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GLI SCENARI di Luigi Bonanate
La Turchia mette crisi
gli Stati Uniti e la Nato
Luigi Bonanate


Non sappiamo come andrà a finire questa nuova pagina della storia del popolo kurdo, ma una previsione possiamo già farla: pagherà, ancora una volta, il prezzo dell’indifferenza del mondo occidentale per una vicenda tra le più tristi del mondo contemporaneo. Esattamente 100 anni fa, al tempo dei trattati di pace dopo la Grande guerra e mentre il presidente americano Woodrow Wilson proclamava il principio dell’autodeterminazione per tutti i popoli della terra, fu proclamato anche per il popolo kurdo il diritto a un foyer nazionale (come il popolo ebraico, per intenderci), ma subito dopo il territorio del Kurdistan fu spacchettato in quattro parti che andarono a finire, un po’ per volta, a Turchia, Iran, Iraq e Siria. Da allora ogni tentativo kurdo di riunificazione in un unico stato è stato brutalmente respinto: l’iraqueno Saddam Hussein giunse persino all’uso di armi chimiche per stroncarlo: in Occidente si sentì solo qualche flebile condanna.
Il Kurdistan appartiene alla specie delle nazioni-senza-stato: non un caso unico, vuoi per motivi storico-territoriali (la Russia è tanto grande da ospitarne più d’una, a sua volta) vuoi per motivi coloniali (l’Africa non fu suddivisa in base alle etnie ma alle convenienze occidentali). Ma non per questo il popolo kurdo può continuare a essere la vittima predestinata e indifesa di ogni conflitto d’area. Oggi, a fare la voce grossa è la Turchia: nessun dica che non ce l’aspettavamo. Era noto che nella crisi siriana l’intenzione turca fosse di cogliere l’occasione per ridurre ai minimi termini (se non annullandoli completamente) i margini di autonomia spettanti ai kurdi, che avevano a loro volta collaborato con i paesi occidentali per cercare di ritagliarsi una fetta di territorio, e sconfiggere il siriano Assad, che oggi governa su immensi cumuli di morti e di macerie. Ma ora gli Stati Uniti abbandonano la regione, lasciando intravvedere a Erdogan una sorta di tacita autorizzazione a fare della parte siriana del Kurdistan una fascia-cuscinetto all’interno della quale comprimere e restringere ancora una volta la libertà kurda con la scusa di una inesistente nuova insorgenza terroristica.
Potremmo anche commiserare i kurdi pensando che siano le vittime sfortunate di circostanze non volute da nessuno; ma non ci si può nascondere che l’attacco turco di questi giorni non può essere considerato una forma di difesa preventiva anti-terroristica (come Erdogan sostiene senza alcuna prova). Ma rappresenti una violazione dei principi politico-internazionali che reggono l’appartenenza della Turchia al Patto Atlantico: la Nato infatti incorporò, nel 1952, la Turchia nel suo dispositivo a puri scopi difensivi e di opposizione a un’eventuale aggressione, per fermare la quale gli alleati dovrebbero intervenire in soccorso. Ora, la Turchia sta svolgendo una politica assolutamente antitetica ai principi enunciati dalla Nato. Se quest’ultima non ferma l’iniziativa turca sarà l’ulteriore (ma anche l’ultima) dimostrazione della fine e del fallimento del modello occidentale di relazioni internazionali: né l’Onu, nella sua pretesa portata universale, né la Nato, nei suoi limiti regionali (è bello tacer dell’Ue!) sono più in grado di esprimere autorevolezza, spirito di moderazione e intenzioni collaborative. Un mondo finisce senza che un altro sembri ancora in grado di apparire.
13-10-2019 01:00

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