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GLI SCENARI di Luigi Bonanate
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Le infinite sfide
abbatteranno la May
Luigi Bonanate


Il cammino dell’Europa unita nasce nel 1957 per volontà di soli 6 Stati. Pochi anni fa erano arrivati a 28; oggi sono 27, dopo che una notevole quantità di nuovi soci era entrata nella collettività dopo la fine del bipolarismo. Si trattava di paesi arretrati, e ciò comportò un impegno finanziario ed economico di grande ampiezza per far loro risalire la china.
Sia l’ampliamento territoriale sia l’aumentato impegno economico hanno complicato di molto la gestione complessiva dell’insieme: come sempre in questi casi si sono aperte contraddizioni che hanno spinto, un po’ per volta, ciascuno dei componenti a chiedersi: l’Europa mi conviene ancora? Non sono più i tempi della guerra fredda e il nemico non è più alle porte; interessi locali, progetti indipendenti, autonomie, invidie, rancori e dissensi si sono potuti sviluppare in varie circostanze.
Questo, lo sfondo globale sul quale va proiettata la vicenda britannica. In breve, nel 1956 la Gran Bretagna non è della partita, ma nel 1961 chiede di entrare in campo; la Francia di de Gaulle la stoppa, e l’ammissione arriverà soltanto nel 1973. Da allora l’Inghilterra sarà membro a pieno titolo, ma - non dimentichiamolo - una speciale relazione con gli Stati Uniti la rende sempre un po’ ritrosa. Poi, le grandi crisi finanziarie esplosero, in particolare a partire dal 2007, quando l’allargamento del numero dei soci e la crisi statunitense raffrenarono fortemente l’economia mondiale, intanto che quella cinese cresceva vertiginosamente standosene al fuori del campo. I malcelati malumori britannici hanno trovato allora lo spazio per sfogarsi. La polemica interna al paese portò fino alla decisione del referendum che tutti credevano sarebbe stato vinto dai favorevoli alla permanenza nell’Unione. Ma le cose andarono al contrario: si aprì un fronte politico complesso sia costituzionalistico sia finanziario ed economico immenso, per risolvere il quale le trattative tra un nuovo governo britannico (essendo "saltato" quello che aveva perso il referendum) e le istituzioni europee iniziarono senza alcun buono auspicio, cosicché oggi - con lo sguardo rivolto al 29 marzo 2019, data ufficiale del divorzio - nessuno sa davvero dire che cosa stia succedendo. Di certo c’è che - seppure è riuscita a saltare tra un ostacolo e l’altro - la crisi sta fulminando la May; è anche diffusa la percezione che l’opinione pubblica inglese non sia più convinta delle decisioni passate. Non si capisce se l’Inghilterra debba andarsene "senza accordi" oppure se la separazione debba avvenire (per non nuocere fortemente) esclusivamente sulla base di accordi; o se invece, prima ancora, non si debba tornare alle urne per verificare i mutamenti dell’opinione pubblica locale.
Ma oltre a queste tre, esiste una quarta opzione, che è l’occasione per una riflessione di portata generale: l’Europa non dipende dall’Inghilterra, e non dipende (più) neppure dagli Stati Uniti; questi ultimi non sono più i dominatori del mondo, perché la Cina è in grado di contrastarli. E allora: sarebbe meglio che provassimo a ripensare a tutto ciò con pazienza, attenzione, disinteresse. altrimenti, le cose si metteranno al peggio.
16-12-2018 01:00
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