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GLI SCENARI di Luigi Bonanate
Proselitismo e pace
negli appelli del Papa
Luigi Bonanate


Il viaggio apostolico di Papa Francesco in Asia ha avuto un duplice scopo: il proselitismo, che fa parte dei compiti istituzionali di un Papa, per un verso; e la politica internazionale, per un altro. I due aspetti si incontrano in un punto fondamentale, forse il più importante tra tutti quelli che la società internazionale può trovarsi ad affrontare: la pace nel mondo. Come altri Papi (Benedetto XV al tempo della Grande guerra; Giovanni XXIII, con la Pacem in terris), Francesco è intervenuto perentoriamente nelle vicende politiche internazionali: nel discorso che ha pronunciato a Nagasaki il 24 novembre scorso ha persino denunciato la crisi del multilateralismo, parola magica della globalizzazione, che è stato sostituito da un ritorno a quella politica della dissuasione nucleare che aveva dominato le relazioni internazionali nell’età della guerra fredda.
Francesco sostiene che la pace sia uno dei fondamentali desideri - se non il maggiore - dell’intera umanità. Non possiamo stabilirne la veridicità statistica, ma probabilmente la ricerca di eguaglianza e libertà è ancora più condivisa. In altri termini, porre così in alto l’asticella del salto di qualità che il mondo dovrebbe fare, per conseguire la pace si scontra con il dato - di per sé - soggettivo del desiderio di eguaglianza. E allora: prima la pace o prima l’eguaglianza? Mentre la pace è un bene condivisibile da tutti, indistintamente, uguaglianza benessere e diritti uguali per tutti - che oggi sono iniquamente distribuiti per il pianeta - non possono discendere da quello che potremmo chiamare proselitismo, cioè da quello stesso tipo di impegno che spinge Papa Francesco a intensificare i rapporti della cristianità con l’America latina, con l’Africa, l’Asia. L’eguaglianza è per tutti; la religione solo di chi ci crede.
In termini di dibattito politico, ci troveremmo di fronte al dilemma su quale dimensione, tra politica e religione, debba guidare l’altra: la politica è immersa nelle masse, perché riguarda tutti gli esseri umani viventi; la religione è invece, di per sé, un fatto intimo e personale, che risiede, per chi prova una fede, nel profondo del cuore. Due cose fondamentali, perché non si vive senza un’organizzazione politica, e nessuno di noi rinuncia, a priori, al rapporto con i misteri della fede. Ma quando Papa Francesco ammonisce che "la pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale" lancia un monito politico che, per quanto indiscutibile, data la veste papale, assume anche una connotazione teologica fortissima, che tuttavia lo renderebbe non da tutti accettabile. Ovvero: se a guidare è la politica, è difficile fare proseliti; se a guidare è la religione, il contrasto teologico impedisce la pace.
Il messaggio ecumenico che le religioni del Libro (cristianesimo, ebraismo, islam) dovrebbero lanciare è la rivendicazione dell’autonomia della religione dalla politica; altrimenti quest’ultima la strumentalizza e suscita ulteriore ragioni di conflitto: sia politico sia religioso.
01-12-2019 01:00

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