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Ritanna Armeni
A Renzi non si perdona
la "rottamazione"
Ritanna Armeni
Chi è
Giornalista, scrittrice e conduttrice tv. Il suo ultimo libro è "Parola di donna"
Tutto è cominciato qualche mese fa quando Matteo Renzi, parlando del referendum, ha dichiararato: "Se perdo me ne vado, abbandono la politica." Il premier probabilmente voleva solo enfatizzare l’importanza dell’appuntamento referendario o si era lasciato andare, come spesso gli accade, ad un atteggiamento teatrale ed esibizionistico. Il suo è stato comunque un errore fatale. Da quel momento il significato della campagna referendaria è stato segnato. Il sì e il no non saranno dati alla riforma costituzionale, al nuovo Senato, al meccanismo di formazione delle leggi, ma al governo Renzi, alla sua capacità di guidare il Paese fuori dalla crisi. La domanda vera cui gli italiani risponderanno il 4 dicembre sarà: "Vuoi ancora Renzi premier?"
Può darsi che Renzi ce la faccia. Che il sì vinca. E in questo caso la sua sarebbe un’affermazione straordinaria che consentirebbe al premier di arrivare al termine della legislatura o di andare a elezioni politiche con la concreta speranza di un’ondata di consensi se non proprio simile a quella che, alle elezioni europee l’ha portato a oltre il quaranta per cento di voti, comunque significativa. Sulla carta è per il no al referendum una parte consistente del Paese. Voteranno perché Renzi torni a casa sicuramente gli elettori del Movimento 5 stelle oggi in Italia la più forte opposizione politica al governo, quella che, nel caso passasse la nuova legge elettorale con relativo ballottaggio, contenderebbe il primo posto al Pd. Vota contro il premier la maggior parte del centrodestra che, dopo l’uscita di scena di Berlusconi è diviso e senza leadership, ma si ritrova unito  nell’opposizione  al governo. Ha dato indicazione per il no la Cgil, il maggiore dei sindacati, che non perdona al premier l’indifferenza se non il dileggio dimostrato nei confronti delle organizzazioni dei lavoratori. Si sono pronunciati contro la riforma anche illustri costituzionalisti. Il raggruppamento di più leggi in una - affermano -  riduce sensibilmente il ruolo del Parlamento, dà eccessivi poteri all’esecutivo e, quindi, al presidente del Consiglio, restringe di conseguenza i livelli di democrazia del Paese. E, infine, il premier raccoglie l’opposizione di una parte consistente del suo partito a cominciare dagli ex segretari Bersani, Epifani e D’Alema, avversari da sempre del "renzismo" cioè di quelle idee-forza del segretario in gran parte estranee a una sinistra che (almeno a parole) è rimasta legata a una concezione "tradizionale" del partito, dei suoi rapporti con la base, con gli alleati, con il governo. L’opposizione interna non perdona  la "rottamazione" dei quadri e dei dirigenti,  stella polare dei primi atti politici di Renzi segretario, la personalizzazione della politica a livelli berlusconiani, l’occupazione dei posti di potere senza mediazioni, la rottura coi sindacati, il disprezzo non nascosto verso valori e liturgie della sinistra.
Se vincesse il no, che cosa accadrebbe? Renzi si dimetterebbe o  cambierebbe idea? Oppure si limiterebbe ad andare al Quirinale per ricevere un nuovo mandato e per fare un rimpasto dell’esecutivo? E quale sarà l’atteggiamento del capo dello Stato?  E poi ancora: come evolverà nel Pd il dibattito interno? La sconfitta di Renzi porterà  alle elezioni di un nuovo segretario? E chi sarà? Sono tante le domande che si pongono. Ma per il momento rimangono chiuse nelle segrete stanze della politica. Mentre il tono dello scontro è già al calor bianco, tanto da far formulare al presidente della Repubblica un invito ad abbassare i toni.
16-10-2016 01:00


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