Una lettera al Caffè sul silenzio di una struttura sanitaria
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Chiedo solo onestà
per il dramma familiare
MARCO MOLTENI


Gentile direttore,&softReturn;scrivo questa lettera al suo giornale perché si è mostrato sempre attento ai problemi riguardanti la sanità di questo cantone, tenendo presenti in particolare i diritti dei pazienti.
I fatti a cui mi riferisco concernono una questione riguardante la mia famiglia, in particolare mia sorella, che è stata ricoverata la primavera del 2017 in una struttura privata in Ticino. Se scelgo di scrivere a un giornale è perché ritengo che la mia esperienza possa essere di interesse pubblico e perché si sappia a cosa ognuno di noi può andare incontro. E non da ultimo perché chi ha responsabilità sia politiche che sanitarie possa trarne insegnamento.
I fatti. Nella primavera del 2017 a mia sorella è stata diagnosticata una patologia importante che rendeva necessario un intervento tempestivo. A detta degli specialisti, esso non avrebbe presentato particolari difficoltà, anche perché, a parte la severa patologia rilevata, l’organismo di mia sorella era in ottime condizioni.
Quella che sembrava dover essere un’operazione di routine si è però rivelata molto difficoltosa: mia sorella ha trascorso un giorno intero in sala operatoria. È poi stata portata per due giorni nel reparto di cure intense e infine in corsia, dove ho potuto incontrarla e parlarle giornalmente: non stava bene, era molto stanca, e alle mie richieste di spiegazioni, il personale ospedaliero mi rassicurava dicendo che si trattava di normali effetti collaterali dell’intervento. Il chirurgo che aveva effettuato l’operazione mi ha detto che tutto procedeva come previsto e che non c’era motivo di preoccuparsi. Ha aggiunto anche che brutte sorprese non si potevano mai escludere, ma che "le sorprese non sarebbero tali se fossero prevedibili."
Quattro sere dopo l’intervento, appena rientrato a casa dopo essere stato in visita da mia sorella, ho telefonato alla clinica per sapere come stava, visto che avevo l’impressione che stesse peggio del solito. Siccome non rispondeva, ho chiamato il reparto. L’infermiera mi ha detto che la paziente aveva avuto una "forte emicrania", che le avevano somministrato dei farmaci e che ora stava meglio. Per tranquillizzarmi, me l’hanno passata. Mi sembrava poco lucida, ma credevo che ciò fosse dovuto a quegli "effetti collaterali" di cui parlavo sopra. Ricordo che cercava di tranquillizzarmi dicendo che non era nulla: era un tratto distintivo del suo carattere quello di non voler causare preoccupazione e disturbo di nessun tipo.
All’una di notte ho ricevuto una telefonata dal reparto di neurochirurgia: mia sorella aveva avuto una forte emorragia cerebrale e stava morendo.
Siamo corsi in clinica ed era già paralizzata per metà. Le ho tenuto le mani fino a quando, in tarda mattinata, è spirata.
Quello che è seguito fa parte della vita privata mia e della mia famiglia. Il dolore, lo strazio di dire a una madre di novantadue anni della morte della figlia, i funerali tre giorni dopo, la difficoltà di accettare una morte così inaspettata. I parenti e gli amici che ti confortano, e quelli che si allontanano perché non reggono la situazione.
Ad ognuno di noi credo sorga spontanea la domanda se vi sia stato fra quella "forte emicrania" e l’emorragia celebrale che ha portato alla morte di mia sorella, una connessione di qualche tipo. Per capire come tutto ciò sia potuto accadere. Per capire come sia possibile che una persona che fino a una settimana prima conduceva una vita perfettamente normale ti venga consegnata cadavere perché "le sorprese non sarebbero sorprese se si potessero prevedere."
Fatto sta che la struttura sanitaria adesso nega che si sia mai parlato di mal di testa, tantomeno di emicrania. E aggiunge che la questione va considerata chiusa una volta per tutte.
In un rapporto trasparente e onesto fra cittadini e istituzioni uno si aspetta che vi sia un dialogo aperto che consenta a tutte le istanze coinvolte di esprimere il proprio punto di vista e le proprie perplessità. Sarebbe auspicabile uno scambio in cui è la razionalità degli argomenti fra soggetti equivalenti ad avere la meglio, e non la presunzione di chi in nome della competenza settoriale vorrebbe mettere a tacere qualsiasi legittima richiesta di chiarezza.
Di fronte alla morte inaspettata di una persona sappiamo che l’elaborazione di un lutto diventa più difficile se non è possibile far sì che nei limiti umanamente possibili si possano chiarire le condizioni che lo hanno provocato.
Cosa provi un "semplice cittadino" di fronte a ciò è facilmente immaginabile: un senso di impotenza e di incredulità.
O decide di rassegnarsi, oppure si guarda attorno per vedere quali strumenti uno stato democratico gli mette a disposizione per poter capire. L’organo "terzo" preposto a fare chiarezza in questi casi è la cosiddetta Commissione di vigilanza sanitaria. Essa ha lo scopo definito di - seguendo una procedura "semplice e spedita" - "valutare e preavvisare la violazione dei diritti dei pazienti".
Ho scelto di seguire questa strada: un anno e mezzo fa ho inoltrato una denuncia alla Commissione di vigilanza per far chiarezza sulla morte di mia sorella. Avete letto bene: è passato un anno e mezzo e ancora sto aspettando una risposta.
Posso capire che il mio non sia l’unico caso da trattare, ma mi chiedo se a un caso che concerne il decesso di una paziente vada considerato alla stessa stregua di qualsiasi altro.
A una mia lettera indirizzata all’allora consigliere di Stato Paolo Beltraminelli, direttore del dipartimento della sanità e della socialità, in cui gli facevo notare la lentezza della Commissione, egli mi ha risposto che occorre pazientare perché nel corso degli anni ci si è resi conto che le decisioni della Commissione di vigilanza hanno delle implicazioni di carattere disciplinare. Mi chiedo: ci volevano anni di esperienza per capire che l’accertamento di una responsabilità avrebbe avuto delle implicazioni penali?
Inoltre il fattore tempo non va forse considerato come un elemento centrale, visto che la memoria delle persone coinvolte è una variabile importante nella valutazione del caso in questione?
Se le procedure non possono essere ovviamente mutate a seconda del caso in questione, è troppo chiedere che tengano in considerazione la gravità del caso a cui vengono applicate? Non esiste accanto al rispetto delle procedure il criterio del buon senso che ci consente di percepire l’opportunità di adottare delle tempistiche diverse a seconda del caso di cui ci si occupa? Se è comprensibile che si voglia tutelare le persone coinvolte, non occorre anche tener presente l’interesse di chi non c’è più e di chi con chi non c’è più è unito da un legame di profondo affetto?
Concludo: a chi mi dice che tanto nessuno potrà ridare la vita a mia sorella rispondo che come cittadini abbiamo il dovere nei confronti della collettività di fare chiarezza sulle cose che ci concernono nel nostro rapporto con le istituzioni. Non voglio credere che siamo - come mi ha scritto un consigliere nazionale e direttore di uno dei più letti settimanali svizzeri - nelle condizioni di chi deve tacere perché chi accusa gli ospedali incorre in un "forte rischio di richiesta di indennizzo"? Se in questo Paese il "comune cittadino" che non dispone di forti disponibilità finanziarie non avesse il diritto di chiedere delle spiegazioni sulla morte di una persona cara senza dover temere delle ritorsioni, allora ci troveremmo a fare i conti con una democrazia mutilata.
12.05.2019


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