presidio medico, palestre attrezzate, lavanderie, tavola fredda, servizi di spesa e tintoria a domicilio, servizio di car sharing e un centro di preghiera religioso. Bye Bye Expo.


Le Torri alimentari come quattro serre urbane

Il 31 ottobre si spegneranno le luci e già ci si chiede che fine faranno i padiglioni di Expo. L’obiettivo è evitare l’epilogo triste dell’Expo di Siviglia, del 1992, dove tuttora sono rimaste le impalcature abbandonate,di Hannover (2000), dove tra uno stand e l’altro si sono formate paludi di detriti, o di Shanghai (2010), con le strutture rimaste inutilizzabili per mesi. Il problema non si pone per la Svizzera, che prima ancora di completare il padiglione aveva già deciso di trasformare le sue ormai celebri “torri alimentari” in orti verticali, serre urbane, da collocarle in quattro città elvetiche. In ogni caso il 75% del materiale utilizzato nelle infrastrutture elvetiche potrà essere recuperato e riciclato alla fine dell’evento. Anche gli Emirati Arabi rimonteranno la loro struttura a casa, a Masdar City, come l’Azerbaijan che rimonterà il tutto a Baku. Il Bahrein riporterà in patria il suo giardino botanico, mentre l’Angola trasformerà il suo padiglione in un museo a Luanda. La Repubblica Ceca, dopo averlo smontato, lo donerà alla città di Vizovice trasformato in un polo multifunzionale, l’Ungheria,invece, rimonterà la sua struttura nella città più antica del Paese: Szombathely. Per contratto l’area adibita all’esposizione, dovrà essere ripulita e libera entro il 30 giugno 2016, e molti Paesi o società ospitate cercano soluzioni alternative allo smantellamento che, in alcuni casi, sembrerebbe un vero spreco di risorse. E così la Francia ha deciso di mettere in vendita il suo padiglione, altrettanto il Nepal, che dopo il terribile terremoto, ha bisogno di fondi per la ricostruzione. Il Brasile pare voglia lasciare alla città di Milano la sua visitatissima “rete”; Monaco rimonterà i suoi “Blocchi” in Burkina Faso. Anche Slow Food trasferirà la sua struttura in un Paese africano. La Coca Cola, purché Milano lo trasformi in un campo di basket per ragazzi, aveva deciso fin dall’apertura di donare il proprio stand al Comune.



La pubblicità
Per chi vuole
comunicare
con il Caffè
App
"Il Caffè+"
per iPad e iPhone
Scarica »
App
"Il Caffè+"
per Android
Scarica »
Rezzonico
Editore
Tessiner Zeitung
Vai al sito »



I video della settimana
Inviate i vostri video a caffe@caffe.ch

Brexit:
Farage lancia
la marcia
pro-Leave

Tirana:
violente proteste
davanti
al Parlamento