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DIARIO di Giuseppe Zois
Immagini articolo
La fede si ferma
davanti ai luoghi sacri
Giuseppe Zois


Caro Diario,&softReturn;uno tra i più qualificanti "ambasciatori" del Ticino nel mondo è indubbiamente - e non da oggi - Mario Botta. Che ha messo e sta mettendo la sua inconfondibile firma dall’Estremo Oriente all’America con grande varietà di opere. È bello e scalda il cuore arrivare in una lontana città o capitale e imbattersi nella presenza, che è testimonianza di genialità, di un nome della nostra terra. Ci si sente un po’ meno soli e stranieri, anzi quasi a casa.
DAL 25 MARZO e fino al 12 agosto nei locali di Casa Rusca a Locarno è allestita una mostra che riassume lo "Spazio sacro" creato da Botta con i suoi progetti: una ventina di chiese, moschee e sinagoghe. Molte fedi sotto lo stesso cielo. L’esordio in questo campo risale al 1986, nella scia della valanga abbattutasi su Mogno. Correva il 25 aprile: esattamente come oggi. La gente volle ricostruire un segno forte di congiunzione tra antico e nuovo, quindi di identità, di appartenenza e di continuità. Lì c’era una chiesa, dissero i fautori della ricostruzione e lì doveva sorgerne un’altra, non fosse che per memoria. La determinazione si tradusse nella chiesa che è diventata uno stile ed ha orientato le successive chiese di Botta. Mogno fu il primo progetto, ma non la prima chiesa a giungere al tetto, per via dei ricorsi fino al Tribunale Federale (inizio lavori: agosto 1992; inaugurazione: giugno 1996).
LO "SPAZIO DEL SACRO" crea interesse, richiama pubblico, apre... spazi sui media più prestigiosi. Botta, che il 1° aprile ha compiuto 75 anni, fa parlare e scrivere e intanto ci fa immagine. Questa settimana il più diffuso  giornale d’Italia, il Corriere della Sera, gli ha dedicato un elzeviro del critico d’arte e poeta Sebastiano Grasso. Una intrigante e fascinosa ricognizione nei 32 anni di edifici di culto disegnati dalla "matita di Dio". In chiusura dell’itinerario "la fede nel pro"", il giornalista butta là tra il lusco e il brusco la domanda malandrina: "Botta credente?", che ci sta tutta, considerando anche la rosa di amicizie e la vicinanza a prelati come i cardinali Poletto e Ravasi o il vescovo fine teologo Bruno Forte. La risposta è un po’ slalomistica: "Bisogna credere, sì, ma nell’architettura. La cultura è una cosa; la fede ideologica un’altra. Ho sempre cercato di tenere separati il problema della fede personale da quello della fede professionale".
QUESTO non significa naturalmente non avere fede o non essere cristiani ma è un po’ nella linea di chi preferisce non esporsi. Siamo in tempi in cui pare occorra non turbare l’indifferenza religiosa, evitando il rischio di etichettature confessionali. Ci sono mille giustificazioni plausibili, per carità. Un uomo che lavora non occasionalmente in spazi sacri dovrebbe però sentirsi nella libertà di poter andare oltre i muri dell’architettura.
22-04-2018 01:00

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