Giallo attorno a un'arma in dotazione all'esercito elvetico
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La pistola svizzera
in un thrilller francese
FRANCO ZANTONELLI


Una Luger e una Beretta, per due thriller in cerca d’autore. Poco più di 6 anni fa, il 5 settembre 2012, una famiglia britannica di origine irachena venne massacrata in prossimità di un bosco a Chevaline, in Alta Savoia. Morirono il padre, la madre e la nonna. Due figli piccoli, pur feriti, si salvarono. Nell’eccidio rimase ucciso pure un ciclista che verosimilmente transitava sul luogo al momento della strage e venne abbattuto, in quanto testimone.
Finora l’unica certezza degli inquirenti francesi riguarda il tipo di arma utilizzata da chi sparò al dottor Saad-Al Hilli, ai suoi familiari e al ciclista-testimone. Una 7,65 Luger P06 Parabellum, in dotazione all’esercito svizzero dall’inizio del secolo scorso fino alla fine degli Anni’40. Che fine ha fatto quella pistola? Mistero! Come rimane un mistero la sorte della Beretta calibro 22 del cosidetto "mostro di Firenze", che iniziò a sparare 50 anni fa, il 21 agosto del ’68, nelle campagne circostanti la capitale toscana. In totale furono 16 i giovani, tutte coppie appartate in cerca di intimità, a cadere sotto i proiettili Winchester di quella Beretta. Che non si capisce bene se sia passata, negli anni, di mano in mano o se l’autore degli omicidi sia rimasto sempre lo stesso. Finchè non si troverà la pistola sarà difficile saperne di più. Nel frattempo, nel mirino delle indagini, che ormai si trascinano da mezzo secolo, sono finiti, ultimamente, dopo Pietro Pacciani e i suoi "compagni di merende", alcuni anziani esponenti dell’estrema destra, tra cui un ex-legionario. L’impressione, tuttavia, come peraltro in altri clamorosi casi di cronaca, è che l’obbiettivo, più che la ricerca della verità, sia quello di tener viva la morbosa curiosità su cui campano alcune testate giornalistiche.
Quanto alla Luger impiegata a Chevaline, oltre ad essere molto meno diffusa della Beretta del "mostro", tanto da essere diventata ormai un’arma da collezione, la sua scoperta consentirebbe importanti passi avanti nell’inchiesta, i cui risultati sono contenuti in 75 tomi e che è attualmente condotta dalla procuratrice della Repubblica di Annecy, Véronique Denizot. La quale, ha dichiarato di confidare molto su quella che ha definito "la pista svizzera". Anche se il quotidiano savoiardo Le Dauphiné Liberé ha rampognato i nostri inquirenti, definendoli "poco zelanti". "Dopo un lungo silenzio - ha scritto il giornale - i servizi elvetici hanno riattivato i contatti con quelli francesi solo all’inizio dell’estate di quest’anno". "Ci hanno messo più di 5 anni a decidere di collaborare", ha denunciato il settimanale L’Express. La speranza degli inquirenti transalpini è che almeno si possa sapere, e non dovrebbe essere un problema, visto che l’esercito tiene la contabilità delle armi che affida ai propri militari, chi fu l’ultimo ad avere in dotazione la Luger, protagonista della strage di Chevaline. Poi, da lì, si potrebbe risalire ad eventuali successivi passaggi di proprietà della pistola. La "pista svizzera", per intenderci, è l’ultima possibilità cui si affidano la procuratrice e la gendarmeria francese. Prima che l’indagine sull’eccidio di Chevaline faccia la fine di quella sul "mostro di Firenze" e diventi uno dei tanti misteri irrisolti della cronaca criminale europea.

f.z.
16.09.2018


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