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Luca Mercalli
Chi è
Climatologo, docente universitario e presidente della Società italiana di meteorologia
Luca Mercalli
Siccità
Nell'osservare i dati che giorno dopo giorno aggravano la dimensione della siccità che assedia buona parte degli Stati Uniti, compromettendo il raccolto di mais, non possono che tornare alla mente le prime righe di "Furore", il romanzo di Steinbeck ambientato nel Dust Bowl degli Anni Trenta: "[...] Agli ultimi di maggio il cielo impallidì e perdette le nuvole che aveva ospitate per così lungo tempo al principio della primavera. Il sole prese a picchiare e continuò di giorno in giorno a picchiar sempre più sodo sul giovane granturco finché vide ingiallire gli orli d'ogni singola baionetta verde. Le nuvole tornarono, ma se ne andarono subito, e dopo qualche giorno non tentarono nemmeno più di ritornare. Le erbacce si vestirono d'un verde più scuro per mascherarsi alla vista, e smisero di moltiplicarsi. La terra si coprì d'una sottile crosta dura che impallidiva man mano che il cielo impallidiva [...]".
A metà agosto il 62 per cento del territorio statunitense era soggetto a uno stato di siccità classificato da moderato a eccezionale (www.drought.gov), con una riduzione stimata del 17 per cento del raccolto di mais e del 12 per cento di quello di soia. Una situazione non ancora a livello del terribile "Dust Bowl", che durò più anni consecutivi, con particolare severità nel 1934 e 1936 in Texas e Oklahoma, periodi durante i quali si arrivò al 75 per cento della superficie americana interessata da aridità e tempeste di polvere, ma comunque confrontabile con l'episodio del 1988-89, che con circa 100 miliardi di dollari di danni è il disastro naturale più costoso della storia degli Usa, superando gli uragani Andrew e Katrina.
D'altra parte, se negli anni Trenta del Novecento, oltre alla siccità, le cause della crisi agricola furono attribuibili in gran parte a pratiche agronomiche sconsiderate che avevano alterato il fragile equilibrio delle praterie vergini e mancavano ancora dell'imponente apparato di irrigazione, oggi reso possibile da una meccanizzazione capillare basata sul petrolio, è pur vero che la tecnologia non può tutto contro le temperature diffusamente oltre i 40°C che hanno reso il luglio  il mese più caldo nella storia degli Stati Uniti, a completamento peraltro del periodo di 12 mesi consecutivi anch'esso più caldo a livello ultrasecolare. Spostandoci nel continente asiatico, un'altra grande siccità sull'India, causata dal ritardo nell'arrivo del monsone, ha generato a fine luglio 2012 il più grande blackout della storia, che ha lasciato senza elettricità oltre 620 milioni di persone.
L'effetto domino su una rete elettrica già precaria è stato innescato dagli ingenti prelievi per il funzionamento delle pompe destinate all'irrigazione delle colture in sofferenza idrica, sommato ai condizionatori d'aria a manetta nelle città infuocate. Inoltre, la stessa siccità aveva ridotto la produzione idroelettrica, amplificando l'instabilità del sistema di distribuzione. E poi c'è il Mediterraneo: la successione di anticicloni subtropicali sta portando l'estate 2012 a sfiorare quella del 2003 come intensità della calura: non siamo ancora agli stessi livelli di deficit idrico, ma la portata fluviale è in drastica riduzione, gli incendi divampano e le rese agricole calano.
Questa rapida cronaca evidenzia come gli eventi di canicola associati alla carenza di precipitazioni possano pesantemente influenzare molteplici settori della società, dal confort individuale ai mercati cerealicoli internazionali, alla produzione e al consumo di energia. Orbene, ci si domanda se di questi eventi si può ritenere responsabile il riscaldamento globale. La risposta può essere declinata soggettivamente con più o meno cautela, con più o meno enfasi, ma al di là delle incertezze scientifiche nella valutazione delle cause degli eventi estremi, sempre difficoltosa, è positiva: il cambiamento antropogenico del clima ha ormai un ruolo nelle siccità associate a ondate di caldo. James Hansen, celebre climatologo della Nasa, ha pubblicato di recente sui Proceedings of the National Academy of Sciences insieme ai suoi collaboratori lo studio "Perception of climate change", dove dimostra che nel periodo precedente al 1980 i valori di caldo estremo interessavano meno dell'uno per cento della superficie terrestre, mentre nell'ultimo decennio, a partire dal 2000, sono arrivati ad interessare circa il 10 per cento dell'area globale. Ne consegue che la loro probabilità di accadimento è nettamente aumentata per effetto della tendenza all'aumento delle temperature globali. Kevin Schaefer dell'Nsidc di Boulder, Colorado, afferma in un lavoro uscito a fine luglio su Nature-Geoscience, che le mega-siccità sono destinate a diventare più frequenti negli Stati Uniti occidentali e che nei prossimi decenni quelle che oggi appaiono come condizioni eccezionali diventeranno la norma. Ivan Hanigan insieme ad altri ricercatori australiani ha evidenziato che la siccità ha provocato in Australia nel periodo 1970-2007 un aumento del 15 per cento nell'incidenza di suicidi tra la popolazione rurale maschile, ma ha anche mostrato come il rischio di suicidio durante gli episodi di aridità più gravosi diminuisce per la popolazione rurale femminile: saranno forse le donne, più solide e pragmatiche di fronte alle vere avversità, a salvare il mondo? A vedere come termina "Furore" sembrerebbe che già Steinbeck se ne fosse accorto nel 1939: la giovane Rosa Tea Joad, partorisce un bimbo morto, ma offre il suo latte a un vecchio in procinto di morire di sete, e lo salva trasformando la tragedia in speranza, mentre la polvere turbina nel vento.
26-08-2012 01:00