Pro e contro alle norme sul diritto d'autore dell'Ue
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Senza il copia-incolla
cambierà la nostra vita
MAURO SPIGNESI


È un grande passo avanti contro la violazione sistematica e continua del diritto d’autore, nel furto incessante di testi prodotti da giornalisti, scrittori, registi e autori, oppure rischia di avere l’effetto di una censura, di un bavaglio digitale? Dopo l’approvazione della proposta di riforma del copyright da parte del parlamento europeo (che ora passa all’esame di consiglio e commissione Ue) in tanti si interrogano sui rischi che la nuova normativa potrebbe innescare. Ma soprattutto tanti si chiedono come potrebbe cambiare la nostra vita e le nostre abitudini scandite da social e motori di ricerca usati quotidianamente. Come spiega (vedi intervento sotto) Alessandro Trivilini, la nuova riforma Ue non riguarda solo l’aspetto economico della redistribuzione della ricchezza accumulata dai grandi colossi digitali, ma l’intera società civile. Certo, per Facebook, Google e Youtube è finita la pacchia del copia e incolla, dei guadagni sui contenuti non propri. Dovranno pagarli se vogliono utilizzarli ancora. Sacrosanto. Ma a cambiare, e bisognerà capire come, sarà inevitabilmente l’intera rete. Perché la legge, a parte alcune deroghe per le piccole aziende e Wikipedia, non fa eccezioni. Quello che è certo è che finirà l’era del gratuito e si aprirà - forse - quella dei contenuti a pagamento.

m.sp.


Dovremo cambiare abitudini ma è giusto ripartire gli utili
Alessandro Trivilini Ingegnere, responsabile Laboratorio di informatica forense della Supsi

Per valutare gli effetti sulla nostra vita quotidiana della normativa dell’Unione europea sul diritto d’autore applicata al web bisogna usare un metro quanto mai oggettivo. E questo perché le nuove regole non riguardano un settore specifico ma uno spettro piuttosto ampio che investe l’intera società civile. Non solo, dunque, la comunicazione. Ma la scuola, le strategie delle aziende, il nostro modo di viaggiare, di informarci, persino di crearci un itinerario grazie alle mappe digitale. Diciamo subito, poi, che la Svizzera fortunatamente ha un po’ di tempo per misurare l’impatto della legge, il rapporto tra causa ed effetto, e per capire se può essere utile inserirla, eventualmente adattandola alle nostre esigenze, nell’ordinamento federale. Noi siamo al centro dell’Europa e questo ci consente di far tesoro delle esperienze altrui.
Fatta questa premessa è importante dire che la normativa europea parte da un principio nobile, quello cioè di una redistribuzione della grande ricchezza prodotta da colossi come Google o Facebook, solo per fare due esempi. Ciò che resta da capire è se questa operazione, che arriva in ritardo, a quindici anni di distanza dalla nascita di social e motori di ricerca, accusati da Bruxelles di sfruttare gratis il lavoro di altri e violare i diritti d’autore, non vada a intaccare quanto di buono è stato fatto. Perché a ben vedere l’Unione europea è andata a toccare l’aspetto politico ed economico del problema tralasciando quello culturale e sociale. E ora il rischio, visto che questi strumenti digitali in quindici anni appunto hanno colonizzato la nostra quotidianità, è quello di appiccicare cerotti alle ferite e non risolvere il problema. Rischiamo, insomma, di depotenziare quel nobile effetto della ridistribuzione della ricchezza con regole che le grandi società di informatica possono aggirare velocemente, perché hanno già immagazzinato una enorme quantità di dati, intuiscono e precedono quello che la politica vuole fare e le reazioni degli utenti. Politica e web ragionano su due piani, due frequenze differenti. La prima è lenta, l’altro è rapidissimo e sa adattarsi al cambiamento. E questo rischia di provocare una continua rincorsa.
Quel che bisogna capire è come fare a digitalizzare le città, a condividere l’informazione e la conoscenza, senza violare il diritto d’autore sulla rete e senza arrestare questo processo. Dovremo chiedercelo nei prossimi mesi, capire cosa è meglio per la Svizzera visto che in Europa è stata approvata una normativa discussa dai politici ma che la gente che ha in mano ad ogni ora del giorno cellulari, tablet e computer, conosce poco o non conosce a fondo. Noi ci troviamo un po’ come quella persona che si appresta ad attraversare la strada sulle strisce pedonali ma non sa se fermarsi o andare avanti.


Ora finalmente si mette fine al Far west delle news sul web
Davide Gai Imprenditore  hi-tech, esperto di nuove tecnologie digitali

Il Parlamento europeo ha fatto bene decidendo di difendere la proprietà intellettuale, l’informazione sul web, mettendo fine al Far west digitale. Ritengo che il lavoro intellettuale debba essere giustamente remunerato per evitare che Internet diventi un ricettacolo di trash. Non difendo solo il lavoro dei giornalisti, dell’informazione, degli autori, dei musicisti, ribadisco il concetto elementare che la proprietà intellettuale è una proprietà e come tale va tutelata nelle forme e nei modi più opportuni.
Est modus in rebus, anche per l’obbligo di rispettare le nuove regole sul copyright. Considerato che Internet consente di moltiplicare all’ennesima potenza la visibilità delle persone che si vedono pubblicare i loro articoli in rete, l’entità della remunerazione non dovrà essere tale da impedirne la diffusione. L’informazione serve tutta l’umanità, ma non deve essere sempre gratis. Deve essere pagata! Quanto? Il giusto. Evidentemente occorre trovare delle norme adeguate per applicare questo principio. Cosa non così facile.
Aggiungo poi che è altrettanto corretto che i grandi provider Internet paghino le imposte laddove producono reddito. Non ha senso che Google, Facebook non paghino le tasse. Bisogna moralizzare nel modo migliore e corretto l’attività di Internet. Non penso che il fatto che i giganti del web debbano remunerare i contenuti prodotti da artisti e giornalisti porti in sè il germe della censura, del bavaglio, come sostengono alcuni critici. Anzi, a chi sostiene che così si limita la libera circolazione delle idee, rispondo che questa libera circolazione è stata fatta sulle spalle di chi queste idee le ha prodotte. Banalmente: se la proprietà intellettuale si chiama proprietà, è di qualcuno, ed è il proprietario che ne dispone, nei termini e nei modi che ritiene.
Piuttosto occorre difendere i media tradizionali. Non vi siete mai chiesti perché oggi costa così poco fare pubblicità su Google o su Facebook? Semplicemente perché questi non pagano l’informazione che pubblicano.Vale quello che è successo all’arrivo dei primi personal computer, quando la gente pensava fosse normale copiare i software. Convincerla che non erano gratis, non è stato facile. Ma aver trovato, alla fine, un giusto compenso per gli applicativi non solo ha abbassato i prezzi, ma ha garantito all’industria dei software di svilupparsi, migliorarsi, crescere. Guardiamo indietro per guardare avanti. Così come l’industria del software ha dovuto convincere il mondo che il software non era gratis, analogamente l’informazione su Internet non può essere senza prezzo. Perché con l’attuale Far west, con le fake news, siamo ad un minuto prima di mezzanotte dalla degradazione totale dell’informazione.
16.09.2018


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