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Fulco Pratesi
Caccia
Fulco Pratesi
Chi è
Fondatore e presidente onorario di Wwf Italia, autore e illustratore di diversi libri, tra i quali 'Clandestini in città'
Che la caccia sia l'attività, o, se vogliamo, lo sport più antico del mondo nessuno può dubitare: già almeno quattro milioni di anni fa i nostri progenitori ominidi, scesi dagli alberi delle foreste dove vivevano mangiando frutta e germogli, battevano le savane a caccia di prede. E questa trasformazione nei loro comportamenti è stata l'inizio del lungo percorso col quale, dall'ominide Lucy (Australopithecus afariensis) - il cui scheletro risalente a 3.2 milioni di anni fa venne scoperto in Etiopia nel 1976 - si è arrivati agli astronauti lunari.
Fino a 10 mila anni fa, prima che la Rivoluzione neolitica aprisse all'uomo le tecniche dell'agricoltura e dell'allevamento, la dieta dell'uomo era basata sulla raccolta di prodotti spontanei radici, frutti, piante, lumache, testuggini, insetti e sulla caccia.
Ma pure divenuti agricoltori e allevatori, gli uomini hanno continuato a integrare l'alimentazione uccidendo mammiferi e uccelli selvatici. E ancor oggi la passione venatoria, controllata o meno, coinvolge una gran parte dell'umanità, portando spesso alla scomparsa molte specie animali.
Anche se, ad esempio, lo stambecco alpino, estinto in tutta Europa (l'ultimo della Svizzera fu ucciso nel Vallese ai primi dell'800) si è salvato grazie alla passione venatoria dei sovrani Savoia, che destinarono alcune delle loro riserve private di caccia alla creazione di Parchi Nazionali come quello del Gran Paradiso.
Oggi la caccia ha perso sia l'antica funzione di sopperire alle carenze alimentari delle popolazioni povere, sia quella di svago e addestramento alla guerra di quelle dominanti.
E sempre più, con l'aumento di una coscienza ecologica e animalista,viene sottoposta a dure critiche e con varie motivazioni. Accanto a quelle, puramente etiche e morali di chi contesta l'uccisione per divertimento, vi sono quelle ecologiste che vedono nel prelievo indiscriminato, senza controlli e limitazioni, una causa spesso determinante della progressiva estinzione di molte specie. È importante a questo proposito esaminare le differenze tra i modi di cacciare, ad esempio, in Italia e in Ticino. In questa regione, come in quasi tutta Europa (forse meno che in Francia) la caccia incontra pochi oppositori, se non nel campo etico e animalista. Il prelievo di capi in esubero delle varie specie cacciabili risponde a criteri di razionalità e ad esigenze di tutela degli ecosistemi: un'eccessiva densità di erbivori (cervi, caprioli, daini, cinghiali), ove verificata e documentata da effettivi danni al rinnovo della vegetazione naturale, va combattuta. E nei casi in cui la cattura e il trasferimento in altre aree risulti impossibile, l'abbattimento diviene inevitabile. Così, nei luoghi ove la presenza di carnivori (orso, lupo e lince) non riesce a limitare  la crescita eccessiva degli erbivori selvatici, (come avviene nelle aree protette ove vige l'equilibrio ecologico e la caccia è vietata) un prelievo contenuto e affidato a sportivi preparati con precise limitazioni di tempi e di capi, risulta un'attività economica compatibile e sostenibile, alla pari con l'allevamento e la macellazione del bestiame domestico. Può non essere gradito a chi ricorda le tristi scene dell'uccisione della mamma di Bambi, nel film omonimo, ma  risponde a criteri di razionalità anche ecologica.
Le differenze della caccia in Ticino con quella che in Italia è osteggiata da quasi il 90% della popolazione, consistono nel fatto che, ancor oggi, nella Penisola sia consentita la caccia a molti uccelli migratori anche piccoli (fringuelli, passeri, allodole, pispole, peppole e altri), che la densità di cacciatori, pur fortemente calata (negli anni '70 si contavano nel Paese  due milioni di doppiette) sia ancora eccessiva e rivolta in gran parte ai piccoli migratori, e che un articolo del Codice civile, varato nel 1942 per favorire la preparazione bellica degli italiani, allora in guerra, consenta (ai soli cacciatori) l'accesso ai terreni altrui senza il permesso dei proprietari o dei conduttori del fondo. Ed è, infine, soprattutto contestato il fatto che il periodo di caccia vada dai primi di settembre alla fine di gennaio in tutto il Paese.
La normativa venatoria in Ticino è assai diversa e più attenta alla razionalità e alla sostenibilità del patrimonio faunistico, basate su censimenti accurati. La cosiddetta "Caccia alta", che va solo dal 1° al 22 settembre, riguarda cervo, capriolo, camoscio, cinghiale, marmotta e volpe, con rigide limitazioni di numeri e luoghi.La "Caccia bassa" è consentita dal 16 ottobre al 30 novembre e consente il prelievo, oltre a diversi piccoli mammiferi (lepri, ecc.), di sole 14 specie di uccelli "terrestri"e di 5 specie di anatre selvatiche. Dunque tutto è ben regolamentato.
Inoltre, la carne di selvaggina in Svizzera gode di ampio gradimento ed è ben presente nei ristoranti e negli esercizi commerciali. In questa stagione nelle offerte dei supermercati è abituale trovare carne di capriolo e cervo (quest'ultimo proveniente anche dalla Nuova Zelanda, Paese in cui la sovrabbondanza di capi causa notevoli problemi), a dimostrazione dell'interesse economico per le cosiddette "carni alternative".
15-09-2013 01:00


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