Confronto sulla nazionale dopo l'esclusione di Behrami
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Il brusco rinnovamento
che scandalizza il calcio
CLEMENTE MAZZETTA


Uscire di scena al vertice della carriera o aspettare che il campo, implacabile, indichi la strada dello spogliatoio? Quando appendere le scarpette al chiodo? Un dilemma per ogni atleta, reso ancor più duro per Valon Behrami che è stato escluso a 33 anni, con una telefonata dal suo allenatore, dal futuro della nazionale rossocrociata in nome di un rinnovamento generalizzato. Una modalità che ha stupito e messo sottosopra la già discussa federazione calcistica svizzera, travolta venerdì da un altro polverone, le dimissioni del segretario generale Alex Miescher criticato aspramente dopo le dichiarazioni sull’ipotesi di vietare l’ingresso in nazionale ai calciatori con doppio passaporto.
Tornando a Behrami, "essere messo in pensione a 33 anni è dura - dice Edo Carrasco, il giocatore del Lugano che con un gol a San Siro eliminò l’Inter dalla coppa Uefa -, l’uscita di scena deve essere concordata, anche per dare la possibilità a chi se ne va di dire grazie".  Ma non c’è mai un’uscita di scena facile per un calciatore. "Solo con un dialogo fra allenatore e giocatore si possono concordare i tempi, le modalità, anche le forme per l’addio", aggiunge Pino Manfreda, ex calciatore del Lugano. c.m.


Ci vuole un po’ di buonsenso nel gestire un’uscita di scena
Pino Manfreda 49 anni, ha giocato in Svizzera e in Italia, nel 1992 ha vinto il campionato svizzero
con il Sion

La vicenda del giocatore Valon Behrami escluso dal giro della nazionale con una telefonata mette in evidenza, prima di tutto, che nel calcio - come nel resto del mondo del lavoro - la riconoscenza è merce sempre più rara. Capisco che nel calcio girano tanti interessi, che non è un settore paragonabile ad una qualsiasi professione, ma suvvia. Anche nel calcio la forma è la sostanza. Non si liquida con una telefonata un giocatore come Behrami che solo un mese fa era acclamato come il salvatore della patria. Conosco Vladimir Petkovic, è certamente un ottimo allenatore, ma in questo caso ha commesso un errore.
Un errore nella comunicazione e nella valutazione del giocatore. Behrami non gioca in una squadretta ticinese, è un giocatore di serie A in Italia. Ha 33 anni, d’accordo, ma poteva essere utile ancora per un anno o due. È ancora valido. Ma detto questo, pur partendo dal principio che la medaglia non viene data a nessuno, l’uscita di scena per qualsiasi giocatore, non solo per Behrami, deve essere concordata a quattr’occhi, con un dialogo costruttivo, dopo aver valutato più aspetti: perché un giocatore sa se è il momento di appendere le scarpette al chiodo o se è in grado di dare ancora qualcosa.
Certo, l’uscita di scena non è un momento facile per nessuno, lo abbiamo visto anche con giocatori come Francesco Totti della Roma entrato in collisione con l’allenatore Spalletti. Ma anche con Buffon… Ci sono tante emozioni in ballo, c’è orgoglio, è vero, che però si possono affrontare con serenità. Io l’ho fatto spontaneamente a 33 anni, perché mi sono reso conto che non ero più in condizione di continuare, che i riflessi non erano più quelli d’un tempo, che non avevo più il ritmo.
E allora, in un dialogo fra allenatore e giocatore si possono concordare i tempi, le modalità, anche le forme per uscire di scena senza polemiche. Cosa che è completamente mancata in questo caso. E mi spiace perché Behrami, per quel che ha dato al calcio svizzero, alla Nazionale, lo meritava. È una persona che si applica, umile, che combatte per i compagni.
Ma c’è un altro errore che è stato commesso, quello di guardare troppo lontano: il calcio si vive oggi, giorno per giorno. Petkovic avrebbe dovuto solo chiedersi se Behrami era ancora utile oggi. Non possiamo sapere quel che succederà fra due, quattro anni. Magari non ci sarà più Petkovic. Giusto puntare sul rinnovamento, ma non in questo modo. Lo si è applicato in maniera troppo drastica. Bisogna ponderare le scelte. E soprattutto comunicarle in modo condiviso. Con buonsenso insomma.


Bisogna parlare dei problemi prima che esplodano da soli
Edo Carrasco 46 anni, ha giocato con  il Lugano e nel 1993 ha vinto la Coppa svizzera, collabora alla Rsi

Non c’è mai un’uscita di scena facile per un calciatore, perché alla fine si deve accettare che il tempo passa rapidamente. Personalmente ho sofferto tantissimo quando me ne sono andato dal Lugano per affrontare il mio percorso di studi. Quando sono ritornato, l’anno dopo, mi hanno regalato dei fiori. Ma quella sera quando sono partito da Cornaredo nessuno è venuto a dirmi grazie. Ho pianto da solo nello spogliatoio e me ne son fatto una ragione. Il mondo del calcio, e lo sport in generale, è duro! Da questo punto di vista si deve prendere atto che il ricambio generazionale è necessario. Fa parte della vita, ma ancor di più dello sport.
Non sono sorpreso dunque della politica di ricambio generazionale adottata da Petkovic e dalla Federazione. Quello che mi ha sorpreso sono state le modalità con cui è stata comunicata la decisione. Behrami è amato ed è stato messo in primo piano, quindi in questo caso era importante il modo. Trovarsi, guardarsi in faccia, dirsi quello che ci si doveva dire, fra giocatore e allenatore. Non basta una telefonata. Le modalità, per quello che è stato detto, dunque non mi son sembrate adeguate.
Inoltre la Federazione svizzera non ha dimostrato una grande capacità di gestire la situazione. Già in precedenza non ha saputo prendere posizione sul caso di Xhaka e Shaqiri, poi non ha saputo gestire il dopo eliminazione, per non parlare delle infelici dichiarazioni del segretario generale Alex Miescher sul doppio passaporto. La comunicazione a questi livelli è sempre più decisiva e in questa situazione l’allenatore non è stato sostenuto in modo adeguato dalla Federazione. Oggi è fondamentale saper gestire i problemi in tempi rapidi, con una linea ben definita. Non è accettabile sentire parlare di equivoci, non è possibile dire che non si è stati capiti.
Bisogna avere il coraggio di parlare dei problemi prima che vengano fuori da altre fonti. In altre parole, quello che ci si aspetta da una dirigenza è che abbia la capacità di leggere la situazione e metterci la faccia. La presenza di figure che hanno vissuto dall’interno il mondo del calcio, come Oliver Bierhoff in Germania che ha dimostrato di saper gestire bene tutti gli aspetti sportivi e di comunicazione, può senza dubbio essere una buona strada da percorrere. Tuttavia non penso affatto che sia stata una scelta politica quella relativa a Behrami. È la personalità del giocatore che è molto forte, non facile da gestire, e che ha messo in difficoltà più di una persona all’interno della Federazione. Forse non è stato valutato il ruolo di leader che Behrami ha assunto in Nazionale e di conseguenza Petkovic, nella sua scelta, è stato lasciato troppo solo. Ribadisco: era una decisione che andava presa assieme al giocatore.
12.08.2018


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