Il successo di Matteo Salvini e del populismo europeo
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La rapida parabola
da tribuno a leader
DAVID ALLEGRANTI


La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici è la distinzione di amico e nemico", scrive il filosofo tedesco Carl Schmitt ne "Le categorie del politico". È insomma il nemico che permette al politico di esistere. La storia di Matteo Salvini, da pochi mesi ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio italiano, ne è la testimonianza più forte nel panorama europeo. Prima della nascita del nuovo esecutivo, Salvini era solo il capo-tribuno della Lega e il nuovo leader del centrodestra. Un risultato certamente non secondario, visto che in cinque anni da segretario, il suo partito è passato dal 4,1 per cento del 2013 al quasi 18 del 4 marzo 2018, facendo dimenticare le disavventure giudiziarie dei suoi predecessori (la Lega è cresciuta più di tutti gli altri, da 1.390.534 voti a 5.691.921). Tuttavia, Salvini si è superato ed è riuscito a diventare il vero padrone dell’esecutivo, a discapito dell’effettivo presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, professore di diritto privato all’università di Firenze, suggerito dall’altro partito al governo, il M5S.
Il successo di Salvini, ex consigliere comunale di Milano ed ex parlamentare europeo, arriva in realtà da lontano. Negli ultimi cinque anni ha trasformato la vecchia Lega Nord da partito territoriale, concentrato soprattutto nel Nord d’Italia, a partito generalista, nazionale e nazionalista, coltivando simpatie euroscettiche. Ha individuato, appunto, alcuni "nemici del popolo" precisi (i migranti, l’Unione Europea e i suoi vertici) ed è riuscito a far diventare mainstream nell’elettorato italiano le preoccupazioni sull’immigrazione e la sicurezza, denunciando un’"invasione" inesistente da parte di migranti e rifugiati e attaccando le Ong che li salvano. Sono i numeri, peraltro, a certificarlo: secondo i dati dello stesso ministero dell’Interno, nel periodo tra il primo gennaio e il 6 agosto, sulle coste italiane sono sbarcate 18.872 persone, l’80,43 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2017 e il l’81,07 per cento in meno rispetto al 2016. L’"invasione" insomma non c’è, mentre i problemi dell’Italia sono altri, dall’enorme debito pubblico (2.300 miliardi) alla corruzione. A Salvini, però, conviene parlare di migranti, perché gli permette di conquistare tv e titoli di giornali. È anche un modo per cercare validi alleati in Europa tra i sovranisti populisti. Il prossimo anno d’altronde ci sono le elezioni europee che potrebbero cambiare il volto di Bruxelles.
Secondo un’analisi dell’Istituto Cattaneo, tra i partiti critici o più scettici verso il progetto dell’Ue, si nota anzitutto l’espansione dei gruppi di destra o centrodestra (Ecr, Efdd, Enf), che potrebbero passare dall’attuale 16,5 per cento dei seggi a poco meno di un quarto di eurodeputati nella prossima legislatura (24 per cento). Non un’"ondata fascista", ma una crescita significativa sì. Salvini potrebbe approfittarne per far crescere ulteriormente il proprio consenso interno. E anche se probabilmente non ha un disegno organico di ricostruzione dell’Unione Europea - alcuni tra i suoi dirigenti di partito, compresi gli economisti euroscettici, semplicemente vorrebbero uscirne, così come vorrebbero uscire dalla zona euro - è evidente che i suoi compagni d’avventura populisti, come il gruppo di Visegrád, possono essergli utili anche per perseguire suoi interessi di bottega.
Il capo della Lega intende presentare le prossime elezioni europee come uno scontro fra "élite e popolo"; da una parte il tradizionale blocco liberale, socialdemocratico che ha governato finora l’Europa - definito sprezzantemente "tecnocratico" dagli avversari - e le sue istituzioni a Bruxelles, dall’altra un "popolo", di cui Salvini sarebbe portavoce, aggredito dall’immigrazione. L’affermazione dei sovranisti, anche senza un progetto ideologico comune, realizzerebbe lo scenario descritto dal politologo Ivan Krastev in "After Europe", libro che meriterebbe una traduzione in lingua italiana. Finora la letteratura distopica non ha preso mai in considerazione l’ipotesi di una disgregazione dell’Europa, ma la crisi dei rifugiati, scrive Krastev, "è l’Undici Settembre europeo". Salvini e i suoi alleati sono pronti a trasformare quella distopia in triste realtà. "La caratteristica principale del populismo è l’ostilità non all’elitismo ma al pluralismo", aggiunge il politologo bulgaro. E infatti i sovranisti, in Europa e altrove, usano élite ed elitario come un insulto, ma è in realtà la società aperta il loro avversario.
12.08.2018


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