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GLI SCENARI di Luigi Bonanate
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Le migrazioni d'oggi
alternativa alla guerra
Luigi Bonanate


Vivevamo, senza pensarci, in un mondo costruito su alcune certezze, la principale delle quali era rappresentata dalla divisione del pianeta in due grandi "partiti", quello liberal-democratico e quello socialista-sovietico. L’unico vero pericolo era la guerra nucleare, tutto il resto era fuori di noi e dalla nostra portata.
Ma da quando quella situazione si è dissolta, è come se il mondo fosse andato in mille pezzi: curioso, perché prima ci sembrava che fosse immobile e poi, di colpo, ha incominciato a traballare. La frantumazione era iniziata con la caduta del Muro di Berlino; proseguita con l’attacco alle Twin Towers; sfociata nella malaugurata "guerra al terrorismo" lanciata da Bush jr. contro un nemico che è a un tempo "tutti e nessuno", imprendibile per definizione, anche se non invincibile. Con il giro del millennio, che molti avevano immaginato come la svolta positiva della storia mondiale, le cose hanno incominciato a non funzionare più come il motore di un’auto quando perde colpi. Un esempio, insieme triste e grave, è rappresentato dall’oblio dell’Onu: chi se ne ricorda ancora? E più che altro, a che cosa serve quella che è diventata la sua mastodontica macchina?
Le altre istituzioni internazionali non se la passano meglio, anzi: i trattati commerciali inter-atlantici e inter-pacifici sono soggetti a continue crisi e rinegoziazioni, in conseguenza di lotte finanziarie più sovente nascoste che pubbliche. L’attacco britannico all’Unione europea, che tutti hanno cercato di assorbire con un’alzata di spalle, in realtà potrebbe essere il primo segno dello sgretolamento dell’Ue a 60 anni dalla formazione. E dopo aver saputo raccogliere quasi tutta l’Europa. Tutto diventa più difficile, incerto nei suoi sviluppi, e meno prevedibile di una volta: siamo nella situazione che la fisica definirebbe, all’interno della logica del secondo principio della termodinamica, di "entropia" crescente (quando realizzare qualche cosa comporta un "lavoro" sempre maggiore, e a un certo punto c’è il rischio di non riuscirci più). L’entropia non è incapacità o degrado, non è invecchiamento, ma può preludere al fatto che l’azione proposta diventa sempre più difficile, e poi alla lunga impossibile.
Si danno due ipotesi, a quel punto: la prima è che il sistema si arresti, nell’incapacità di procedere: ne conseguirebbe una pessima notizia, che si chiama guerra, l’unica capace di far esplodere il blocco. La seconda possibilità è che si sviluppino anticorpi che ottengano gli stessi effetti delle guerre, ma cambiando strada: si tratta, in questi nostri più recenti anni, delle migrazioni che, in se stesse, non sono altro, normalmente, che le conseguenze di guerre perdute. O la ricerca di mondi migliori. Le migrazioni fanno seguito alle carestie e alle epidemie, le quali sono generate dalle guerre (perdute). Insomma, o prima o dopo movimenti di massa di popolazioni c’è sempre una guerra.
A noi, trarne le conseguenze. Per ora, tuttavia, né gli Usa, né l’Ue, né le classi dirigenti dei vari Paesi sembrano aver capito che il problema non è semplicemente il soccorso che, per quanto moralmente doveroso, segue e non previene i drammi umanitari, ma la ridefinizione dei rapporti politico-sociali in tutto il mondo.
21-05-2017 01:00
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