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GLI SCENARI di Luigi Bonanate
Macron vuol ravvivare
la "grandeur" francese
Luigi Bonanate


Tra la fine dell’anno scorso e l’inizio di questo nostro nuovo, venti di guerra che non si sentivano più da una quantità innumerevole di anni hanno attraversato l’Europa: gli ultimi colpi di coda (speriamo che sia così) della tragedia siriana con gli interventi turchi, il riaccendersi della guerra civile libica, e il contestuale rialzo della tensione tra Iran e Usa con droni vaganti verso gli Stati Uniti. Venti che hanno fatto riemergere quella "questione nucleare" che dopo aver dominato per mezzo secolo la tematica della sicurezza sembrava essere finalmente finita in soffitta. Negli scorsi anni, in effetti, qualche scaramuccia verbale c’era pur stata, specialmente in chiave missilistica (i missili sono il vettore migliore delle armi nucleari). La Russia e la Cina hanno più volte sbandierato i loro grandi progressi nel settore; la Corea del Nord (con le sue più limitate possibilità) si è esaltata nei suoi lanci sperimentali, sovente falliti, ma progettati in vista di raggiungere il continente americano.
Il club degli stati nucleari è rimasto, per fortuna, piuttosto limitato: oltre ai 5 membri di diritto del Consiglio di sicurezza Onu (Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Cina, Francia), posseggono armi nucleari anche Israele, India e Pakistan (potremmo chiederci come mai e con quali aiuti siano riusciti ad averne...), che non rientrano nel Trattato di non-proliferazione del 1968. È in questo quadro che si inserisce la "nuova" questione europea: di fronte a una possibile minaccia di guerra, come potrebbe organizzare la sua difesa una Unione europea che non è mai riuscita, finora, a darsi una vera integrazione militare e che pur nella sua grandi dimensioni territoriali non è mai diventata una grande potenza, tanto più che gli Stati Uniti non hanno più la necessità di garantire una Europa di per sé già decomunistizzata?
Ma una grossa novità è intervenuta: forse nessuno aveva pensato che, uscendo dall’Unione, la Gran Bretagna si è portata via il distintivo di appartenenza al club atomico, e così di colpo la Francia si trova nella mai prima immaginata condizione di essere l’unica potenza nucleare dell’Unione europea, collocandosi a un gradino più alto di quello di tutti gli altri membri dell’Unione, compresa quella Germania verso cui la Francia ha sempre provato un po’ di invidia (e di rancore storico). Se aggiungiamo a questa novità quella rappresentata dal fastidio che gli Usa di Trump nutrono nei confronti della Nato, condiviso da Macron che ne ha addirittura proclamato la "morte cerebrale", la Francia si trova inaspettatamente in una posizione di preminenza e di astratta parità con le altre potenze nucleari (scoprirebbe così di aver fatto un "affare" nell’applicarsi, ai tempi di de Gaulle alla costruzione di un apparato nucleare). Il presidente Emanuel Macron ha avuto modo di esporre la sua immagine delle relazioni internazionali contemporanee il 7 febbraio scorso, all’Ecole de guerre di Parigi, soltanto una settimana dopo la Brexit e ormai all’inizio della sua campagna per il rinnovo presidenziale (che si prospetta tutt’altro che confortevole), ribadendo da un lato il principio della solidarietà infra-europea, ma annunciando preventivi di spesa nucleare per 37 miliardi di euro.
Un’intenzione che sembra fatta non tanto per rafforzare la sicurezza internazionale quanto piuttosto per far rinascere la "grandeur" francese.
16-02-2020 01:00

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