Dalla Lombardia le "nuove mafie" di espandono al nord
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Le bande straniere
premono alla frontiera
ANDREA BERTAGNI


Premono forte ai nostri confini con tentativi di sfondamento più volte segnalati e stroncati. Perché sono in ascesa e hanno fame. Di controllo del territorio e di mettere le mani su una domanda e offerta alimentata dal benessere, che non conosce frontiere. Sono le "nuove" mafie albanesi, rumene, georgiane, russe, cinesi, nigeriane, nordafricane e sudamericane, che oggi sono in cima alla piramide criminale in Lombardia. Negli spazi vuoti lasciati da cosa nostra, dalla ‘ndrangheta e dalla camorra, che al Nord hanno preferito indossare giacca e cravatta per scalare il potere negli uffici.
Il fenomeno è stato messo in evidenza dall’ultimo rapporto dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università di Milano. Al vertice delle "piovre" c’è la cosca albanese, che si distingue per aggressività e robustezza dell’impianto criminale. Una presenza malavitosa attestata anche in Ticino e che si caratterizza per essere la regina del traffico di stupefacenti. Eroina, cocaina, marijuana, non c’è droga che non passi dall’Albania, maggiore produttrice europea di canapa illegale e principale punto di transito e stoccaggio degli oppiacei, superiore persino a quello dei cartelli sudamericani. Salde sono anche le mani sullo sfruttamento della prostituzione, come hanno testimoniato alcune inchieste ticinesi legate ai bordelli, e sulla tratta di esseri umani. Con una costante di fondo: la violenza perpetrata ai danni delle donne. Che si manifesta pure nei reati contro il patrimomio particolarmente cruenti.
Un modo di agire in comune a un’altra delinquenza, quella rumena, vera primatista nei furti e nelle rapine alle abitazioni e a danno di esercizi commerciali. E abile anche nella clonazione di carte di credito, con gruppi addetti all’acquisizione e alla realizzazione di dispositivi per il prelievo di dati, bande magnetiche e codici pin. Topi d’appartamento, rapinatori e specialisti di riciclaggio di denaro sono invece i georgiani,  che vantano preparazioni quasi militari e sono capaci di aprire le serrature delle porte blindate senza forzature, per poi rivendere spesso i proventi ai compro-oro, dove la merce viene fusa in gioielli e lingotti.
Prove dell’infiltrazione della malavita russa sono state scoperte nel reinvestimento di guadagni illeciti nel circuito dell’economia legale. Immobili, alberghi, trasporti e attività commerciali le lavatrici più usuali. Sembrano uscite da un film, ma sono vere le molte gang giovanili cinesi, utilizzate da soggetti più anziani per intimidire e appiccare incendi. Attività finalizzate al controllo omertoso del territorio, all’evasione fiscale, al gioco d’azzardo e allo sfruttamento della prostituzione attraverso i centri massaggi. Centri che a volte superano la frontiera, come a Locarno e a Lugano, dove è stata negata loro l’apertura. A mettere a profitto gli ampi margini di guadagno nei narcotici  e nel meretricio sono pure i nigeriani, dediti inoltre al traffico di migranti: un vero e proprio business che si intreccia con lo sfruttamento sessuale. Di solito accostati al commerco illegale di droga, pure i mahgrebini paiono aver fatto un salto di qualità, ponendosi ai vertici di organizzazioni transnazionali per lo smercio di hashish. La violenza sembra per contro essere il tratto distintivo delle bande giovanili sudamericane, chiamate pandillas, spesso associate a situazioni di marginalità sociale, "antenne di collegamento" con la criminalità in madrepatria specializzata storicamente nella produzione e nell’esportazione di cocaina.

an.b.
16.09.2018


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