Chi è
Giuseppe Turani è editorialista economico di Repubblica, scrittore e direttore di Uomini & Business
Giuseppe Turani
Spagna, Italia, Francia
rischiano il fallimento
Dopo la Grecia, la Spagna. Era già scritto che sarebbe stato così, ma il caso è scoppiato comunque a sorpresa. Il problema è che la Spagna è molto più grande della Grecia. E per ora nessuno è riuscito a fare la conta dei danni. Anche se le premesse non sono affatto buone. Basta riflettere un momento sulla questione delle banche spagnole. Prima si era detto che erano in crisi, ma che con una decina di miliardi di euro sarebbero andate a posto. Poi i miliardi sono diventati 20, e poi sono lievitati: 40, 50. Venerdì dall'Unione europea sono stati stanziati 100 miliardi per le banche spagnole. E si spera che siano sufficienti.
Anche qui, insomma, si ripete un po' il copione della Grecia. I conti non sono mai affidabili. E infatti, proprio mentre i vertici della Ue stanno decidendo di mandare i soldi per le banche, due regioni fra le più importanti della Spagna (Catalogna e Valencia) informano il governo di essere ormai al default, fallite. Il governo spagnolo fa due conti e afferma a sua volta di essere senza un euro e di confidare soltanto sull'aiuto europeo per pagare gli stipendi e tenere aperti gli ospedali.
Al governo spagnolo vengono chieste, ovviamente, misure di austerità in cambio dei denari. Anche se la situazione sociale spagnola è talmente compromessa che non si sa bene a che cosa i cittadini possano ancora rinunciare. Ma, soprattutto, non si sa a quanto ammonta l'entità del danno. Tempo fa voci non ufficiali stimavano i 400-500 miliardi di euro i soldi necessari per evitare il default della Spagna (che, di fatto, è già tecnicamente fallita, come la Grecia). In sostanza, sta accadendo quello che tutti speravano non accadesse mai.
E dunque dopo la Grecia, la Spagna. Fino a ieri si era detto: la Grecia è un piccolo Paese, è un dramma, ma possiamo sopportarlo. La Spagna no, è un Paese grande, importante. E invece ci siamo arrivati.
Purtroppo, si ha la sensazione che non sia finita. L'andamento degli spread (sopra 600 per la Spagna e sopra 500 per l'Italia) contiene un messaggio molto chiaro: il prossimo Paese a cui tocca è l'Italia.
Il gioco è abbastanza semplice. Gli operatori prendono di mira un Paese borderline (cioè un po' in difficoltà con i conti), ne fanno salire lo spread (cioè gli interessi da pagare sui bond), e a quel punto il Paese borderline va in crisi sul serio.
Se si vuole, si può continuare con l'elenco: dopo l'Italia, toccherà alla Francia.
E ci sono dubbi che l'Europa possa occuparsi con successo della Spagna. Figurarsi dell'Italia e della Francia. D'altra parte, se l'Italia non è giunta alla situazione spagnola, poco ci manca. Gli italiani, forse, hanno ancora una piccola riserva di sacrifici possibili, ma poca roba. Già la pressione fiscale è oltre il 55 per cento e già il Paese è in recessione. Più di così non si riesce a immaginare che cosa sia possibile fare. Un Prestito forzoso? L'oro alla patria?
Si vedrà. Per il momento quello che sorprende è la grande flemma della autorità europee, che scivolano da un vertice all'altro, inconsapevoli che intanto i mercati lavorano e fanno le loro scelte.
Perché questa grande crisi sull'Europa, sulla Spagna e sull'Italia?
I politici sono stati bravi a dare la colpa alle banche (che non sono dei soggetti immacolati). In Italia la Lega nord va in giro a dire addirittura che il governo dovrebbe commissariare le banche e che i nuovi commissari potrebbero finalmente prendere i soldi e darli alle imprese che ne hanno bisogno. Come se i soldi nascessero su-gli alberi. La Lega, in passato, ha fatto in prima persona una cosa del genere (con la Credieuronord, decideva il vertice della Lega chi finanziare) e sono finiti tutti in fallimento.
In verità quello che accade è molto più semplice (e difficile): i politici europei non hanno capito che una stagione (grande welfare e grandi spese per grandi Stati) è finita. Insomma, si devono ridimensionare. Ma non lo vogliono fare.
22-07-2012 01:00