Le protagoniste femminili al Festival del film di Locarno
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Nessuna donna
per cui fare il tifo
MARIAROSA MANCUSO


Cannes ha fatto il primo passo. Il Locarno Festival si mette in scia, firmando la carta per la parità di genere promossa dallo Swiss Women’s Audiovisual Network. Il direttore della Mostra di Venezia Alberto Barbera - al momento, il festival cinematografico più ricco e vivace d’Europa - si dissocia: "Il giorno che dovrò selezionare un film solo perché lo ha diretto una regista, cambierò mestiere". Impopolare, ma chiaro.
Alle quote rosa siamo contrari da quando ne abbiamo sentito parlare per la prima volta, non volendo fare la fine dei panda: carini, ma poco altro. Non è questa la via per farsi rispettare, in politica o sul lavoro. Prendiamo i film in programma quest’anno a Locarno, celebrati già in conferenza stampa perché esibiscono un nome di donna nel titolo: l’americano "Diane", il rumeno "Alice T.", il turco "Sibel", il libanese "Yara".
Alla prova dei fatti, non abbiamo trovato una donna per cui fare il tifo. Diane a 70 anni si dedica agli amici malati, al figlio drogato, nel tempo libero serve il pranzo ai barboni. Alice T. è un adolescente incinta, scontrosa e manipolatrice. Yara e Sibel vivono in luoghi remoti, il passaggio di un forestiero di bell’aspetto è l’unico accenno di trama. Vittime, chi più chi meno. Per statistica, i registi sono tutti maschi, possiamo sempre coltivare l’illusione che una donna avrebbe fatto meglio.
L’illusione non dura. In Piazza Grande c’era "Le vent tourne" di Bettina Oberli, che nel 2006 sbancò i botteghini svizzeri con "Fiori d’autunno": pantere grigie dell’Emmenthal che mettono su un negoziato di biancheria sexy. Prima della proiezione, un’intervista su Variety - molto più che una medaglia, per chiunque faccia questo mestiere - annuncia che la regista svizzera da "crowdpleaser" (chi gira film che piacciono al pubblico) ha deciso di passare ai film d’autore. Pessimo segno, ma procediamo.
"With the Wind" - questo il titolo internazionale - racconta un triangolo amoroso nel Giura, galeotta fu una pala eolica. Pauline alleva mucche con il compagno Alex, i vitelli nascono morti ma per loro non è un problema, credono fermamente nella decrescita felice, nella medicina alle erbe, e nell’autosufficienza energetica. Per piazzare la pala eolica, arriva uno straniero di bell’aspetto (una fissazione, proprio). Lui alla decrescita crede poco, e purtuttavia Pauline se ne innamora: vorrei e non vorrei, scendo in città o resto quassù, mollo lo sgabello da mungitura e indosso un vestito scollato.
Trama sotto il minimo legale - bisognerebbe introdurlo. Personaggi sottili come carta velina (vale anche per il consorte, ma il gattamortismo di Pauline irrita di più). Per trovare una donna da prendere a modello siamo dovuti tornare al 1937, nella retrospettiva dedicata al geniale Leo McCarey. In "L’orribile verità" finalmente troviamo una signora bella, elegante, forte, spiritosa, sexy, dispettosa, intelligente, capace di tener testa a Cary Grant. L’attrice è Irene Dunne, la trama appartiene al glorioso genere del "remarriage". I coniugi si dicono qualche bugia di troppo, sull’orlo del divorzio ognuno cerca di riconquistare l’altro, rovinando la vita ai nuovi fidanzati. La grande crisi del ’29 non era lontana, gli spettatori volevano svagarsi. Avevano ragione loro: questi film ora sono celebrati anche dai festivalieri duri e puri.

m.m.
12.08.2018


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