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Marino Niola
Chi è
Professore ordinario di Antropologia culturale all'Istituto Universitario S. Orsola di Napoli
Marino Niola
Berlusconi
Un'inedita combinazione di seduzione e potere, corpo e immagine. Sono queste le radici antropologiche del format politico berlusconiano. Che riporta a galla arcaismi, simbolismi, mitologie che appartengono all'archeologia del potere: dall'aspetto fisico alla forza alla bellezza. Ingredienti antichi che la civiltà dell'immagine spara all'ennesima potenza. Trasformando i corpi in carne e ossa in figure immateriali, in icone mediatiche, in multipli elettronici ad altissima definizione.
L'effetto è un cortocircuito estatico fra il carisma del leader e l'esaltazione di una folla televisiva rapita. Un misto di possessione e di trance. È la forma elementare della politica, in cui il potere scaturisce direttamente dal corpo del capo, dagli spiriti animali del dominio. Quelli che nelle società primitive si rivelano nel rituale remoto della  possessione, dove il leader incarna quella potenza irresistibile che lo rende altro, diverso dai comuni mortali. E gli fa oltrepassare la soglia dell'umanità collocandolo spesso tra la ferocia della bestia e l'onnipotenza del dio.
Questo paesaggio antropologico così arcaico sembrerebbe appartenere a un passato ormai lontano eppure, a sorpresa, torna a fare irruzione nelle nostre democrazie mature. Con la differenza che un tempo i riti del potere avevano a che fare con il corpo fisico del capo mentre oggi ad essere in primo piano è il suo simulacro mediatico. Il suo avatar digitale.
Il berlusconismo incarna appieno questo modello di azione e di comunicazione politica fatto di continui lanci che usano un advertising estremamente complesso per produrre messaggi estremamente semplici. O meglio semplificati. E proprio per questo ancor più seducenti. Proprio come quegli spot pubblicitari che persuadono con la bellezza delle immagini e con il richiamo quasi archetipico di certi simboli, forme, colori. Facendo dimenticare le caratteristiche del prodotto, spostando l'attenzione dagli oggetti ai soggetti della comunicazione, dalla commedia agli attori.
Non è un caso che la strategia politica del Cavaliere sia sempre stata centrata sulla capacità di piacere, di affabulare, di attrarre, di suscitare simpatia. E soprattutto sull'esibizione del corpo come strumento di persuasione: il suo corpo e quello degli altri. Dai figli ai nipotini, dagli atleti alle bellone della sua galassia televisiva. Fino alle escort che compongono un autentico catalogo di Leporello, fatto di corpi invisibili ma continuamente evocati, rammemorati, come controcanto proibito della potenza del capo.
In questo caso il gossip fa da interfaccia simbolico tra il volto manifesto e quello nascosto della leadership poiché permette l'affiorare perturbante di ciò che dovrebbe restare nascosto. È il lato B del potere. Così le creature dell'harem istituzionale del capo sono in realtà i volti giovani e belli di un'immagine che si rigenera. Un lifting simbolico che ha nell'appeal l'arma principale della sua persuasione. Lo strumento di una seduzione a trecentosessanta gradi, che fa del desiderio il vero basic istinct della politica. Con l'istanza estetica che prende surrettiziamente il posto di quella etica. È l'apoteosi della seduzione nel vero senso della parola latina seducere. Che non significa tanto e solo attrarre, quanto distrarre, sviare, far pensare ad altro.
È questa la condizione ottimale per la vendita del prodotto-politica che oggi premia un marketing del consenso capace di coniugare gli aspetti primari, quasi etologici, del potere con le più avvertite tecnologie del consenso, con le più sofisticate strategie d'immagine.
È quasi naturale, dunque, che donne giovani e belle diventino ministre, e che il capo sia circondato da uno scintillio glamour che fa da specchio al nostro narcisismo di massa. Non è una semplice velinizzazione della politica, né tantomeno il risultato di uno scambio di favori. Ma qualcosa di molto più profondo, nella sua superficialità. Perché la giovinezza e la bellezza sono le parole chiave della società dell'immagine e al tempo stesso sono da sempre il nucleo sorgivo della rappresentazione del potere.
Secondo Thomas Hobbes, fondatore del pensiero politico moderno, i cosiddetti poteri naturali, come la forza, la bellezza, la seduzione, la capacità di persuasione sono la materia prima della politica. Così il filo che unisce estetica, politica ed erotica appare in tutta la sua forza vitale, una forza quasi animale. Il capo politico nella civiltà dell'immagine si muove proprio come il maschio dominante degli scimpanzè che ha bisogno di essere costantemente sotto gli occhi rapiti del branco. Trasformando però lo sguardo fisico in contemplazione televisiva, la lontananza reale in illusoria familiarità. Così l'ombra del maschio dominante torna sulla scena politica ma nelle forme ibride del presente che  trasformano l'antico rapporto fisico tra potere e potenza, tra supremazia sociale e dominio sessuale sulle donne del gruppo, in un iperbolico jus primae noctis televisivo.
Nietzsche diceva che per conquistare il consenso delle moltitudini un capo deve ridurre il ruolo della politica a una recita grossolana e semplicistica, almeno in apparenza. E proprio in questa apparenza sta, per il momento, la forza del Cavaliere.
10-04-2011 01:00