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NUMERI di Loretta Napoleoni
Tra i fasti di Churchill
e la nostalgia di Boris
Loretta Napoleoni


Il miglior titolo per l’attuale capitolo della saga Brexit è nostalgia. Si badi bene non si tratta del ripianto per l’opulenza del Regno Unito negli anni a cavallo tra il XX e XXI secolo, ma piuttosto l’orgoglio per lo stoicismo, l’eroismo e l’unità dimostrata dal popolo britannico sotto l’eccezionale leadership di Winston Churchill durante la seconda guerra mondiale. Dal primo momento in cui è diventato primo ministro, Boris Johnson, ha paragonato le circostanze che lo hanno portato ad assumere la giuda del Paese a quelle che fecero eleggere Churchill. Chiamato a guidare il Paese durante la più grave crisi politica in tempo di pace, Johnson è convinto che il suo compito sia guidare la nazione fuori dallo stallo creato dai suoi predecessori, David Cameron e Theresa May, per evitare la catastrofe, e cioè la sudditanza da Bruxelles. La sua missione è dunque conseguire la Brexit.
Ascoltandolo, subito dopo la vittoria su Jeremy Hunt, molti hanno avuto l’impressione che il Regno Unito sia davvero di nuovo in guerra e che la posta in gioco non sia solo l’indipendenza dall’ennesimo potere europeo ma il posto che gli spetta nella storia. Per Johnson Brexit è la chiave per sbloccare il futuro tecnologico del Regno Unito, per ricongiungersi al proprio destino e diventare il più importante Paese della terra, una nazione benedetta con tanto di banda larga ad alta velocità e aerei elettrici.
Nel giro di tre anni, quindi, la retorica dei Brexiters è passata dalla promessa di un brillante futuro per il Paese semplicemente votando il divorzio con l’Ue, alla prospettiva di combattere di una battaglia durissima piena di sangue, sudore e lacrime per ottenerlo. A rafforzare questa peculiare immagine, il governo messo insieme da Johnson è composto da ultras Brexiter, bellicosi ed intransigenti. Tanto per citarne alcuni: Dominic Raab, il nuovo ministro degli esteri, una volta ha suggerito di sospendere il parlamento per impedire ai suoi membri di bloccare l’uscita del Regno Unito dall’Ue senza accordo; Michael Gove, responsabile dell’ufficio del gabinetto, nel referendum del 2016 è stato la punta di diamante del movimento Vote Leave, quello della Brexit; Priti Patel, nuova ministra dell’interno, un tempo era a favore della reintroduzione della pena capitale. Non poteva mancare Dominic Cummings, che ha guidato la campagna Vote Leave, nominato consigliere personale del primo ministro.
Il messaggio che questi uomini e donne stanno inviando a Bruxelles è chiaro: il gioco è cambiato e siamo noi a dirigerlo.
11-08-2019 01:00

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