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La Cina tradisce la storia
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Luigi Bonanate


Nel commentare l’appena siglato trattato Ecep (Regional comprehensive economic partnership), il primo ministro cinese Li Keqiuang ne ha sottolineato lo spirito multilaterale e ha celebrato il trionfo del libero-scambio che supera i confini tra le merci e abolisce le dogane, secondo i principi dell’economia politica classica. Affermazioni che obbediscono allo spirito del commercio internazionale, e che - per meglio dire - sono il simbolo chiaro e fin smaccato di un capitalismo estremo, senza barriere e senza freni. Nulla si può immaginare di più totalmente opposto allo spirito e alla storia del comunismo e, più specificamente, alla vicenda della Repubblica popolare cinese.
Non soltanto questa impostazione è il perfetto contrario di quel che ci si poteva aspettare da un Paese come la Cina, ma ancora più impressionante è che si tratta di un clamoroso scambio con i principi economici degli Stati Uniti, che di multilateralismo e libero-scambio erano sempre stati i vessilliferi.
Un po’ per volta, oltre a ad abbandonare diverse assise multilaterali, Trump ha ribaltato il multilateralismo imponendo sempre i vantaggi competitivi dell’economia statunitense anche nei confronti degli interessi e/o delle difficoltà incontrate dai paesi alleati, vantando la superiorità dei commerci senza confini. Di quel passo, gli Usa sono diventati sempre più egoisti e indifferenti nei confronti di amici e alleati, e hanno usato il libero commercio come vettore di affari e per conquistare i mercati avvalendosi delle loro grandi capacità tecnologiche e industriali. E intanto Xi Jin-ping ha portato la Cina dall’unilateralismo al multilateralismo, che è in sé un atteggiamento per natura democratico e paritario, che quindi non dovrebbe avere molto a che fare con l’autoritarismo cinese. I due Paesi più importanti del mondo si scambiano le posizioni e si guardano in cagnesco!
Ma c’è dell’altro, dato che ovviamente l’economia si trova sempre, volente o nolente, intrecciata alla politica. Il ribaltamento economico in atto non è altro che il preannuncio di una rivoluzione degli affari internazionali, sia in chiave cinese sia in chiave planetaria. Per un verso, la Cina continua ad attenersi a una politica di basso profilo, quanto meno tale da evitare scogli maggiori; estende la sua influenza sull’area del Pacifico e le sue isole e isolette, senza fare troppo rumore; nel frattempo gestisce le sue antipatie e rancori (vedi India, che non ha accettato di entrare nel Patto, ma forse lo farà più avanti), con pazienza e non pretende di insegnare nulla al mondo, dal quale anzi ha imparato quasi tutto, turbocapitalismo compreso. Anche il trattato Ecep vola basso: 15 membri, Giappone e Corea del sud compresi, senza vincoli e con prospettive di nuovi partner. Ma sul piano globale la Cina, che fa la seconda maggiore spesa militare mondiale (261 miliardi di dollari, contro i 732 degli Usa), sembra prepararsi a qualche mossa di maggior contenuto, visto che l’ordine internazionale non è più sotto controllo americano.
Si va formando, in altri termini, uno scenario nuovo che, a sua volta, propone il contrario di quel che è stato: invece di un bipolarismo asfissiante, emerge una situazione di anarchia diffusa. Ora, l’oppressione degli prepotenti può non piacere, ma la perdita di ogni controllo può essere molto peggio.
21-11-2020 22:30

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