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Lorenzo Cremonesi
Mosaici di guerra
dalla postazione Judy
Lorenzo Cremonesi
Chi è
Nato a Milano nel 1957, come giornalista segue, da oltre 25 anni, le vicende mediorientali dal Libano all'Afghanistan, dal Pakistan all'Iraq.
Se non ci fossero i fiumi sarebbe molto difficile per i soldati sul campo distinguere tra le proprie linee e quelle del nemico. "Nel caso i turchi venissero sulle nostre sponde, noi abbiamo l’ordine di aprire il fuoco", dicono i militari curdi assieme ai loro alleati delle milizie sunnite schierati sulle rive del Sajur, uno degli affluenti dell’Eufrate. Dai sacchetti di sabbia sui tetti delle abitazioni più alte che fanno parte della postazione "Judy" osservano le acque calme. Attorno dominano dolci colline coltivate: piante di melograno, campi di grano, serre ben tenute e distese di uliveti. Ora piove forte in questa regione del Medio Oriente e l’erba è più verde che mai. Ma le colline più alte sull’altra sponda dello Sajur sono segnate da barriere di terra marrone appena smossa. "Sono i turchi. Ogni giorno vediamo i loro camion, i bulldozer, costruiscono bunker e trincee. Ovvio che sono qui per restare", osserva Akef Manbij, il capitano 25enne della postazione. Le armi in dotazione sono comunque leggere: qualche Kalashnikov, che neppure scalfiscono la blindatura dei tank turchi. "Per fortuna ci sono gli americani a 6 chilometri da qui".
Arriviamo in questo settore della nuova crisi che investe la Siria proprio in concomitanza di sviluppi radicali. Dal 20 gennaio i turchi hanno deciso di fare piazza pulita della presenza curda nell’enclave di Afrin, una cinquantina di chilometri in linea d’aria a ovest di Manbij. Erdogan con la benedizione russa vorrebbe allargarsi e spinge gli americani a ritirarsi anche a est dell’Eufrate, 30 chilometri alle nostre spalle. Sino a poco fa sembrava che i curdi fossero intrappolati e costretti al ritiro. Ma Bashar Assad ha dato la luce verde alle milizie sciite sostenute dall’Iran e operanti in stretta cooperazione con l’esercito siriano di allinearsi con i curdi a Afrin. "Per noi curdi è stata mannna dal cielo. Ora sappiamo che possiamo davvero resistere a Erdogan. Il gioco è del tutto aperto anche per il secondo esercito della Nato", reagisce Mustafà Bali, uno dei più senior portavoce militari curdi legati a Rojava, la loro enclave in Siria.
E tuttavia l’accordo mantiene i contorni di un espediente d’emergenza che ancora necessita una sistemazione politica. Dagli avamposti di Manbij i curdi continuano a guardare con  timore ai posti di blocco dei lealisti siriani che bloccano gli arrivi degli aiuti via terra ai "fratelli" di Afrin. "Restiamo sospettosi gli uni degli altri. Assad vorrebbe riassorbirci per rilanciare la sua sovranità nel Paese. Ma noi intendiamo mantenere la nostra autonomia politica guadagnata con tanto sangue curdo dal 2011 ad oggi. I curdi resteranno siriani. Ma esigiamo un governo democratico che rispetti i diritti delle minoranze", sostengono i leader politici curdi. Oltre 7.000 tra donne e uomini delle loro forze militari hanno perso la vita nei combattimenti degli ultimi sette anni. Lo testimonia più di ogni altro monumento il grande cimitero militare di Kobane, dove sono allineate oltre 1.200 tombe, tante sono fresche. Una decina sono quelle dei circa 100 caduti a Afrin dell’ultimo mese.
A complicare la situazione restano i mille interessi diversi degli attori schierati in Siria con la speranza di guadagnare terreno sui resti del "Califfato" sconfitto. A detta dei curdi comunque Isis potrebbe approfittare proprio delle dinamiche militari innescate dall’offensiva turca per riprendere fiato. "Erdogan torna a essere quello che è sempre stato: un importante protettore del radicalismo jihadista sunnita", accusa Nuri Mahmud, 40enne ufficiale curdo a Qamishli, la capitale amministrativa di Rojava. Lo provano tra gli altri i timori che Isis possa riprendere a compiere attentati anche a Manbij, dove prima aveva le basi di addestramento per i volontari jihadisti arrivati dall’estero attraverso il confine turco. Ma è anche ovvio che Assad oggi si sente forte dell’appoggio iraniano e russo. I suoi uomini stanno martellando Ghouta, l’enclave controllata dai ribelli sunniti alle porte di Damasco. I morti civili da domenica scorsa superano la cifra tragica di 300. E non servono gli appelli alla calma dell’Onu. Tutto lascia credere che l’offensiva continuerà ad oltranza, come del resto quella turca nel nord. Uno scenario preoccupante: ci si era illusi che lo scorso ottobre la caduta di Isis nella sua capitale Raqqa grazie soprattutto all’impegno delle fanterie curde sostenute dagli americani avrebbe aperto la via della pacificazione. Ma oggi la Siria torna ad essere terreno fertile di battaglie ancora più complicate.
25-02-2018 01:00


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