L'inchiesta un anno dopo la tragedia della donna eritrea
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Ipotesi strangolamento
nel giallo di Bellinzona
MAURO SPIGNESI


C’è un indizio che porta a un’ipotesi. E un’ipotesi che porta a un dubbio inquietante: c’è stato un tentativo di strangolamento da parte del marito della donna eritrea prima che lei volasse giù dal palazzo di Bellinzona un anno fa? Fra i tanti elementi che affiorano dall’autopsia richiesta dal Ministero pubblico, risulta una lesione dell’osso ioide. Una lesione che potrebbe essere stata causata appunto da una forte pressione delle mani. Ha tentato di soffocarla e poi l’ha spinta dal balcone? Se questo fosse vero, l’ipotesi di reato della magistratura, cioè l’omicidio intenzionale, ne uscirebbe rafforzata. Ma i dubbi restano. Perché la lesione potrebbe anche essere stata provocata dall’impatto sull’asfalto dopo il volo di 18 metri. Intanto lui, l’imputato, nega. Esclude categoricamente d’aver aggredito la moglie, smentisce qualsiasi tentativo di strangolamento. Con forza.
E allora, cosa è accaduto prima del volo, quel volo seguito dal rumore soffocato di un tonfo sull’asfalto nella notte, la calda e tragica notte di un anno fa? Cosa è accaduto prima e dopo le 23 del 3 luglio 2017, quando una ragazza eritrea di 24 anni, mamma di due bambini, è volata giù come un sacco vuoto dal sesto piano di una palazzina di via San Gottardo? Il processo contro il marito della donna, anche lui eritreo, 35 anni, comincerà probabilmente in autunno. L’inchiesta, coordinata dal procuratore pubblico Moreno Capella, è praticamente terminata. Restano aperti alcuni quesiti posti dal difensore dell’imputato, l’avvocato Manuela Fertile, al perito che ha diretto l’equipe dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Berna. E restano aperti una serie di interrogativi che dovranno essere sbrogliati probabilmente in aula. Perché questo giallo è sempre più giallo. Ci sono brandelli di testimonianze, supposizioni, calcoli fisici, simulazioni, per ricostruire il baricentro e la parabola della traiettoria del volo della vittima. E dubbi, tanti dubbi.
Perché è vero che la perizia giunta da Berna esclude l’ipotesi del suicidio, non compatibile con la posizione in cui è stato rinvenuto il corpo della vittima. Ma resta da capire se effettivamente la donna sia piombata nel punto esatto in cui è stata trovata o sia stata spostata nel tentativo di rianimarla, visto che sembra fosse ancora viva quando è stata soccorsa. Versioni, particolari, dove non emerge nulla di definitivo. Anche se ci sono una serie di indizi che, uniti insieme, porterebbero dritti all’accusa di omicidio intenzionale. Questo, nonostante l’eritreo continui a dire, senza cedere di un millimetro, che no, non è stato lui ad uccidere la moglie. Anzi, l’uomo ha raccontato d’aver cercato disperatamente di salvarla, afferrandola al polso.
È davvero così? Durante gli interrogatori, avrebbe raccontato che quella notte mentre lei stava cavalcioni (e nelle gambe ci sarebbero ferite e abrasioni compatibili con questa ricostruzione) sul muretto del balcone gli avrebbe detto di star lontano, di non avvicinarsi. Altrimenti si sarebbe buttata di sotto. Lui le sarebbe invece andato incontro per allontanarla da quel punto pericoloso, come già aveva fatto a maggio, durante un precedente litigio. Ma lei si sarebbe buttata giù e lui sarebbe appena riuscito, appunto, ad afferrarla per un polso. Se fosse andata davvero così, allora che ipotesi di reato si configurerebbe nei confronti dell’imputato? Difficile dirlo. Ma la sua posizione potrebbe alleggerirsi.
Certo, il litigio c’è stato. E c’è stato per una questione di gelosia, per una minaccia, forse, di divorzio. Lui voleva chiarire, voleva una risposta definitiva alle sue domande dalla moglie. Ed è per quello che avrebbe chiuso tutte le porte di casa. Ma lei gli avrebbe detto di aprire, altrimenti avrebbe gridato. Lui, spaventato, avrebbe a quel punto sollevato la tapparella che aveva abbassato. Un attimo dopo la donna era già sul balcone. Una versione di parte, naturalmente. Una ipotesi. Come quella legata alle cicatrici individuate sul corpo della vittima. Per gli inquirenti potrebbero essere frutto di possibili tentativi di aggressione, magari di settimane prima. Per l’uomo invece sarebbero i segni di vecchie ferite che la donna aveva sul corpo prima che arrivasse in Ticino.

mspignesi@caffe.ch
08.07.2018


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