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Mariarosa Mancuso
Le serie streaming
escluse da Cannes
Mariarosa Mancuso
Chi è
Saggista, critica cinematografica, ha studiato filosofia e scrive di cinema per la Rsi. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe.
L’elefante nella stanza", dicono gli americani. Il problema che nessuno ha voglia affrontare, quindi tutti fanno finta di niente, sperando che la faccenda si risolva da sola. Al festival di Cannes, iniziato lo scorso 14 maggio (chiuderà il 25, quando sapremo chi ha vinto la Palma d’oro), il pachiderma si chiama Netflix. In prima battuta, almeno, perché stanno arrivando sul mercato altre piattaforme streaming. E già hanno cominciato la loro campagna acquisti al Marché du Film che si tiene in contemporanea con il Festival.
I film prodotti da Netflix - o da altre piattaforme che non prevedono la distribuzione esclusiva in sala (il periodo di garanzia in Francia dura la bellezza di tre anni) - sono esclusi dal concorso. Era accaduto l’anno scorso con "Roma" di Alfonso Cuarón, che dalla più accogliente Mostra di Venezia ha cominciato la sua trionfale corsa verso gli Oscar. Film così non se ne trovano a ogni angolo di strada, ma non è stato un bel momento per il festival cinematografico più importante del mondo.
Quest’anno l’elogio della sala buia e della visione collettiva ha dominato la cerimonia d’apertura condotta dall’attore Édouard Baer (lo stesso dell’anno scorso, devono aver esaurito le dive, tra cui le francesi d’adozione Monica Bellucci e Laura Morante). Complice uno spezzone tratto da un film di Agnès Varda - "l’incubo di un regista è una sala senza spettatori" - ha ribadito che non è cinema se non lo si vede tutti insieme.
Bene, benissimo: ma quanti film che gareggiano per la Palma d’oro saranno visti in una grande sala piena di spettatori? Pochi o niente, se si escludono "C’era una volta… a Hollywood" di Quentin Tarantino, "Dolor y gloria" di Pedro Almodóvar (uscito nelle sale ticinesi un giorno prima della proiezione ufficiale a Cannes), "Il traditore" di Marco Bellocchio, mettiamoci pure Ken Loach con "Sorry We Missed You". Agli altri toccano i cineclub semideserti, almeno quelli che ancora esistono. Non sarebbe meglio una bella piattaforma streaming, onde raccattare tutti gli spettatori che amano il cinema noioso e impegnato, anche se si trovano in luoghi sprovvisti di cinema d’essai?
Ha ribadito il concetto Alejandro González Iñárritu, presidente della giuria composta quest’anno da quattro uomini e quattro donne (anche il festival di Cannes si è impegnato a raggiungere la parità entro il 2020). Fierissimo per essere il primo latinoamericano scelto per la delicata missione, ha rilasciato interviste dove spiega che il mondo sta malissimo, che l’unico paragone possibile è il "Titanic", e che noi tutti stiamo a goderci l’orchestrina che suona mentre il transatlantico si inabissa. Ma il cinema, anche in questo drammatico frangente, va visto uscendo di casa, non sugli schermi domestici. Un minuto ancora, e sarebbe arrivata la parola "alienazione".
Dopo tanti discorsi duri e puri, il festival di Cannes si è aperto con i morti viventi. D’autore, per carità, "The Dead Don’t’ Die" è firmato dal regista di culto Jim Jarmusch. Ma sempre di zombie si tratta, gli stessi che abbiamo visto per nove stagioni (e non è finita, stanno girando la decima) nella serie "The Walking Dead". Vale a dire: il festival cinematografico che sopra ogni cosa segue il cinema come arte, e che accetta le serie solo se sono girate da registi di culto (quest’anno Nicolas Winding Refn di "Drive", con "Too Old To Die Young", prodotto da Amazon che gioca sullo stesso terreno di Netflix), quando bisogna riempire il red carpet di star abbraccia la cultura pop.
Lo conferma il manifesto del film: mano adunca di zombie che spunta dalla tomba e la scritta: "Un casting che vi farà morire". Nell’infestata cittadina di Centerville troviamo Bill Murray, Elle Fanning, Tilda Swinton, Adam Driver. E un cimitero inquadrato nella prima scena, per citare subito "La notte dei morti viventi" di George Romero, anno 1968. Jim Jarmusch è arrivato tardissimo anche rispetto al Romero annata 1978, ambientato in un centro commerciale. Ma ha un messaggio da lanciare: gli zombie siamo noi, smartphone in mano e sempre in cerca di una connessione Wi-Fi.
19-05-2019 01:00


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