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Loretta Napoleoni
Il mercato milionario
che finanzia la Jihād
Loretta Napoleoni
Chi è
Esperta di economia internazionale e terrorismo. Ha pubblicato vari libri; l'ultimo uscito è 'Democrazia vendesi'.
Le tre del pomeriggio. Fuori è già buio pesto. Una coltre di neve copre i sobborghi di Umeå, città universitaria nella Svezia settentrionale. Nelle vie deserte, le rare auto che incrociamo hanno gli abbaglianti accesi. Senza i loro fasci luminosi sarebbe impossibile capire dove finisce la carreggiata e dove cominciano i giardini delle case. La combinazione tra oscurità e riverbero sulla neve crea curiosi effetti ottici.
Quando apro la portiera per scendere, arrivata all’hotel, ho l’impressione di entrare in una cella frigorifera. Il freddo mi toglie il fiato. Siamo nel 2006, alla fine di novembre; secondo il calendario è ancora autunno, ma sembra di essere nel bel mezzo di un inverno artico.
Siamo qui per The Iraqi Equation, una mostra d’arte politica che rientra in un progetto - lanciato da un gruppo di artisti e intellettuali - di opposizione alla Seconda guerra del Golfo. Siamo già ben oltre l’"attacco preventivo". Dopo mesi di dimostrazioni contro l’intervento militare, nella primavera del 2003 il mondo è ammutolito, forse traumatizzato dall’arroganza di Bush e Blair e dalla loro indifferenza verso l’opinione pubblica. Tre anni dopo, il nostro gruppo porta ancora avanti la sua campagna; è nostro dovere, perché sappiamo cosa accade in Iraq.
Tra gli artisti ci sono diversi iracheni, fuggiti subito dopo lo sbarco delle forze della Coalizione perché finiti nel mirino dei numerosi gruppi armati che operavano nel Paese. L’invasione ha fatto esplodere una rabbia repressa da decenni, con nuove milizie sciite e gruppi criminali, jihadisti e pro-Saddam che si scagliavano contro la popolazione civile. Ma gli uomini e le donne che ora si trovano con noi in questa stanza sono fuggiti dalla patria solo con il corpo. I cuori e le menti sono ancora là, legati da un filo invisibile alla sanguinosa realtà dell’Iraq "liberato".
Ci avevano informati che all’inaugurazione sarebbero intervenuti molti iracheni, ma non immaginavamo di trovarne duecento, addirittura più degli svedesi. Uomini, donne e persino bambini, infagottati in vestiti pesanti, sono arrivati anche da lontano, sfidando il rigido clima nordico. Si riversano silenziosi nelle sale della mostra, ci stringono la mano e sorridono, cominciando a togliersi uno strato di indumenti dopo l’altro. Di lì a poco la lingua più parlata è l’arabo.
Dalle borse, alcune donne estraggono enormi contenitori di cibo avvolto nella stagnola e li posano sul buffet, accanto agli snack di formaggio e verdure. Le pietanze, variopinte e allettanti, sprigionano aromi che ci solleticano le narici. Quando la direttrice artistica Catherine David prende la parola, ci sembra di essere gli invitati a una cerimonia, magari il matrimonio tra una svedese e un arabo. È una sensazione magica, capace di lasciare un ricordo indelebile, e per un attimo dimentichiamo che questo evento è finalizzato a denunciare un’aggressione militare.
Quando la folla inizia a scemare, mi si avvicina un giovane di statura media, con le spalle larghe e la carnagione molto chiara per un iracheno. Si presenta come Rashid, un nome assai diffuso in Iraq, ma capisco che in realtà non si chiama così. C’è una specie di disagio nei suoi occhi mentre pronuncia il nome. Inoltre parla inglese con un marcato accento francese, tipico dei nordafricani. Ha letto i miei libri, dice, e vuole congratularsi per il mio lavoro. Cominciamo a parlare. Mi chiede dei miei contatti con gli ex mujaheddin a Londra. Conosco il tal dei tali? Menziona diversi algerini che si sono rifugiati nella capitale britannica dopo il colpo di Stato militare e hanno ottenuto asilo politico.
Rashid è un’anima inquieta. Intuisco che vuole raccontarmi qualche evento oscuro del suo passato, ma non sa da dove iniziare. Così propongo di andare in hotel a bere una cioccolata calda. Accetta volentieri.
Non mi dice il suo nome, ma mi rivela nazionalità ed età: viene dall’Algeria e ha ventinove anni appena compiuti.
Suo padre è stato tra i fondatori del Fronte islamico di salvezza (Fis). Poco dopo il colpo di Stato militare (spalleggiato dai francesi e da altri europei) è stato arrestato assieme ai figli ed è svanito con loro nel labirinto del sistema di detenzione politica algerino. "Quando è arrivata la polizia, io ero fuori a pescare" spiega Rashid. Ultimogenito, quindicenne, a lui la politica non interessava affatto, sognava di fare il marinaio e il pescatore e di girare il mondo. "Ma dopo che hanno portato via mio padre e i miei fratelli non ho più potuto ignorare la politica".
La madre gli ha organizzato immediatamente la partenza da Algeri. Ma la sera stessa il ragazzo si è unito a un gruppo di membri del Fis, colleghi del padre, molti dei quali avevano combattuto come mujaheddin in Afghanistan. Sono andati a sud, fino al confine del Sahara, dove hanno serrato i ranghi per pianificare la riscossa.
Rashid ha passato gli anni successivi nell’Algeria meridionale, nel deserto del Sahara, a migliaia di chilometri dal suo amato mare. Non è mai entrato nel Gruppo islamico armato (Gia), l’organizzazione che, nata dalle ceneri del Fis, ha lottato contro il regime militare per quasi dieci anni, innescando l’ennesima guerra civile nel Paese. Invece è diventato contrabbandiere e ha percorso senza sosta le rotte transahariane.
Poi è arrivato l’11 settembre.
"È cambiato tutto" dice. "Per anni avevamo condotto una vita monotona, contrabbandando perlopiù sigarette dall’Algeria al Mali e all’Africa occidentale, ma d’un tratto si sono presentate nuove opportunità. Tutta la regione scoppiava di rabbia e di orgoglio. Abbiamo iniziato a trafficare armi e droga, poi qualcuno ha avuto un’idea: proviamo con i rapimenti".
Così è diventato sequestratore, un lavoro che odiava. Quando finisce di parlare, guardo fuori. Nevica talmente forte che il cielo è bianco. Il Sahara è davvero molto lontano, e ancor più deve sembrare tale a una persona come Rashid, cresciuta nel clima più torrido.
"Perché mi racconti questa storia?" domando alla fine.
Esita e, per qualche secondo, mi guarda dritto negli occhi, cercando le parole giuste. "Qualcuno deve pur sapere" risponde.
Si allontana dall’hotel a piedi, lasciando impronte che la nevicata cancella in un istante. Sono certa che non lo rivedrò mai più. Non ho idea di dove viva o di cosa faccia. So soltanto che quando il suo gruppo ha cominciato a dedicarsi alla tratta di migranti dall’Africa occidentale alla Libia, è riuscito a salire su una barca diretta in Italia spacciandosi per un rifugiato iracheno. Era il 2005, e l’Europa accoglieva di buon grado i rifugiati dall’Iraq. Dalla Sicilia, Rashid ha raggiunto la Svezia e, quando gli hanno chiesto da dove venisse, ha dichiarato: "Sono iracheno". Con una bugia innocua si è sottratto a una vita violenta che certo non aveva scelto. Possiamo fargliene una colpa?
15-01-2017 01:00


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