Assolto il procuratore che rivelò l'identità di un indagato
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Si possono rivelare
i nomi dei parlamentari
FEDERICO FRANCHINI


Un politico ucraino e un procuratore federale. All’apparenza soltanto un classico caso di corruzione che tocca la Svizzera. Ma anche una saga a suon di denunce e ricorsi che ha portato la giustizia elvetica a ribadire che le autorità di perseguimento penali possono svelare l’identità di un accusato se quest’ultimo è una personalità politica.
La vicenda inizia nell’autunno 2013 quando la procura federale apre un’inchiesta contro il parlamentare ucraino Mykola Martynenko. L’uomo è sospettato di corruzione e riciclaggio nell’ambito della costruzione di due centrali nucleari in Ucraina. L’impresa ceca Skoda Js, che aveva fornito pezzi per questi impianti alla società statale ucraina Naek Energoatom, aveva sottoscritto un accordo con una società panamense, la Bradcrest Investment, e versato commissioni milionarie sui conti elvetici di quest’ultima. Il beneficiario della Bradcrest non è altri che Mykola Martynenko, all’epoca presidente della commissione parlamentare che si occupava proprio di politica nucleare. Il sospetto del Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) è che queste commissioni siano in realtà delle mazzette. Per questo viene aperta un’inchiesta. Trenta milioni di franchi sono tuttora bloccati in Svizzera.
La vicenda ha avuto un’ampia eco sulla stampa ucraina. Diversi giornalisti si sono rivolti al servizio stampa della procura federale. Da Berna partiva la classica risposta standard: in questo contesto l’Mpc conduce un’inchiesta nei confronti di "un cittadino ucraino". Nell’autunno 2015, però, Urs Köhli, il procuratore incaricato del dossier, decide che non era più necessario tacere l’identità dell’uomo politico il cui coinvolgimento nella vicenda era ormai cosa nota.
Il nome di Martynenko è così confermato ai giornalisti che si rivolgono al servizio stampa della procura federale. Tra questi Serhiy Leshchenko, reporter ma anche parlamentare a Kiev, il quale utilizza la comunicazione ricevuta dall’Mpc per chiedere la testa di Martynenko. Quest’ultimo, che aveva sempre smentito qualsiasi inchiesta penale nei suoi confronti, è costretto a dimettersi. Dimissioni forzate, a suo parere: conseguenza diretta dell’informazione fornita da Berna in violazione, sempre secondo Martynenko, del segreto d’ufficio. L’ormai ex parlamentare decide così di lanciare la propria battaglia contro il procuratore Köhli: oltre a tre domande di ricusazione all’inquirente viene recapitata anche una denuncia penale.
L’Autorità di sorveglianza dell’Mpc ha quindi designato il neocastellano Pierre Cornu procuratore federale straordinario per fare luce sulla vicenda. Nel novembre 2017, cinque mesi dopo avere aperto un incarto, Cornu firmerà un decreto d’abbandono. Decreto che il Caffè ha potuto consultare e nel quale viene ribadito che l’Mpc era legittimato a fornire l’identità del politico ai giornalisti in ragione dell’interesse pubblico del caso. Fine della vicenda? Non ancora. Martynenko si è infatti opposto contro il decreto d’abbandono. La saga si è conclusa solo qualche tempo fa quando il Tribunale penale federale ha respinto quest’ultimo ricorso. Nella loro motivazione, i giudici di Bellinzona hanno ricordato che la risonanza del caso, le somme in gioco - circa 30 milioni depositati in Svizzera - e lo statuto di persona politicamente esposta dell’accusato rendono la vicenda "incontestabilmente d’interesse pubblico". Questo capitolo è quindi chiuso. Chiuso non è, però, l’incarto penale nei confronti dello stesso Martynenko. Da Berna infatti arriva la laconica conferma: "L’inchiesta è ancora in corso".
12.08.2018


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