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Luca Mercalli
Soltanto la prevenzione
potrà metterci al sicuro
Luca Mercalli
Chi è
Climatologo, docente universitario e presidente della Società italiana di meteorologia
In un Paese frequentemente colpito dai disastri naturali come l’Italia, sembra che dalle calamità non si impari mai nulla. Ogni volta la sequenza è la solita: subito dopo l’evento, qualche giorno di paura, lacrime ed emozioni, fintanto che si scava tra le macerie di un terremoto o si spala il fango di un’alluvione, si contano vittime e si cercano dispersi e responsabilità; sull’onda della solidarietà si dona qualche euro, ognuno dice la sua, anche a sproposito, sui social network, poi i riflettori dei media si spostano su altre faccende, sull’episodio cala il silenzio, e a quegli stessi rischi - che inevitabilmente si riproporranno - non si pensa più, almeno fino alla volta successiva.
Vale per i terremoti come per le alluvioni. E se in una calma giornata di sole provi a far riflettere sulla prevenzione dei disastri, la pianificazione territoriale e le norme di autoprotezione civile, il più delle volte si suscitano sorrisini, battute e gesti scaramantici, raramente riflessioni razionali. Alcuni anni fa, durante la presentazione di un piano di protezione civile di un comune del Piemonte a cui intervenni come moderatore, la considerazione più ricorrente tra popolazione e autorità era "speriamo che non capiti più"... Speranza comprensibile, per carità, ma l’unica cosa di cui siamo sicuri, invece, è proprio che capiterà ancora! È inevitabile, lo insegnano la scienza e la storia. Tocca dunque prepararsi e fare in modo che gli impatti siano meno gravi possibile. Ed è appunto quando la terra non trema e splende un sole rassicurante che come cittadini dovremmo prendere il tempo per informarci sui rischi che corriamo nella nostra regione, e poi su come affrontarli, dalla progettazione della nostra casa ai comportamenti più corretti.
Che cosa succede se il fiume vicino straripa? Quali episodi sono già accaduti in passato? Sono in grado di mettermi in salvo? Dove sono i punti di raccolta sicuri? Che cosa copre la mia polizza assicurativa? Ho una torcia sul comodino per fuggire in sicurezza di notte? Parallelamente, sempre in momenti tranquilli, fuori dall’emergenza, i governi dovrebbero legiferare per proteggere il territorio, diffondere una razionale cultura del rischio, organizzare sistematiche esercitazioni di protezione civile, snellire la burocrazia, comunicare con efficacia ai cittadini le opportunità di riqualificazione edilizia e territoriale, e perché no, rendere obbligatoria l’adozione delle misure necessarie, facilitandole con opportuni sgravi fiscali e, ovviamente, verificarne con rigore l’applicazione.
Se invece aspettiamo sempre che capiti ancora, continueremo tutte le volte a scoprirci fragili e impreparati, e a piangere morti e devastazioni. Le conoscenze ormai ci sono tutte e su questo fronte non ci sono più scuse: carte delle aree a rischio geoidrologico, moderni sistemi di monitoraggio e di allertamento per le alluvioni, tecniche edilizie antisismiche applicabili anche alle strutture già esistenti... Serve soprattutto la volontà collettiva e politica di dirottare le preziose e sempre più scarse risorse verso una massiccia opera diffusa di manutenzione del territorio e di educazione ai rischi - che dovrebbe divenire materia di insegnamento fin dalle scuole elementari - la più grande opera di cui l’Italia abbia bisogno.
Indubbiamente non è facile, soprattutto in un Paese dalla geografia complessa e con centri storici plurisecolari, servono tempo e denari, ma i benefici sarebbero durevoli e ci sarebbe lavoro per generazioni di ingegneri, architetti, geometri, impresari, operai, educatori ambientali... con ricadute positive a lungo termine sull’economia dalle Alpi alla Sicilia. E se falliamo questi obiettivi nella nostra era, giunti all’apice della conoscenza umana e della diffusione delle informazioni, e con qualche soldo - si spera - ancora disponibile, quando metteremo mano seriamente al problema? Dal terremoto in Friuli del 1976 e dall’alluvione in Piemonte del 1994 alcuni passi avanti sono stati fatti soprattutto sul fronte dell’organizzazione dei soccorsi, ma come è evidente è la prevenzione che non basta ancora.
A nulla serve toccare il cornetto rosso e nascondere la testa sotto la sabbia: occorre guardare in faccia i rischi, senza vergognarsi di consigliare precauzioni in apparenza banali, ma salvifiche, quali lo zainetto pratico con i generi di sopravvivenza da tenere pronto in casa, come fa il valido portale di protezione civile statunitense www.ready.gov. Se c’è una cosa facile da fare è copiare le buone esperienze degli altri: fango e macerie sono uguali in tutto il mondo.
28-08-2016 01:00


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