Il ginecologo Rey per la prima volta davanti a un giudice
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In aula il chirurgo
dei seni amputati


Pur rallegrato dal fatto che la sua eventuale concolpa sia stata irreversibilmente ridimensionata, convinto della sua innocenza, ha comunque deciso di impugnare il decreto d’accusa". Decreto che poco più di un anno fa lo ha condannato ad una pena pecuniaria, 120 aliquote e 3’000 franchi di multa. Lui, il condannato, è il medico che nel 2014 asportò i seni, per un errore di identità, ad una donna allora 63enne. Lui, il dottor Piercarlo Rey, e i suoi legali, Renzo Galfetti e Tuto Rossi, non hanno intenzione di cedere, sebbene la magistratura abbia da tempo escluso eventuali colpe da parte della clinica. E martedì prossimo, il 12 giugno, saranno in aula penale davanti al giudice Amos Pagnamenta. Rey dovrà rispondere delle accuse di lesioni colpose gravi, falsità in documenti e falso certificato medico.
Che ad effettuare quell’operazione chirurgica sia stato il dottor Rey non vi è alcun dubbio. Fu lui, nel luglio del 2014, ad entrare in sala operatoria e a sostenere che il piano era cambiato. Non più il semplice tentativo di asportare da sotto un capezzolo un piccolo tumore, ma una mastectomia bilaterale, ovvero l’asportazione di entrambi i seni. Perché mai? All’origine, un errore di identità e la mancanza delle indispensabile verifiche da parte del medico per accertare chi fosse la paziente sul tavolo operatorio e sedata da alcuni minuti. Ma... Un "ma" è emerso per tutta la durata dell’inchiesta penale ed è stato rilanciato più volte con un’inchiesta giornalistica del Caffe (a inizio dello scorso maggio assolto dall’accusa di diffamazione sostenuta dalla clinica Sant’Anna).
"Ma" quali procedure di sicurezza erano in vigore a quel tempo in clinica, nel blocco operatorio? Come è stato possibile che l’errore, il gravissimo errore di una sola persona, il chirurgo, abbia potuto causare una simile disgrazia? Senza che nulla e nessuno l’abbia potuta evitare? All’inizio dell’operazione e a metà intervento un’infermiera e il medico anestesista chiesero al chirurgo se fosse sicuro di quel che stava facendo. Piercarlo Rey era pienamente convinto delle sue azioni.
"Ma"... le procedure di sicurezza per la sala operatoria raccomandate dall’Organizzazione sanitaria mondiale che dicono? Si tratta di procedimenti alquanto complessi. Procedure di identificazione che iniziano nel reparto di ricovero e terminano all’uscita dalla sala. Al momento dei fatti, cioè nel luglio 2014, alla Sant’Anna non era ancora stata implementata alcuna procedura standardizzata e valida per tutti. Si stava iniziando, dichiarò a verbale il direttore sanitario della Sant’Anna.
Ma... C’è ancora un "ma", emerso per la prima volta nel corso del procedimento in aula contro il Caffè. Si tratta del risultato dell’ispezione dell’Ufficio del medico cantonale alla Sant’Anna, effettuata casualmente cinque mesi prima quel tragico avvenimento. Dal protocollo di quell’ispezione risulta che tutto era in regola per quanto riguarda le procedure di sicurezza in sala operatoria. Che tutto era "conforme" alle citate procedure raccomandate dall’Organizzazione mondiale di sanità. Così sta scritto su quel documento, letto in aula e consegnato al giudice Siro Quadri dal legale del Caffè, l’avvocato Luca Allidi.
Sarà forse anche su questi fatti che il procedimento contro Piercarlo Rey martedì prossimo potrebbe ritornare.

r.c.
10.06.2018


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